23 settembre 2013 | 17:25

Google abbandona i cookie. Che cosa comporta per il futuro degli editori e della pubblicità online?

Il mondo della pubblicità sta diventando sempre più digitale, più basato sui dati e l’impianto delle campagne si orienta sempre di più verso il real time. La decisione di Google di rinunciare ai cookie (quei piccoli file utilizzati dalle società di advertising per monitorare la navigazione degli utenti) si iscrive in questo scenario di cambiamento tecnologico.

Secondo quanto riportato da Jasper Jackson su The media briefing Google potrebbe usare un sistema proprietario che rimpiazzerà i cookie, si chiamerà Ad id. Ciò può aprire due scenari: da un lato, per gli editori aumenterebbe la dipendenza da Google, dall’altro può essere un’opportunità per riprendere le redini dell’innovazione tecnologica.

Ma i cookie presentavano già due ordini di problemi:
1. sono sempre stati un problema per la privacy e sono spesso bloccati dai browser Internet. Anche la Commissione europea ha stilato una direttiva per regolamentarli;
2. non funzionano sul mobile, in particolare Apple si è assicurata che nessuno dei suoi dispositivi li accetti.

Eppure non è ancora chiaro come funzionerà il nuovo sistema di Google. Per alcuni i dati verrebbero pescati dai dati di login. Gmail infatti è il servizio di posta più utilizzato e anche Chrome sta diventando un browser popolare, ciò comporta che tutti hanno un account di Big G.

L’industria editoriale può allora rinunciare a lavorare con Google oppure ideare altri sistemi che la rendano indipendente. I dati gestiti dagli editori possono però essere una base per rinegoziare i rapporti tra le aziende, commenta Jackson. Può essere l’occasione per creare consorzi tra editori per scambiare la pubblicità. Allo stato attuale le aziende di digital advertising non hanno nessun tipo di integrazione tra loro, perché il loro ecosistema è controllato da Google.

Di certo la mossa di Google può mettere sia chi si occupa di pubblicità online sia gli editori in difficoltà, se decidesse di imporre direttive stringenti sull’utilizzo dei dati. Un cambiamento che non necessariamente andrà a vantaggio degli utenti.