30 settembre 2013 | 11:17

Cercarsi su Google, quando l’ego diventa digitale

In un articolo su Corriere.it si riportano i dati di una ricerca condotta dal Pew Research Center nel 2012 sulla tentazione irresistibile di cercare su Google quello che si dice di noi, in gergo ‘egosurfing’, quel che emerge è il ritratto di giovani narcisi 2.0.

(Serena Danna, Corriere.it) Un navigatore su due scrive il proprio nome nei motori di ricerca: i più narcisi sono i ragazzi istruiti tra i 18 e i 29 anni.

Egosurfer, è l’utente di internet che cerca, con i motori di ricerca e i social, informazioni sul proprio conto.
In gergo internet si chiama ‘egosurfing’ e indica la pratica di cercare informazioni sul proprio conto sul web. Difficile credere che esista ancora qualcuno immune dalla tentazione: almeno una volta nella vita tutti hanno inserito nome e cognome su Google, sfidando la paura di trovare brutte notizie o, peggio, solo omonimie, al massimo il link alla pagina Facebook.

die zeit

die zeit del 7/08/2013

Secondo il Pew Research Center nel 2012 lo ha fatto il 56% degli americani. Rispetto al 2001, primo anno dell’indagine Pew, il numero di egosurfer è salito del 22%. Il 58% sono maschi e bianchi, mentre la percentuale più alta per fasce di età si ritrova tra gli utenti tra i 18 e i 29 anni (con il 64%), seguiti da quelli tra i 30 e i 49 anni (58%). Dopo i cinquanta l’attenzione per se stessi cala, forse perché sostituita da quella per figli e nipotini da rincorrere online tra Facebook, Twitter e Ask.fm. La ricerca mostra che il 24% degli intervistati non utilizza esclusivamente i motori di ricerca per le indagini biografiche, ma anche social network, forum e altri siti.

L’aspetto più interessante dello studio riguarda tuttavia la condizione socioeconomica degli egosurfer. Il 68% di essi è laureato, mentre il 43% ha il diploma. L’attenzione per la propria reputazione online non cresce solo insieme agli anni di studio, ma è anche proporzionale al reddito: il 66% degli habitué della ricerca ha entrate superiori ai 75 mila dollari l’anno. Insomma, più sei ricco più diventi attento alla carta d’identità online. Facile pensare che dietro la ‘nuova’ abitudine degli utenti americani (ma scommettiamo che vale per tutti i Paesi ‘connessi’) ci sia l’ennesima conseguenza dell’individualismo narcisista nell’era di internet: quella ‘me generation’ che ha fatto la fortuna di riviste e convegni di psicologia.

Come se la rete fosse davvero un agente capace di modificare la nostra mente. La questione è molto più pragmatica: se dieci anni fa l’identità online era affare da nerd o, per di più, da narcisi, oggi è necessario curarla meglio del curriculum e delle relazioni sociali.

“È diventato sempre più importante verificare le nostre tracce digitali accessibili a tutti” ha dichiarato l’autrice dello studio Pew, Mary Madden. “Impiegati, esaminatori, partner: tutti utilizzano i motori di ricerca per scavare nel passato e nel presente delle persone. Per questo motivo la gestione della reputazione online è diventata un affare sociale e professionale per molti nell’era digitale”.

Ne sanno qualcosa gli studenti americani che si sono visti negare l’accesso al college lo scorso anno perché più di 500 funzionari avevano esaminato i loro profili sui social network (ammettendolo poi al Kaplan Test Prep survey), oppure i lavoratori che ogni giorno vengono “scartati” per post su Facebook o commenti sparsi qua e là nella Rete. A volte un contenuto imbarazzante online può pregiudicare percorsi professionali e sentimentali.

E se il web mette a disposizione strumenti gratuiti, come Google Alerts, che avvisano in caso di nuove pubblicazioni sul proprio conto, la reputazione online è diventato un business non solo per chi sa amministrarla (con conseguente proliferazione di agenzie dedicate), ma anche per chi può sanarla. Federica Colonna ha raccontato sulla ‘Lettura’ che in Italia ‘rifarsi’ la reputazione digitale costa circa diecimila euro.

Ovviamente è vero anche il contrario: una buona immagine online può essere un volano per (alcune) carriere scolastiche e professionali. Non a caso, gli ultimi anni hanno visto la bolla – finalmente sgonfiata – di software e servizi – Klout, PROskore, Kred, Swa, Karisma – per misurare la propria influenza su Internet. Strumenti che hanno rappresentato la fortuna e la disgrazia di molti manager americani, promossi o licenziati a seconda del punteggio su Klout. (Corriere.it, 30 settembre 2013)