Per una critica dei big data: analizzare informazioni per prenderne possesso

I big data sono ovunque. Hanno contribuito alla seconda vittoria di Barack Obama e permettono di predire lo sviluppo di focolai influenzali. C’è quasi un rispetto religioso verso gli esperti dei dati, che vengono chiamati “big data evangelists”. Sono i nuovi decision-maker che, negli Stati Uniti, stanno guadagnando potere anche nelle scelte di prevenzione del crimine.

Bruce Schenier ne suo blog dedicato alla tecnologia segnala un saggio interessante di Neil M. Richards e Jonathan H. King della Facoltà di legge dell’Università di Stanford, s’intitola “Tre paradossi sui big data” (Three Paradoxes of Big Data). Mette in evidenza come, dalla retorica dell’analisi dei dati, siano esclusi i pericoli. E per avere una visione completa di questo fenomeno  non si possono escludere le critiche.

Richards e King notano che di tutti i dati privati raccolti in modo pervasivo, sono protetti dal segreto industriale, perché il meccanismo di raccolta è basato su algoritmi proprietari. Quindi, pur sostenendosi sulla disponibilità di grandi quantità di informazioni, di fatto, nell’analizzarle vengono espropriate. Inoltre il potere di trasformare la società che vantano gli evangelisti dei big data non è a beneficio della collettività ma delle grandi corporation.

Il documento è disponibile in versione integrale sul sito del Social science research network.

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