06 luglio 2013 | 14:23

Eugenio Scalfari, Giovanni Valentini, Paolo Panerai…

Il primo a occuparsi di Fiat in Rcs Media Group è stato Eugenio Scalfari nel ‘Post scriptum’ al suo editoriale di domenica 30 giugno. Il 6 giugno Giovanni Valentini riprende il tema nella sua rubrica ‘Il sabato del villaggio” dove ne sottolinea la pericolosità  da un punto di vista degli equilibri del mercato editoriale e dal punto di vista delle leggi che regolano in Italia in mondo dell’informazione.
Si evidenzia in qualche modo anche il ruolo positivo che viene riconosciuto a Diego Della Valle nel contrapporsi allo strapotere della Fiat. Scrive Valentini: “Sono tre le Authority diverse che dovranno pronunciarsi eventualmente sull’affare Fiat-Rcs, ciascuna per gli aspetti di propria competenza. Il blitz finanziario con cui l’azienda automobilistica torinese ha quasi raddoppiato la propria quota nel gruppo RizzoliCorriere della Sera (dal 10,5% al 20,1), riconquistando per ora il ruolo di azionista principale, andrà sottoposto prima all’esame della Commissione che vigila sulla Borsa, poi al vaglio dell’Antitrust e infine a quello dell’Autorità di garanzia sulle Comunicazioni.


Un triplice giudizio incombe, dunque, su un’operazione che minaccia di sconvolgere un mercato strategico come quello editoriale, a meno che l’imprenditore Diego Della Valle non riesca a contrastarla, acquistando un “pacchetto” azionario maggiore e modificando di conseguenza l’assetto della proprietà. La Fiat, come si sa, possiede già direttamente La Stampa di Torino. Con il controllo della Rcs, aggiungerebbe una collana di testate tra cui in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport, formando così una concentrazione superiore al “tetto” del 20% sulle tirature dei quotidiani nazionali fissato dalle legge n. 416 del 1987. Ma allo stesso gruppo fanno capo anche numerosi periodici, la Rizzoli libri e diversi siti Internet d’informazione. In capo alla più grande azienda privata italiana, si configurerebbe perciò un vistoso conflitto d’interessi fra la produzione di automobili e la diffusione di giornali. Il primo giudizio, quindi, spetterebbe alla Consob per stabilire se – in rapporto al vecchio o al nuovo patto di sindacato – quel 20,1% della Rcs in mano alla Fiat costituisce un effettivo controllo del gruppo editoriale.
A quel punto, toccherebbe all’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato verificare se saranno stati superati i limiti del 20% nel settore dei giornali quotidiani, sempre che non intervenga l’Antitrust europeo dal momento che la Fiat realizza oltre i due terzi del suo fatturato fuori dall’Italia. Sarà infine l’Agcom a valutare se questa concentrazione realizzerà una “posizione dominante” nel mercato della stampa, uno dei cinque definiti “rilevanti” dalla stessa Authority (gli altri sono la tv in chiaro, la tv pay, la radio, l’editoria quotidiana e l’editoria periodica), in relazione al Sistema integrato delle comunicazioni (Sic) introdotto dalla famigerata legge Gasparri che nel 2004 ampliò artificiosamente l’intero comparto, per consentire a Mediaset di conservare le quote allora detenute: tanto più se – come si dice – la Fiat-Rcs stabilisse una partenership con Rupert Murdoch, il tycoon australiano di Sky, realizzando un “incrocio” fra carta stampata e televisione vietato dalla stessa legge fino al 31 dicembre 2013.
In questo complesso iter procedurale, c’è evidentemente il pericolo che la pratica s’impantani nei meandri burocratici, mentre l’operazione magari sarà stata già definita e conclusa. E ammesso pure che non scatti il gioco allo scaricabarile fra le Authority, si rischia di chiudere la stalla quando i buoi sono scappati, arrendendosi poi al fatto compiuto. In mancanza di un’ulteriore proroga di quel divieto, il fatidico “incrocio” potrebbe anche essere rinviato all’inizio del nuovo anno per costituire nel 2014 la “santa alleanza” tra Fiat, Rcs e Sky.
Al momento, si tratta di ipotesi e congetture. E come abbiamo già detto, bisogna fare i conti con gli ambiziosi progetti editoriali di Mister Tod’s. Ma l’informazione è un “bene comune” troppo delicato per trascurare tutte le dovute precauzioni. In ogni caso, l’invasione della Fiat su questo mercato nevralgico non può non suscitare perplessità e riserve, com’è già accaduto negli ambienti politici. Per un’azienda che chiude gli stabilimenti o riduce l’occupazione, un investimento da cento milioni di euro rappresenta un impegno rilevante e significativo, destinato presumibilmente a influire sulla sua presenza e sul suo ruolo in Italia.
Con tre quotidiani nazionali a disposizione come il Corriere, La Stampa e la stessa Gazzetta dello Sport che ormai da tempo non è più soltanto un giornale sportivo, la Fiat-Rcs sarebbe in grado di condizionare sotto vari aspetti la vita collettiva: dalla politica all’economia, dai rapporti sindacali fino al calcio. Ma, ciò che ancor più preoccupa, può alterare il mercato dell’informazione a danno del pluralismo e della libera concorrenza, soprattutto nel campo della raccolta pubblicitaria. In un Paese come il nostro,retrocesso al 57° posto nella graduatoria mondiale di “Reporter senza frontiere” sulla libertà di stampa, sarebbe un “trust” editoriale incompatibile

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Panerai fa le bucce a Elkann

La superbia degli Agnelli è il presupposto da cui parte Paolo Panerai che dedica la sua rubrica Orsi&Tori, un’intera pagina di Milano Finanza del 6 giugno, a John Elkann, presidente della Fiat e alla sua ascesa nell’azionariato di Rcs Media Group. Un lungo articolo scritto con la penna intinta nel veleno in cui Panerai racconta episodi della storia della famiglia e dei suoi interventi nel gruppo Rizzoli per mettere in guardia il lettore su quanto potrebbe accadere se Elkann dovesse vincere la battaglia per il controllo di via Solferino che vede in pista anche Diego della Valle .
Per inquadrare la presa di posizione di Panerai vale la pena partire dal Post scriptum che chiude l’articolo “Qualcuno avrà potuto pensare che abbia scritto queste cose perché sono notoriamente amico dei fratelli Della Valle e vicepresidente della Fiorentina”, scrive Panerai. “ Non è così: è fin dalla sua nascita che MF-Milano Finanza sostiene queste tesi, in primis la necessità di un reale pluralismo e di una reale autonomia dell’informazione. Anzi MF-Milano Finanza è nato proprio per questo, insieme a tutti i media di Class Editori. E in tal senso sarebbe auspicabile che anche Della Valle cedesse il passo a un editore puro, che tuttavia non potrebbe essere che straniero perché in Italia tutti i gruppi editoriali di una certa consistenza sono parte di sistemi industriali e finanziari e quindi strumento di potere e non certo al servizio dell’informazione autonoma, cioè della democrazia”. Chi potrebbe essere questo editore puro Panerai non lo dice in compenso racconta tutto quello che non gli va nella scalata di John Elkann.
“Quanto c’è di piglio Elkann e quanto di superbia Agnelli nelle ultime scelte del giovane presidente della Fiat? Oppure quanto c’è di desiderio di proteggersi le spalle con un ruolo dominante nel Corriere della Sera in vista di scelte in America?”, attacca subito Panerai che punta a mettere in evidenza come tutte le mosse della famiglia sull’azienda di via Solferino siano sempre state motivate da interessi di bottega. “Con i giornali e più in generale la comunicazione gli Agnelli l’hanno fatta sempre da padroni. Dopo essere stato socio per breve tempo, senza potere, di Giulia Maria Crespi, quando gli altri componenti della famiglia milanese decisero di vendere, Agnelli non esitò a recuperare l’investimento vendendo ad Andrea Rizzoli, ben conscio che quell’azienda era segnata dalla politica (con la dominazione del Pci, attraverso i sindacati interni) e da una struttura inefficiente foriera di forti perdite. Pronto a rientrare quando la società finì in amministrazione controllata. Al momento del rientro, per un piatto di lenticchie, Agnelli disse la famosa frase: «Torniamo in via Solferino per bonificare»”.
L’editore del Gruppo Class che a quell’epoca era direttore del Mondo e fu costretto alle dimissioni nel febbraio dell’86 da Carlo Callieri, mandato dagli Agnelli a fare l’amministratore delegato di Rcs, ricorda la storia un po’ vergognosa del trasferimento della Fabbri da parte di Ifi alla Rizzoli “ con il famoso contratto falso dei crediti delle vendite rateali presentato come pro soluto invece che pro solvendo e ritrovato in una botola nella sede di Gemina”.
E poi dopo i ricordi via a stigamattizzare le scelte di Elkann. A Panerai è non piaciuto che nominato presidente della Fiat John Elkann sia “subito entrato nel patto di sindacato “ e che al rinnovo dei consiglieri del cda di Rcs Media Group abbia promosso la scelta di rappresentanti della società civile invece che degli azionisti” ( Diego Della Valle contrarissimo ha lasciato il patto di sindacato) e ancor meno che sia salito acquistando quote inoptate fino ad arrivare al 20% del capitale di Rcs.
E infatti attacca “È impensabile che in Usa la General Motors o la Ford possano comprarsi una quota del New York Times o di The Washington Post, anche se fosse assai più modesta del 20% raggiunto dalla Fiat nel Corriere. Poiché Elkann è un giovane intelligente e preparato, volendosi anche dimostrare rispettoso delle istituzioni al punto da avvisare il Presidente della Repubblica della sua acquisizione, come se Giorgio Napolitano dovesse occuparsi o esprimersi su tali operazioni, è naturale domandarsi perché abbia preso una tale puntuta iniziativa. Per replica a Diego Della Valle, che non perde occasione per chiamarlo il bambino di Torino? In effetti l’entourage del presidente della Fiat qualifica la salita oltre il 20% di Rcs come una risposta fattuale alle parole del patron della Tod’s e della Fiorentina. Ma per rispondere alle critiche forti di Della Valle, si investono 90 milioni di euro e si rischia di rimanere isolati dall’inevitabile crescente critica dei partiti e dei giornalisti, anche se per ora sembrano dormire lunghi sonni, sicuramente indeboliti dalla crisi? No, non è possibile. Anche perché a fare l’operazione è la Fiat, dove il peso di Marchionne non è certo inferiore a quello dell’azionista di controllo. Se Marchionne, che ha un ottimo rapporto personale con Della Valle al di là dell’appellativo di scarpaio, ha convenuto sull’operazione, il disegno è assai più importante e strategico. Tutti sanno che con realismo Marchionne sta spostando sempre più il baricentro del gruppo automobilistico negli Stati Uniti, e nelle ultime settimane prima la Corte costituzionale e poi la presidente della camera, Laura Boldrini, hanno segnato alcuni punti a loro favore nella battaglia per impedire che sia smontata la fabbrica Italia, per la verità sempre più aleatoria. Anche Marchionne sa che in una economia imperfetta come quella italiana, il potere sia pure residuale del Corriere è molto importante, anche se dalle parti di Repubblica, il tradizionale nemico della Fiat per i vecchi rancori del suo editore Carlo De Benedetti, l’unico che ha ancora la lucida durezza per una critica profonda è Eugenio Scalfari. La conferma? Il suo editoriale di domenica che evocava nel titolo il piatto di lenticchie ma che nel corpo e nel finale sollevava interrogativi reali sull’operazione. Più sugli effetti futuri che immediati.Certamente ci sono norme approvate in Italia (proprio negli anni in cui il dominio degli Agnelli era più forte) che possono impedire, per esempio, la concentrazione Corriere-Stampa. C’è infatti la norma che impedisce di controllare giornali con più del 20% della tiratura totale dei quotidiani. E in base ai dati ufficiali di oggi, il Corriere, più la Gazzetta dello Sport e la Stampa oltrepassano abbondantemente il 20% della tiratura.”
Panerai racconta di come Della Valle si è mosso con gli altri soci per avere il loro sostegno: “Prima che partisse l’aumento di capitale, il fondatore di Tod’s aveva avuto vari incontri non solo con il presidente di Intesa-Sanpaolo, Giovanni Bazoli, ma anche con il consigliere delegato, Enrico Cucchiani, con l’amministratore delegato di Mediobanca, Alberto Nagel, e con altri azionisti. A tutti ha presentato il suo piano industriale per salvare Rcs e ha richiesto due atti: lo scioglimento del patto e la definizione di una nuova governance, dichiarandosi a queste condizioni disposto a sottoscrivere l’aumento di capitale. Sullo scioglimento del patto e l’abolizione dei sindacati di controllo in generale si è espresso pubblicamente Nagel. In maniera informale Cucchiani ha condiviso che il piano industriale di Della Valle sia il migliore”. Manovre inutili perché “ Elkann, bruciando tutti e avvertendoli all’ultimo momento, ha messo sul piatto il 20%. Poi lunedì 1º luglio è andato a far visita a Mediobanca, dove sicuramente gode dell’appoggio del presidente Renato Pagliaro, pur non avendo né Fiat né le finanziarie della famiglia alcun ruolo nella banca fondata da Cuccia, per saggia decisone di Gabetti e di Marchionne che furono d’accordo nel vendere la partecipazione che il gruppo possedeva.All’uscita dalla sede di Mediobanca, Elkann ha affermato che la sua idea di rinnovare il patto aveva trovato consensi nella banca, sottolineando la piena armonia degli azionisti”…. “ Fra pochi giorni ci saranno i conti di quanto è stato sottoscritto e quanto è rimasto inoptato dell’aumento di capitale. In un’azione per far uscire tutti allo scoperto, Della Valle ha dichiarato che è pronto a comprare tutto l’inoptato, che potrebbe essere intorno al 15%. Se così fosse raggiungerebbe e supererebbe la Fiat. Ma la Fiat rimarrà ferma? Decisivo sarà quindi l’atteggiamento degli altri azionisti. In confidenza dichiarano che lo scioglimento del patto è nei fatti e lucidamente i banchieri pensano che si dovrà discutere su due ipotesi: o un patto di pura consultazione o addirittura nessun patto. Se così fosse, nel primo caso comunque Elkann e Della Valle dovranno trovare un accordo; nel secondo caso tutti saranno liberi di aggregarsi sulla base del programma più credibile e più utile per ridare un futuro, sia pure ridimensionato, alla Rcs. Mancava anche questa partita a rendere ancora più instabile il sistema Italia. Ma poiché è iniziata, è bene che si concluda in modo da dare una svolta all’abbandono dei vecchi metodi del sistema economico-finanziario e del potere, dove le interminabili catene di controllo consentono di essere padroni con investimenti insignificanti. A conti fatti, per le tasche dirette di Elkann i 90 milioni che ha deciso di investire comportano un impegno di meno di 4 milioni di euro, visto che la Dicembre, la società in cima alla catena di controllo, ha circa il 30% della Giovanni Agnelli & C. sapa, che a sua volta ha poco più del 50% di Exor, che infine ha il 30% di Fiat. Da un imprenditore giovane, educato, impegnato come Elkann è giusto aspettarsi un segno di modernità e un contributo alla democrazia reale del Paese”.