21 ottobre 2013 | 16:55

Il New York Times intervista il fondatore di eBay sul nuovo progetto giornalistico con l’autore del Datagate

Il progetto sarebbe dovuto rimanere ancora segreto ma, dopo lo scoop di BuzzFeed, è diventato di pubblico dominio: Glenn Greenwald (il giornalista del Datagate) e Pierre Omidyar (il fondatore di eBay) si sono uniti per costruire da zero un sito di notizie.

Forse è ancora troppo presto per parlarne, dichiara lo stesso Omidyar, ma la notizia è di portata enorme: un miliardario della Silicon Vallery ha scelto uno dei giornalisti d’inchiesta più noti degli ultimi tempi per dedicarsi a un business dalle prospettive non proprio rosee.

Pierre Omidyar

Pierre Omidyar, fondatore di eBay

David Carr, editorialista del New York Times, ha intervistato Omidyar e gli ha chiesto maggiori dettagli sul nuovo sito: non sarà dedicato solo alle inchieste e la tecnologia avrà una parte importante.

David Carr: Tra le tante cose in cui si possono investire tempo e soldi, perché proprio il giornalismo?

Pierre Omidyar: Le mie origini e la mia formazione sono nel mondo della tecnologia, ma da tempo mi dedico alla filantropia. Provo a utilizzare l’informatica per rendere il mondo un posto migliore. Una parte delle mie attività è incentrata sulla promozione della la trasparenza nelle attività governative, con l’obiettivo per rendere le istituzioni più affidabili. Ma come spiegare l’utilità di tutto ciò a un pubblico più vasto?

Io e mia moglie abbiamo vissuto alle Hawaii per circa sette anni e abbiamo notato che molti eventi venivano trascurati dai giornali. C’è una progressiva riduzione della capacità di raccontare storie da parte delle redazioni.

Ho voluto sporcarmi le mani e imparare cosa significa lavorare con i giornalisti, ho visto in prima persona l’impatto sul pubblico di un’inchiesta, ed è stato molto positivo. Dopo quest’esperienza [Omidyar si riferisce all''Honolulu Civil Beat', il giornale che ha fondato nel 2010] ho deciso di intraprendere un’avventura più impegnativa.

C: Quest’avventura sembra riguardare la trasparenza e i problemi legati alla segretezza. Che cosa l’ha spinta in questa direzione?

O: È successo prima del Datagate. Abbiamo visto molti passi falsi del Dipartimento della Giustizia statunitense: la redazione dell’Associated Press messa sotto sorveglianza, il giornalista James Rosen di Fox News accusato di cospirazione e tanti altri usi impropri dell’Espionage Act. Mi fa pensare che, anche in una grande nazione come gli Stati Uniti, ci sono pressioni per limitare la libertà di stampa. Quando tutto è messo sotto sorveglianza è impossibile che venga rispettato appieno il primo emendamento, perché le fonti hanno paura di parlare.

C: Allora perché non entrare nella partita per l’acquisto del ‘Washington Post’?

O: A maggio abbiamo pensato concretamente all’acquisto del Post. Poi ho iniziato a pensare come usare quei soldi in altri modi. Al ‘Civil Beat’ ho imparato che l’esperienza è tanto importante quanto la passione per un argomento, per questo ho pensato a Glenn Greenwald, a Laura Poitras e a Jeremy Scahill. Sono persone che si espongono in prima persona e vogliono essere trasparenti. Non esprimono opinioni infondate. Il loro metodo di lavoro è questo: “Io so qualcosa su quest’argomento. Ecco come ne sono venuto a conoscenza, ho imparato queste cose e voglio raccontarti che cosa ne penso in propososito”.

C: Ma oltre ai soldi, che cosa mette sul piatto?

O: Chi viene dal mondo della tecnologia affronta i problemi così: se il sistema funziona in un certo modo, per far sì che cambino i risultati devo cambiare le regole del sistema e farlo lavorare in modo diverso. Pensi a cosa ha fatto Google, Facebook, Twitter ed eBay: prima di introdurre cambiamenti su larghissima scala hanno creato un sistema nuovo. Posso ipotizzare che, forse, l’interesse per i media rifletta semplicemente il desiderio di essere parte di ciò che succede nel mondo.

C: Ma che cosa intende fare in concreto?

O: Vogliamo render noto a più persone possibile inchieste e fatti importanti per l’umanità, e farlo in un modo migliore. Ci serviremo della tecnologia. Non è una cosa semplice, le inchieste sono come quegli avvisi pubblici che di solito non legge nessuno. Invece i tecnici della Silicon Valley spendono un’infinità di tempo per studiare e analizzare il comportamento degli utenti. Capire come trasformare chi prova un prodotto una sola volta in un cliente fedele è decisivo.

C: Quindi pensa davvero che il giornalismo possa essere remunerativo?

O: Non di per sé. La mia esperienza con il quotidiano delle Hawaii lo dimostra. Gli investitori pubblicitari non vogliono che i loro banner siano sulla stessa pagina web di una storia di corruzione. Inoltre sono poche le persone che, sul web, leggono articoli di approfondimento. Ci sarà sempre uno zoccolo duro di utenti disposto a supportare il giornalismo investigativo, ma il loro numero è insufficiente per le esigenze di finanziamento di una grande società. Per questa ragione lanceremo un sito di notizie generaliste. Il nostro obiettivo è trasformare un audience comune in cittadini attivi.

C: Come ha intenzione di farlo?

O: È ancora troppo presto per parlarne. Ho incontrato Glenn [Greenwald] solo due settimane fa. Il progetto è diventato di pubblico dominio contro la nostra volontà.

C: È interessante guardare a Glenn Greenwald come alla vittima di una fuga di notizie.

O: Sì, ehm, è ironico.