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26 ottobre 2013 | 11:58

L’Associazione nazionale magistrati parla di Giustizia e mass media

Si è aperto il 25 ottobre il XXXI congresso dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) ‘Giustizia e società – L’orizzonte possibile” che si svolge a Roma fino al 27. Ottima la copertura sul sito rinnovato dell’Associazione con tutti gli interventi trasmessi in diretta web tv.
Tra i tanti temi affrontati dal presidente dell’Anm Rodolfo Maria Sabelli nella sua relazione introduttiva c’è anche un capitolo dedicato a Giustizia e mass media, in cui si mette in evidenza la complessità dei rapporti tra due mondi, mistratura e stampa, che molto condizionano la democrazia e l’opinione pubblica del Paese.
Tra gli aspetti che il presidente Sabelli ha sottolineato ci sono: lo spinoso problema della disciplina per l’utilizzo da parte dei media delle intercettazioni telefoniche: “l’Anm è favorevole a migliorare l’attuale assetto, con una più compiuta disciplina della c.d. udienza filtro e l’introduzione di rigorosi termini di fase, per impedire la pubblicazione di intercettazioni irrilevanti, a tutela della riservatezza degli indagati e dei soggetti estranei al procedimento ma ciò può e deve avvenire al solo fine di contemperare privacy e diritto all’informazione, senza intaccarne per il resto condizioni e procedura”; il problema della “pubblicazione degli atti processuali, fino alla messa in onda degli audio originali degli interrogatori degli indagati o i video dei sopralluoghi giudiziari, non solo costituisce violazione dell’ art. 114 del c.p.p., ma soprattutto non appare funzionale a un corretto esercizio del diritto di cronaca giudiziaria, nulla aggiungendo a un esaustivo resoconto dello svolgimento delle indagini ma puntando piuttosto a solleticare un senso di morbosa curiosità nella pubblica opinione”; richiamando i magistrati a rispettare “ i principi che l’articolo 6 del Codice etico della Associazie stabilsce per i comportamenti dei magistrati anche se il presidente si dice “in disaccordo con la proposta di modifica della legge disciplinare, che prevede l’introduzione di nuove ipotesi di illecito”.

Rodolfo Maria Sabelli

Rodolfo Maria Sabelli, presidente dell’Associazione nazionale magistrati

Ecco il testo della relazione:

Giustizia e mass media

“Il tema del rapporto fra giustizia e mezzi di informazione è complesso e comprende almeno due profili principali: quello dell’informazione sulla giustizia, specialmente sulla giustizia penale, e quello del rapporto fra i magistrati e l’informazione.
L’informazione sulla giustizia.
Quanto al primo, non c’è dubbio che in democrazia la pubblicità del processo ha la funzione di consentire alla pubblica opinione l’esercizio della funzione di controllo sul potere giurisdizionale, ma è anche vero che il rilievo crescente della giustizia nella società e il conseguente accentuarsi dell’interesse dei mass media per i temi della giustizia hanno reso più vivo il problema della disciplina di tali fenomeni, anche e soprattutto sul piano delle regole deontologiche cui dovrebbero attenersi tutti i protagonisti del processo e coloro che sono chiamati a “raccontarlo” nell’esercizio del loro diritto-dovere di informare i cittadini.
Purtroppo, accade sempre più spesso che l’inchiesta giornalistica su fatti di cronaca, considerati degni di interesse per l’opinione pubblica, si tramuti in un “processo mediatico”, parole che esprimono i guasti che un’eccessiva attenzione, se non una vera e propria pressione esercitata dai mezzi di comunicazione, possono provocare al sereno sviluppo delle indagini e al corretto svolgimento dei meccanismi processuali. Il dilagare dei “processi paralleli” in TV ha prodotto, tra gli altri, l’effetto distorto di una diffusa e crescente tendenza, da parte dell’opinione pubblica, a percepire alcune trasmissioni televisive come il luogo preferito per la ricerca delle prove e per la celebrazione di un processo più immediato e più diretto rispetto a quello che si svolge nelle aule di tribunale, appesantito da procedure formali, poco comprensibili al grande pubblico. Ne segue che, in quella sede, il ruolo di giudici, accusatori e difensori è svolto da conduttori televisivi, da giornalisti o comunque da soggetti estranei al mondo giudiziario, senza quelle garanzie che nella cultura giuridica del Paese rappresentano un caposaldo dello Stato di diritto. L’esigenza di ottenere sempre maggiore consenso (o piuttosto maggiore audience) ha trasformato tali “processi paralleli” in vere e proprie “fiction”, caratterizzate dalla spettacolarizzazione della vicenda processuale, da informazioni spesso parziali e unilaterali, e, talvolta, dalla violazione delle norme penali poste a tutela del segreto investigativo e delle regole deontologiche volte in primo luogo a tutelare la dignità della persona.

Il richiamo al rispetto di norme penali e deontologiche appare doveroso ed anche prioritario rispetto a disegni di legge che negli ultimi anni, con l’occasione, o forse è meglio dire, col pretesto di tutelare il segreto investigativo e la dignità delle persone coinvolte in procedimenti giudiziari, miravano da un lato a depotenziare alcuni strumenti investigativi, dall’altro a limitare fortemente il legittimo esercizio del diritto di cronaca. Intendo riferirmi ai propositi di modifica della normativa in materia di intercettazioni telefoniche. Sul punto l’ANM è favorevole a migliorare l’attuale assetto, con una più compiuta disciplina della c.d. udienza filtro e l’introduzione di rigorosi termini di fase, per impedire la pubblicazione di intercettazioni irrilevanti, a tutela della riservatezza degli indagati e dei soggetti estranei al procedimento ma ciò può e deve avvenire al solo fine di contemperare privacy e diritto all’informazione, senza intaccarne per il resto condizioni e procedura.

Va anche ricordato che la sempre più diffusa pubblicazione degli atti processuali, fino alla messa in onda degli audio originali degli interrogatori degli indagati o i video dei sopralluoghi giudiziari, non solo costituisce violazione dell’ art. 114 del c.p.p., ma soprattutto non appare funzionale a un corretto esercizio del diritto di cronaca giudiziaria, nulla aggiungendo a un esaustivo resoconto dello svolgimento delle indagini ma puntando piuttosto a solleticare un senso di morbosa curiosità nella pubblica opinione.

Un’informazione distorta favorisce il tifo giudiziario, stimola il prevalere dell’elemento emozionale e deprime il valore della buona tecnica processuale. Ne deriva una critica disinformata, mossa alle indagini, al processo e ai giudici sulla base di soggettive verità pregiudiziali. L’aula di giustizia cessa così di essere la sede di formazione della verità processuale e diviene, paradossalmente, il luogo in cui ciascuno mette alla prova la legittimazione del processo in base alla rispondenza della sentenza alle proprie convinzioni e alle proprie attese; l’esito del giudizio si trasforma nel momento di verifica della credibilità personale e professionale di giudici e pubblici ministeri. Occorre, dunque, ricordare che la pena è la sanzione di comprovati comportamenti illeciti e non è, invece, suggello di verità preconcette né sanzione della supposta violazione di valori etici. E’ bene ricordarlo, a tutela dei giudici e a garanzia della loro indipendenza e imparzialità.

Magistrati e informazione

Il rispetto delle regole deontologiche è imprescindibile anche per la condotta che noi magistrati dobbiamo tenere nel rapporto con i mezzi di informazione. I magistrati condividono con gli altri cittadini il diritto di manifestare il proprio pensiero e di intervenire nel dibattito pubblico, soprattutto quando esso riguardi la giustizia, il suo funzionamento e le proposte di riforma. E’ un diritto che non può essere compresso oltre quanto sia strettamente richiesto dalla peculiarità della funzione giudiziaria e dai doveri ad essa connessi di garantirne l’imparzialità di sostanza e di immagine. Occorre dunque individuare il punto di equilibrio fra l’esercizio di quel diritto e il dovere di imparzialità e, a tal riguardo, per il magistrato assume un rilievo decisivo la deontologia.

Tale equilibrio è individuato con chiarezza dal codice etico della nostra Associazione, che, nell’affrontare nell’articolo 6 il tema dei rapporti con la stampa e con gli altri mezzi di comunicazione di massa, stabilisce i seguenti principi:
- il magistrato non sollecita la pubblicità di notizie attinenti alla propria attività di ufficio;
- quando occorre garantire la corretta informazione, evita la costituzione o l’utilizzazione di canali informativi personali riservati o privilegiati;
- non partecipa a trasmissioni nelle quali sappia che le vicende di procedimenti giudiziari in corso saranno oggetto di rappresentazione in forma scenica;
- nel rilasciare dichiarazioni ed interviste si ispira a criteri di equilibrio, dignità e misura e uguale cautela osserva in ogni scritto e in ogni dichiarazione destinati alla diffusione.
Il tema delle dichiarazioni pubbliche dei magistrati, degli eventuali eccessi e della conseguente responsabilità è stato ed è tuttora al centro di un vivace dibattito, alimentato, di recente, anche da una proposta di modifica della legge disciplinare, che prevede l’introduzione di nuove ipotesi di illecito. Con riferimento a tale proposta abbiamo denunciato il pericolo che essa, per la genericità che viola il principio di tassatività, possa prestarsi a un impiego strumentale e mirato, sulla base di valutazioni effettuate a posteriori. Non va dimenticata, infatti, l’estrema delicatezza della materia, così come non va dimenticato che non tutto ciò che è irrilevante sul piano disciplinare è anche deontologicamente e professionalmente lecito e che non va trascurato il valore della disapprovazione diffusa.

Noi magistrati abbiamo il dovere, prima ancora che il diritto, di portare, senza reticenze e autocensure, il nostro contributo nel dibattito pubblico sui temi della giustizia ma per primi dobbiamo accuratamente evitare atteggiamenti non misurati che rischiano di appannare la nostra immagine di imparzialità e di professionalità. E’ proprio muovendo da questa consapevolezza che l’ANM, anche nei tempi recenti, di fronte ad alcuni eccessi, è intervenuta nel richiamare i doveri di equilibrio e riserbo ai quali ogni magistrato deve attenersi nel rapporto con i mass media. Rientra nei compiti di un’Associazione che vuole tutelare, in modo responsabile, l’immagine di serietà e professionalità dell’intera categoria l’invito ai propri iscritti a non intervenire su quanto costituisce l’oggetto specifico della propria attività di ufficio e a evitare di partecipare a dibattiti e manifestazioni, ove ciò possa comportare un proprio coinvolgimento in logiche di schieramento politico.

Infine, l’Associazione ha ricordato i rischi che possono derivare dalla ricerca del consenso della pubblica opinione, consenso che va tenuto distinto dalla fiducia nella magistratura e nei principi della legalità, la quale è fondamento stesso della nostra legittimazione.

Il dovere di tutelare il decoro della magistratura lo abbiamo esercitato anche reagendo con fermezza a vergognose campagne denigratorie nei confronti della nostra categoria e nei confronti di singoli magistrati, con intimidazioni, offese personali e violazioni della sfera privata. Ancor più pericoloso è l’attacco portato alla professionalità del magistrato e alla stessa credibilità dell’intero sistema giudiziario, che si realizza con interpretazioni e ricostruzioni giornalistiche false e distorte, a volte vere e proprie banalizzazioni, degli atti giudiziari. In questi casi è fondamentale il ruolo di una corretta informazione, che ripristini la verità sul contenuto e sugli effetti dei provvedimenti emessi. Un tale dovere spetta, oltre che agli organi associativi, anzitutto ai dirigenti degli uffici giudiziari, i quali, fra l’altro, devono assumersi la responsabilità di tutelare la professionalità degli appartenenti al proprio ufficio, a fronte degli attacchi denigratori diffusi sui mezzi di informazione, anche al fine di prevenire l’esposizione individuale dei magistrati e scoraggiare le tentazioni di protagonismo, soprattutto in situazioni di particolare delicatezza e allarme sociale”.