Editoria, New media

05 settembre 2013 | 11:59

L’Economist al tempo dei social. Un racconto delle sue strategie digitali

Settembre 1843, primo numero dell’Economist. Questo è il suo 170° anniversario e il settimanale economico britannico racconta come è cambiato, rimanendo fedele al suo mantra: “esser parte di un difficile contesto, dove ci sono due forze contrapporte: l’intelligenza spinge in avanti e la vile ignoranza ostacola il progersso”.

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Mark Johnson, community manager all’Economist

In un lungo articolo di oggi su Journalism.co.uk, Mark Johnson, community manager dell’Economist, racconta come il settimanale si stia muovendo sul web. Il sito web sfiora 1,6 milioni di utenti unici mensili (dati ComScore), solo negli Stati Uniti. Grazie Internet, quindi, viene letto al di fuori dei confini nazionali.

La presenza sui social network è stata un importante vettore per aumentare il traffico, e l’Economist vanta strategie di engagement su Twitter, Facebook, Google+ e Tumblr, sta inoltre sperimentando Reddit, social network open source molto apprezzato negli Stati Uniti.

Per Journalism.co.uk, Mark Johnson ha riassunto la strategia social della rivista in sette punti:

1. Prender parte a eventi sul web. Le conversazioni tra i giornalisti e gli utenti si svolgono su Twitter, ma anche ogni mese con gli Hangout di Google+, in diretta streaming. Così l’Economist è arrivato a 3,7 milioni di follower e 4,6 seguaci su Google+.
La sezione “chiedi all’Economist” è integrata nel sito web, anche se si svolge su Twitter. Così da poter aumentare le pagine viste e ospitare pubblicità.

2. “Promiscuità e perseveranza”. Ecco la formula con cui Johnson definisce il suo modo di sperimentare. All’inizio non era fiducioso su Google+, ma con pazienza è riuscito a estendere la comunità a milioni di utenti. Su Tumblr i seguaci sono 100 milla. Non molti, ma non è una scusa per abbandonarlo.
Su Reddit stanno sperimentando gli AskMeAnything, con gli utenti possono stabilire una ricca conversazione con un personaggio famoso.

3. Approccio specifico. Non solo per i contenuti, ma anche per i modi di condivisione e per la frequenza dei post. Su Twitter si ha più successo se si pubblica molto, su Facebook la qualità dei post prevale sulla quantità.
Anche gli strumenti analitici sono diversi, indispensabile per Twitter è SocialFlow: aiuta a creare cinguettii con i feed Rss e identifica gli orari ideali per twittare.

4. Attenzione all’analisi dei dati. Questo migliora l’impatto sugli utenti, che vogliono essere informati al momento giusto, e nel modo giusto: “su Facebook abbiamo fatto molti test per trovare la lunghezza ideale dei post, e questo si può stabilire solo con l’analisi dei dati. Non solo views ma anche da dove vengono i referral (il numero di citazioni). Questo non può essere più ignorato”, continua Johnson.

5. Differenti strategie per diversi account. Su Twitter c’è @TheEconomist, dove si rimanda agli articoli del giornale e tanti sub-account, dove i giornalisti sono più creativi. Non troppo però, Tweet troppo stragavanti infastidiscono i lettori, che sanno cosa vogliono.

6. Fedeltà alla testata. Gli approcci sono diversi, ma devono riflettere i valori dell’Economist: devono essere distintivi e riconoscibili.

7. Scrivere contenuti pensando ai social. Un esempio, spiega Johnson, è il blog “l’Economist spiega”, che dà ai lettori risposte brevi a domande ricorrenti.