11 settembre 2013 | 18:08

Un anno fa era scandaloso, ora è la norma: il New Yorker si è aperto ai contenuti sponsorizzati

Anche il New Yorker si è aperto al native advertising, con la strada dei contenuti sponsorizzati, lo racconta Digiday. È una strada già battuta tanto dalle testate solo digitali come BuzzFeed quanto da brand più tradizionali come Forbes e l’Atlantic.

All’inizio del 2013 l’Atlantic pubblicò un contenuto sponsorizzato da Scientology e l’indignazione fu enorme, tanto ta costringere il direttore a scusarsi sul sito. Si parlava del nuovo leader e di un nuovo corso per la setta delle star. Ad agosto, quando il New Yorker ha lanciato i contenuti sponsorizzati, nessuno ha battuto ciglio. I tempi sono cambiati.

Articoli di questo tipo sono ideati dal comparto business dell’azienda che sponsorizza la pubblicazione. Com’è avvenuto con “cinque modi per creae un servizio cloud migliore“, scritto da Frank De Cilio, un ingegnere IBM. Il post è stato categorizzato come “contenuto sponsorizzato” e, in un box a sé, “il contenuto è stato creato da un partner commerciale del New Yorker, o per conto di esso. Non è stato scritto dalla redazione del New Yorker”.

Quella della rivista newyorkese è una lenta tradizione verso il web. Fino al 2011 l’homepage veniva aggiornata solo due volte al giorno e i contenuti pasasvano dal rigoroso fact-checking della redazione. Ma ciò non funziona con il metabolismo di internet, commenta Sternberg.

Ora interagisce con i lettori attraverso Facebook e Twitter. A giugno è entrata nel team editoriale Breda O’Reilly come direttrice del settore pubblicità, prima era a capo del settore vendite del Guardiana e prim’ancora direttrice del digital advertising per l’Atlantic. È senz’altro un’esperta nel campo.

“In questo caso la forza del brand conta, perché un articolo scritto per il New Yorker è diverso da un articolo pernsato per BuzzFeed, ma non dev’essere sopravvalutata. È però interessante notare che i brand lanciati nel native advertising ci tengono molto alla qualità dei contenuti. Devono essere ben strutturati, altrimenti il danno d’immagine è doppio: nessuno leggerà più il magazine e nessuno comprerà il prodotto”, conclude O’Reilly.