11 settembre 2013 | 13:28

Riptide, il giornalismo nel vortice del cambiamento tra distruttori e disintermediazione

I mutamenti in corso nel giornalismo raccontati con gli strumenti del multimedia storytelling. Si chiama Riptide, ed è un esperimento del Nieman Lab, il sito della scuola di giornalismo di Harvard.

È stato prodotto da tre veterani del giornalismo e tra i primi a interessarsi al digitale: John Huey, Martin Nisenholtz e Paul Sagan. Riptide è una metafora. È il vortice, la corrente a spirale che risucchia qualunque cosa e alla quale è difficilissimo opporsi. Come i cambiamenti  in corso nell’industria dei media.

Riptide

È proprio Riptide, con il suo percorso non-lineare e i contenuti multimediali, a dimostrare com’è possibile raccontare una storia oggi. E fornisce una documentazione essenziale per chi voglia capire, come il link a Post industrial journalism, ormai un classico. Il racconto si snoda in 15 capitoli tra video, interviste e foto ad alta risoluzione. Il finale è aperto, s’intitola: “solo il tempo può dirlo”.

Google, Facebook, Twitter sono i grandi destabilizzatori dell’informazione, i disruptor che hanno sottratto il dominio dell’informazione agli Hearst, Pulitzer, Sulzberger e Graham, le storiche famiglie dell’editoria.

I protagonisti sono proprio i disruptor come i fondatori dell’aggregatore Business Insider e Om Malik di GigaOm, Andrew Sullivan di The Dish, Erich Smidth di Google, Betsy Morgan, ex ceo dell’Huffington Post, dirigenti di Aol, Yahoo ma ci sono anche personaggi dei media tradizionali come Gerald M. Levin, ex ceo di Time Warner e Harry Motro, ex ceo di cnn.com. Ci sono anche i grandi innovatori del web come Tim Berners-Lee, il suo inventore e Matt Mullenweb, creatore di WordPress e moltissimi altri.

Natascha Fioretti ha recensito in italiano il progetto sul sito dell’European Journalism Observatory.

Non mancano però le critiche, raccolte da Poynter.org. Emily Bell, peso massimo in questo campo, nota che tra le molte interviste ci sono solo cinque donne. E chi rincara la dose: tra le 61 interviste solo due non sono rivolte a bianchi. Insomma, in questo bellissimo racconto mancherebbe la diversità. C’è chi prova a fare una proposta su Twitter: “Potremmo creare una storia alternativa per il giornalismo digitale e farla in crownsourcing”