26 luglio 2013 | 10:26

E’ uscito il nuovo numero di Prima Comunicazione

L’EDITORIALE – Mi ero ripromesso di smettere di parlare di Urbano Cairo a ogni numero del giornale. Ma mi dite voi come faccio a starmene zitto dopo il suo ultimo colpaccio – l’acquisto di una partecipazione del 2,8% – che gli ha spalancato le porte del salotto buono dei grandi soci Rcs? Quando ho letto il suo commento (“Entro in punta di piedi”) mi è sfuggito un sorriso che si è trasformato in un ghigno. Chi conosce Cairo sa bene che le sue punte dei piedi sono micidiali come quelle della killer della Spectre di James Bond, un colpo di tacco ed ecco che spunta una lama affilata e intinta di curaro, capace di tagliare con un leggero, impercettibile movimento gli zibidei di chi si mette in mezzo al suo cammino.
Mi hanno spesso chiesto perché ho sempre voluto bene a Urbano, uno che sembra un piacione ma poi, a conoscerlo bene rivela il piombo di una pur percettibile anche se nascosta timidezza. La risposta è semplice: mi piace per quella sua grinta, per quel suo genuino entusiasmo da imprenditore che ricorda i tipi alla Borghi della Candy, gente tosta che ha fatto l’Italia.
Per capire che tipo è Urbano Cairo bastava vederlo alla presentazione dei palinsesti di La7 agli inserzionisti pubblicitari e ai centri media.
All’inizio aveva il volto teso e stanco su cui si potevano leggere gli effetti delle giornate e delle notti passate a Roma a tagliare e cucire intorno a La7 (i 500mila euro di taxi hanno fatto notizia) e poi a selezionare star e a ridiscutere i contratti per i prossimi anni. Salito sul palco ha preso via via tono intavolando alla fine un gioco di rimpallo con la platea, tirata dentro nelle decisioni su quale giorno piazzare le new entry Sottile e Paragone: “Lo mettiamo al martedì?”. I pubblicitari erano divertiti e insieme conquistati. Era interessante anche vedere il rapporto familiare ma rispettoso con i mostri sacri come Michele Santoro e Lilli Gruber, soprannominati il Mattatore e la Signora (“Siete d’accordo che Santoro sia il Mattatore?” Chiedeva Cairo al pubblico che, come ai tempi del Colosseo degli antichi romani, rispondeva con un fragoroso “Sììììì!!!”)
Su Rcs Cairo si muove cauto, addirittura con umiltà come raccontiamo nella cronaca a pag. 42 e come spiega Smile a pag. 16. “Mi ha chiamato Claudio Calabi”, mi dice quando ci sentiamo per commentare la notizia, “e ti confesso che mi ha fatto piacere perché a lui devo molto. È uno che mi ha dato fiducia, affidandomi la gestione di tre testate Rizzoli e ha rappresentato il viatico della mia concessionaria e della mia storia imprenditoriale”.
Cairo che è molto bravo con i soldi ci avrà pensato bene prima di spendere 14 milioni per Rcs. Il risultato più immediato che ha ottenuto è di tipo ‘sociale’, diventando un interlocutore dei signori di peso che popolano la compagine azionaria e il Cda del gruppo. Piano piano e ‘in punta dei piedi’, Cairo è riuscito quest’anno ad assicurarsi un rapporto stretto con Telecom, con Mediobanca e con il potente studio Erede che ha curato i suoi interessi nella transazione per l’acquisto di La7. Mi ci gioco quello che volete che non finisce qui e che già pensa ad altre tele da tessere. Per Rcs è un ottimo acquisto essendo finalmente un interlocutore competente del business della carta stampata e della pubblicità.
Gente tosta da cui ti puoi aspettare di tutto. Prendete quel vero, autentico mastino di Rupert Murdoch. Ne ha combinate più di Bertoldo in Francia, è stato travolto da uno scandalo che in confronto le cene eleganti del Nostro (checché ne dicano i signori, anzi le signore magistrati) sono roba da far ridere i polli. Screditato, inseguito dalla giustizia, perfino abbandonato dalla bella e giovane moglie asiatica. Eppure eccolo lì, che trionfa sulla copertina di BusinessWeek, una rivista di economia che è considerata il quinto vangelo dalla comunità finanziaria mondiale e al cui interno un servizio accuratissimo spiega il come e il perché Mr. Shark è vivo e vegeto, pronto a tirar su paccate di soldi nei cinque continenti e forse anche su altri pianeti dopo la riorganizzazione in due nuove società del suo gruppo (una per la televisione e lo spettacolo, l’altra per l’informazione e la carta stampata) che aveva annunciato un anno fa e ha formalizzato a fine giugno. Del resto, il successo di Sky Italia – a cui dedichiamo uno speciale in occasione del suo decimo compleanno – sta lì a dimostrarlo in modo adamantino assicurandosi il primo posto per ricavi complessivi davanti a Mediaset e Rai (ho ancora nelle orecchie i discorsetti compunti di tanti esperti di media, di tanti giornalisti che si spacciano per acuti esegeti della realtà e dei tempi contemporanei che, dieci anni fa, scuotendo il capino con un’aria infurbita dicevano: “Una pay tv in Italia? Ma va là! Vedrai che quello si fa male”). ‘Quello’ non solo non si è fatto male ma è lì che se la ride come sa fare solo lui.
E a proposito dei nostri tempi e di giornalismo devo proprio dirlo che m’è venuta letteralmente la nausea a leggere della vicenda che ha visto mettere in mezzo persone per bene come Giampiero Raveggi, ex capo struttura di Raiuno ora in pensione, Chiara Calvagni attuale capostruttura dell’ufficio risorse oltre che moglie di Raveggi, e Chicco Agnese, ex responsabile dei palinsesti di Raiuno anche lui in pensione. Tutt’e tre messi sotto torchio da stampa e magistratura con l’accusa di concussione (o abuso di ufficio, non si capisce bene) dopo la sortita di un produttore, tale Piero Di Lorenzo. Due inchieste interne Rai hanno dimostrato la totale insussistenza dei fatti, eppure… Chissà perché si tira fuori la storia della ‘macchina del fango’ sempre e solo per gli amici, o gli amici degli amici. Per gli altri il fango può tranquillamente scorrere e seppellire nel giro di una giornata e sulle colonne dei giornali, carriere, professionalità e reputazioni conquistate con la fatica di una vita.

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