21 ottobre 2013 | 10:15

Brunetta non molla: “Cacciamo dalla Rai la macchina da guerra rossa”

Linguaggio militare, analisi gramsciana della presa di potere della sinistra in Rai. Renato Brunetta non molla e occupa un’intera pagina del ‘Giornale’ di oggi 21 ottobre: “E adesso cacciamo dalla Rai la macchina da guerra rossa”. Sembra un delirio. Ma se si va sul profilo Facebook dell’esponente del Pdl e si leggono i commenti, sulle storie della Rai Brunetta il segno lo lascia.

Renato Brunetta

Renato Brunetta

Riportiamo l’articolo, disponibile sul sito web del ‘Giornale‘:

 

Senza vergogna. Se uno chiede trasparenza sui compensi di Crozza, Fazio, Benigni, Littizzetto, ecco che viene subito accusato di voler distruggere la Rai per favorire Mediaset. Come se loro rappresentassero la Rai. Spudorati e indecenti, soprattutto dalle parti di Repubblica.
Ma perfetto segno del degrado culturale, esistenziale e politico in cui è precipitata la sinistra.
C’è una parola tratta dal linguaggio militare che è perfetta per osservare la continuità della strategia comunista. Esiste un dna della mente, del desiderio. Che è quello della presa del potere attraverso una guerra che non versa nelle intenzioni il sangue del prossimo, ma costringe alla resa delle coscienze, che si mettono nelle mani di chi ha la potente arma di una cultura vincente. Vincente non perché ha ragione, ma perché ha saputo affermarsi insediandosi nei luoghi da cui si dominano le vie di fuga del nemico.
Gramsci teorizzò la conquista del potere attraverso il possesso delle coscienze del popolo. È stato il primo a definire il concetto di «società civile». Si tratta allora di penetrare la società civile trasferendovi la cultura delle élites materialiste e dialettiche. Ma com’è possibile questa conquista? Ecco allora la formula delle «casematte». Che cos’è la «casamatta»? È una macchina da guerra un po’ datata. La casamatta è il locale di un’opera di fortificazione, chiuso all’interno e coperto nella parte superiore a prova di bomba, munito di una o più cannoniere, destinato nella maggior parte dei casi a ricevere artiglierie. Ecco, secondo Gramsci, la presa del potere sulla società civile per assimilarla all’ideologia del Nuovo Principe, il Pci, doveva passare attraverso la occupazione delle casematte. Se le prendi, sei invulnerabile. Ogni epoca ha le sue casematte. La lezione gramsciana della guerra di posizione ha individuato nel nostro paese tre casematte principali. Tre luoghi del dominio comunista: la magistratura; la cultura; i mass media.
La casamatta della magistratura è stata occupata progressivamente sin dal 1945, grazie alla posizione di ministro guardasigilli di Togliatti. Ha avuto il suo momento apicale con la fine degli anni ’80. È passata prima dalla conquista delle procure per poi passare alla magistratura giudicante, ricattata attraverso la principale casamatta del potere giudiziario: il Csm.
Il lavoro da fare nella comunicazione è quanto qui vorremmo esporre. La Rai è di fatto il motore della cultura italiana profonda. La scoprì la Dc, l’ha coltivata, con ben altra tempra politica e organizzativa, il Pci. Da sempre Rai3 si pone come avanguardia, è il «tom tom» sulla road map per affermare un’egemonia culturale. È il punto di asserita ribellione al controllo dell’Arcinemico. Una volta era il Pentapartito e in particolare il Caf. Oggi è il punto di massimo ascolto dei talk show e degli infotainment. Che tempo che fa e Ballarò, ma anche Agorà praticano una filosofia della medietà, sono un tappeto comodo per tutti. In realtà, in particolare Fabio Fazio, con la sua cantilena quieta, il suo volto perbene, da oratoriano appena rientrato dal seminario, realizzano il mito di una sinistra equilibrata, moralista il giusto, che ama arte e scienza, e rispetta tutti, purché accettino il pentagramma di valori esemplificati da Fazio.
Così Ballarò. Così – anche se la testata non è riferibile a Rai3, ma essendo lì ospitata, ne assorbe i caratteri di autorevolezza – anche il TgR. Il mio lavoro è stato quello di demitizzare questi pretesi eroi . Le cifre sono testarde. Abbiamo fatto emergere come loro caschino sulla parentela ideologica di ospiti politici e no. E quindi sono dovuti per forza essere tutti sanzionati dall’AgCom.
La mia presenza da Fazio ha posto davanti al conduttore gli stessi elementi di scandalo per la ricchezza che sono il sale della cultura di sinistra. Incidendo su quel tipo di pubblico portato, per protestare, a convergere su Grillo. Non si tratta ovviamente di attaccare le persone, ma il mito che essi rappresentano (su www.ilmattinale.it abbiamo già iniziato a farlo sulla giustizia). Sono sicuro che gli oltre 10mila uomini e donne lavoratori della Rai stanno organizzando una pacifica rivolta o almeno una class action. La sinistra e i commentatori di riferimento hanno deciso che la Rai sono i tre comici non dipendenti, ma strapagati, senza di cui la Rai sarebbe morta. Gli attacchi che ho subìto per aver banalmente chiesto trasparenza sui contratti di Fazio, Crozza e Benigni sono stati intesi come se la Rai coincidesse con questi tre comici, cui va garantito lo status divino.
Sarebbe tutta lì, dicono involontariamente le reazioni di Pd e soci, la consistenza della più grande realtà culturale d’Europa. Se è così, questa è un’offesa colossale alla dignità del capitale umano della Rai, che non ha certo bisogno di nascondersi dietro la barbetta négligée di Fazio. Oppure se davvero la Rai coincide con i tre moschettieri della sinistra, perché gli italiani dovrebbero essere costretti a pagare un canone che offre la benzina alla comica macchina da guerra di propaganda del Pd?
La Rai dovrebbe ritrovare se stessa, rendendosi conto di essere uno dei pochi acquirenti, specie nelle ore della prima serata, delle «performance» che gli artisti o i conduttori di programmi offrono. E se per un prodotto c’è un solo acquirente (o pochi) a fronte di una pluralità di venditori, beh, il prezzo lo fa l’acquirente, la Rai. Sono le regole del mercato. Se poi al venditore non va bene il compenso offerto, sarà libero di cercarsi acquirenti altrove. Solo così la Rai recupererà la sua allure e sarà l’artista/conduttore a diventare famoso: non la Rai ad acquisire valore perché ci lavora Tizio o Caio.
Così come Fazio non può giustificare il suo compenso sostenendo che il suo programma porti all’azienda più ricavi che costi. Che tempo che fa è un programma di infotainment pensata per fare share, ascolti, introiti. In un’azienda sana, e a maggior ragione nella tv di Stato, una trasmissione di questo tipo dovrebbe e deve servire per garantire la possibilità di fare altri programmi in altre fasce orarie e che magari incassano molto poco dal mercato. Bene che esista e bene che vada a gonfie vele. Meno bene il fatto che le sue star si sentano autorizzate a chiedere e a ricevere compensi da nababbi.
Gramsci non si sa se sarebbe contento. Qui segnaliamo che la macchina da guerra comunista è diventata prima la «gioiosa macchina da guerra» progressista di Occhetto, e oggi la «comica macchina da guerra», condotta dai Benigni, dai Crozza, dai Fazio, dalle Littizzetto. Una casamatta che si è posizionata come una sanguisuga nella Rai. Smontiamo la casamatta. Basta con le rendite parassitarie che ammazzano il profitto della libertà.