04 settembre 2013 | 12:54

Digitale, innovare oggi per guadagnare domani? Un falso problema

La diatriba tra fare profitti a breve termine e innovare per sopravvivere nel futuro, per Kevin Anderson, ex research editor del Guardian, è un falso problema. O, meglio, profitti e innovazione sono sulla stessa rotta. Lo spiega in un articolo del MediaBriefing pubblicato oggi 4 settembre.

Fonte themediabriefing.com

Fonte themediabriefing.com

È noto che i media sono stati investiti dalla “digital disruption”. È una definizione dal sapore un po’ apocalittico. Identifica tutti i cambiamenti introdotti dalle tecnologie digitali nei rapporti sociali, nei modi di creare profitti e di fare impresa e, più in generale, nel nostro modo di pensare.

Anderson riporta l’opinione di Neil Thackary, che paragona questa serie di fenomeni alla trama di un film catastrofico di serie B, quelli in cui la Terra viene distrutta da un asteroide.

In questo film, gli editori non reagiscono sempre allo stesso modo: c’è chi nega l’esistenza dell’asteroide e non crede che il digitale sia una minaccia; gli ha avvistato il corpo celeste diretto verso la Terra, ma crede che sia ancora troppo lontano; chi minimizza il problema e crede che i danni saranno minimi e, infine, i razionalisti che investono in una navicella spaziale per fuggire e salvarsi.

Ma aver individuato la minaccia non significa aver trovato il modo per salvare il pianeta. L’online non garantisce gli introiti della carta e, se le vendite in edicola sono in declino, per gli editori non c’è ancora una strategia per vincere la sfida del digitale.

Da questo punto di vista, una case history interessante è Kodak, riferisce l’ex editor del Guardian. Nel 1975 aveva già sviluppato una fotocamera digitale, ma non avrebbe mai potuto commercializzarla allora. Ha basato la propria attività sulle pellicole e la chimica, dove è diventata leader assoluta. Ma quando il mercato è diventato maturo, Kodak non ha saputo cogliere l’occasione e non è riuscita a mutare in fretta. E ora ha un peso marginale rispetto al passato. Allo stesso modo i media tradizionali sono stati gli unici detentori delle notizie e ora sono progressivamente marginalizzati.

L’economista Tim Harford, nel suo libro “Adattarsi: perché il successo inizia con un fallimento” dà la sua ricetta per l’industria editoriale: “Provare cose nuove, sapendo già che qualcuna fallirà; far sì che i fallimenti siano superabili; soprattutto bisogna esser sicuri di esser coscienti del perché si è falliti”.

Ma Anderson precisa: “Tra il 2009 e il 2010 dovevo rendere i costi delle sperimentazioni vicine allo zero, attraverso l’uso di servizi gratuiti o a basso costo, con l’obiettivo di aumentare l’engagement dei lettori, scovare storie attraverso l’analisi dei dati e rendere più efficiente il processo editoriale”.

Ma se innovare è diventato più semplice, non si può negare che le organizzazioni editoriali non sono startup tecnologiche. Sono strutture complesse e, da questo punto divista, i cambiamenti sono più difficili da intraprendere.