23 settembre 2013 | 18:24

Il giornalismo non può (più) sopravvivere senza un ricco benefattore o video con i gattini

Il giornalismo non è mai riuscito a sopravvivere da sé, ha sempre avuto bisogno di qualcosa che lo sostenesse. Ci sono molte cose per cui la gente pagherebbe, ma le notizie in sé non sembrano essere tra le priorità. È l’opinione di Matthew Ingram che su Paid content dice anche che, sebbene le campagne di crowdfunding per finanziare inchieste e reportage funzionino, è difficile applicarle a tutto l’ecosistema dell’informazione. 

Il suo articolo è interessante per la prospettiva storica con cui viene analizzata la crisi attuale dell’editoria. Anche nel Ventesimo secolo l’industria delle notizie si è appoggiata a qualcos’altro: la pubblicità, gli oroscopi, i fumetti e molte altre cose che non sono notizie. Sono i pilastri che permettevano all’edificio di mantenersi in piedi e ora internet li ha abbattuti.

Il Wall Street Journal, il New York Times e il Financial Times sono riusciti a cambiare il loro modello di business e a non soccombere, ma nonostante ciò hanno dovuto licenziare personale. Per i due quotidiani newyorkesi, in particolare, è la ricchezza dei proprietari a mantenerli in vita. E lo stesso Murdoch paga le perdite del New York Post, che ammontano a 100 milioni di dollari ogni anno. Il Guardian invece è retto da un trust familiare (Scott Trust Limited).

Per quanto riguarda le testate online: l’Huffington Post, è finanziato dal il gigante di Internet America Online mentre l’autorevole sito tecnologico All Things D era a sua volta del Wall Street Journal prima di scegliere l’indipendenza. Ora è alla ricerca di un altro partner, probabilmente perché la pubblicità da sola non è sufficiente a mandare avanti il sito. BuzzFeed e Business Insider, Ingram è scettico sulla loro profittabilità, per quanto i loro fondatori l’abbiano più volte dichiarata alla stampa. I reportage di BuzzFeed non portano tanto traffico quanto le celebri gif animate con gattini o dalle photogallery, e non è ancora chiaro in quale misura i contenuti sponsorizzati riempiano le casse del sito.

Ingram allora traccia i confini entro i quali il giornalismo può ritenersi sostenibile:
1. con un ricco benefattore: è il caso di Bezos e il Washington Post e l’Independent, dell’oligarca russo Alexander Lebedev, o il Boston Globe, comprato di recente dal miliardario John Henry, proprietario di un hendge-fund.

2. campagne di donazioni: ProPublica, autorevole network di giornalismo investigativo è basato su un modello non-profit e riesce a ottenere donazioni per il valore sociale delle inchieste.

3. diversificare il business: è il caso  dell’Huffington Post, che scambia le informazioni di navigazione degli utenti con il proprietario, America Online.

4. puntare sulle notizie leggere: BuzzFeed è l’esempio più celebre. Ma, si chiede Ingram, riuscirà a raggiungere la massa critica per poter essere acquistato da un’azienda più grande, com’è successo con l’Huffington Post?

5. fondere i quattro modelli: l’Economist combina modelli di abbonamento, contenuti d’intrattenimento, conferenze e ha alle spalle un ricco benefattore.

Matthew Ingram non fa previsioni su quale modello prevarrà, ma trae una conclusione: l’industria editoriale non può basarsi sulle notizie come fonte primaria di sostentamento.