Editoria

25 settembre 2013 | 17:29

Fede e informazione: dialogo tra Chiesa e giornalisti con Scalfari e Ravasi

(ANSA) Dopo la lettera di un Papa al fondatore di un giornale, dopo un’altra lettera di un Papa emerito a un matematico ateo, pubblicata dallo stesso giornale, gli uomini di Chiesa e il mondo della stampa si riuniscono attorno a un tavolo per parlare di dialogo tra credenti e non credenti e di rapporto tra fede, informazione e verità. Obiettivo la ricerca di punti comuni per uno stimolo reciproco, in primo luogo in termini etici, in una società in rapido cambiamento sul piano delle culture e dei linguaggi. E’ proprio il confronto tra il destinatario della lettera di papa Francesco, il non credente ma “innamorato di Gesù” Eugenio Scalfari, e il “ministro” vaticano della Cultura, cardinale Gianfranco Ravasi, ad aprire i giochi del “Cortile dei giornalisti”, l’appuntamento dedicato alla stampa dal “Cortile dei gentili”, spazio vaticano per il dialogo con chi non ha fede, capace oggi di riunire nel Tempio di Adriano, a Roma, una sfilza di direttori di tutte le maggiori testate italiane. “Se un pastore non si interessa di comunicazione è al di fuori del suo ministero – dice Ravasi -. Gesù disse: andate e fate l’araldo, proclamate l’annuncio sui tetti. E oggi questo non si può fare con la retorica classica”. Il problema è che con i nuovi sistemi comunicativi online avanza “un nuovo modello umano”, oltre che una “nuova grammatica”. Ma soprattutto, per Ravasi, “cambia il concetto di verità”, che oggi non è più vista come in passato “esterna e da conquistare”, bensì “elaborata dal soggetto, che estrae la sua visione dalle mille fonti possibili, pronto anche a cambiarla in un momento”. Per Ravasi, comunque, “tema fondamentale della verità, che esiste in sé e fino a quando non la acquisisci non esiste, è la ricerca”. E lo dice proprio in rapporto a uno Scalfari che afferma di “non cercare Dio”, perché, spiega il porporato citando Platone, “una vita senza ricerca non merita di essere vissuta”. Scalfari ricorda l’aver vinto, da ragazzo, il premio del catechismo di tutte le parrocchie di Roma, l’aver poi fatto un mese e mezzo di esercizi spirituali con i Gesuiti da cui si era rifugiato come renitente alla leva, e di aver appreso da loro “il ragionamento, la logica”. “Devo molto ai Gesuiti – sottolinea – ma sono innamorato dei Francescani, e oggi con l’attuale Papa c’è la combinazione di questa ascendenza”. Sullo sfondo della sala la gigantografia della prima pagina di Repubblica con la lettera di Bergoglio allo stesso Scalfari. Rispetto a Ravasi, Scalfari afferma “posizioni diverse ma che si fanno lievito di una terra che merita di essere fertilizzata”: d’altronde “non è che io voglia convertire Ravasi né lui deve convertire me”. Gli sta comunque a cuore il fatto che, mentre oggi si va verso un nuovo mondo, “il nostro compito è trasmettere il retaggio della civiltà, e la religione è un veicolo fondamentale per trasmettere questo retaggio”. Inoltre, a partire dal Gesù che dice “ama il prossimo tuo come te stesso”, oggi “in un mondo in cui il narcisismo ha superato la soglia del patologico” dobbiamo “far tornare almeno in parità l’amore per sé e l’amore per il prossimo”. Molte le sollecitazioni lanciate dai direttori dei quotidiani presenti all’affollato incontro e riguardanti sia il rapporto con la fede sia l’attività informativa in sé. Per Ferruccio De Bortoli (Corriere della Sera), “se c’è una colpa di cui ci siamo macchiati è non aver rispettato la centralità della persona, spesso dimenticata nella rapidità dell’informazione, col rischio anche di distruggere vite umane”. De Bortoli, che ai giornalisti ha raccomandato di non sentirsi mai “depositari della verità” e di farsi accompagnare dal “beneficio laico del dubbio”, ha anche espresso “dubbi” sull’opportunità che il Papa sia presente su Twitter. Ezio Mauro (La Repubblica), ha richiamato all’”onestà” nei confronti dei lettori e alla “separatezza” rispetto al potere: “per fare questo mestiere non dobbiamo essere complici del potere, dobbiamo stare nel ‘cortile’, tra le gente”. Grande apprezzamento, inoltre, verso la “rivoluzione” di contenuti e di linguaggi impressa nella Chiesa dal pontificato di Francesco: un esempio del fatto che “la realtà va sempre oltre ogni stereotipo”. Per Mario Calabresi (La Stampa), dall’intervista di Bergoglio a Civiltà Cattolica emerge l’immagine di una “Chiesa che non può più stare nel vestito che gli è stato cucito addosso”, e da questo punto di vista sono “tempi grami per i pigri e affascinanti per chi vuole seguire l’evoluzione dei tempi”. Secondo Roberto Napoletano (Il Sole 24 ore), “la ragione allarga il suo orizzonte con la fede, perché la fede ti sorprende, ha lo sguardo sull’abisso. Ma la fede ha bisogno della ragione, e in questo dialogo anche l’ateo deve riconoscere una cosa importante: che la fede è un dono”. Per Virman Cusenza (Il messaggero), sulla scorta di termini usati da Bergoglio, anche “il giornalista deve andare alle ‘periferie culturali’”, mentre persino le inchieste giudiziarie che hanno preso di mira ad esempio lo Ior, alla fine, “vanno a favore della Chiesa e incentivano l’azione di rinnovamento”. Il dialogo tra stampa e religione, presente anche il direttore di Avvenire Marco Tarquinio, va avanti anche con citazioni bibliche. E il suggello, alla fine, lo mette il direttore dell’Osservatore Romano, quotidiano della Santa Sede, Giovanni Maria Vian: “il giornale è la Bibbia laica, ma molto più interessante è la Scrittura Sacra vera”. (ANSA, 25 settembre 2013).