Editoria, New media

29 ottobre 2013 | 11:29

Il dialogo tra Bill Keller e Glenn Greenwald, due visioni a confronto. Quale sarà il futuro del giornalismo?

Sul Corriere della Sera del 29 ottobre, Massimo Gaggi – inviato da New York del Corriere della Sera – commenta il lungo scambio di lettere tra Bill Keller, ex direttore ‘vecchio stile’ del ‘New York Times’, e Glenn Greenwald.

Massimo Gaggi, inviato dagli Stati Uniti del Corriere della Sera

Massimo Gaggi,
inviato dagli Stati Uniti del Corriere della Sera

Keller è una figura importante del giornalismo americano, non solo per la sua lunga carriera. Sotto la sua direzione il quotidiano newyorkese ha gestito l’affaire Wikileaks e, da ex direttore, ha criticato la scelta del ‘Guardian’ di lasciare che fosse il solo Greenwald a vagliare le rivelazioni di Edward Snowden sul Datagate, e non l’intero corpo redazionale. Per l’ex giornalista del ‘Guardian’ invece alcune pratiche del Nyt sarebbero ‘tossiche’.

Tra Greenwald e Keller non solo c’è una differenza generazionale, ma anche due idee di giornalismo. L’articolo del Times s’intitola non a caso “Greenwald è il futuro del giornalismo?” (Is Glenn Greenwald the Future of News?) ed è curioso, fa notare Gaggi, che scambio tra i due sia stato pubblicato solo su nytimes.com e non sull’edizione cartacea. Da questo punto di vista, forse, può voler dire qualcosa che il commento dell’inviato newyorkese del Corriere della Sera, sia stato pubblicato solo sulla carta e non su corriere.it. Ecco l’articolo italiano.

In armi o indipendente ‘Quale futuro per il giornalismo’. Il dialogo tra Bill Keller, direttore ‘vecchio stile’ e Glenn Greenwald, reporter ‘d’assalto’?

«Caro Bill, il New York Times ha fatto anche dell’ottima informazione, ma il suo modello di “reporting” tradizionale ha prodotto moltissimo giornalismo atroce e abitudini tossiche che, diffondendosi tra i redattori, hanno indebolito la professione: basta col giornalismo codardo» che, per paura di apparire non indipendente, evita di prendere posizione.
«Caro Glenn, il giornalismo degli attivisti ha una storia illustre, ma noi crediamo in un altro modello. Più laborioso e articolato di una polemica tonante. E’ meno eccitante, ma dà risultati più solidi, migliori: sospendiamo i giudizi cercando di fare in modo che siano i fatti a parlare da soli. Offriamo al lettore gli elementi per farsi un’opinione da solo».
Il lunghissimo scambio epistolare elettronico tra l’ex direttore del New York Times Bill Keller e Glenn Greenwald, l’avvocato-blogger-editorialista che è stato fin qui anche l’estensore degli articoli del Guardian basati sui documenti segreti del governo Usa trafugati da Edward Snowden, è un botta e risposta avvincente e drammatico che potrebbe essere rappresentato su un palcoscenico teatrale.
Ma è anche una pagina importante della discussione sull’evoluzione del mondo dell’informazione nell’era di Internet. Una pagina che probabilmente si conquisterà uno spazio nella storia del giornalismo. Anche per questo è curioso che il carteggio elettronico, pubblicato sul sito del quotidiano, non abbia trovato spazio sul New York Times di carta.
Keller è una figura-chiave di questi anni di sconvolgimento dei canoni informativi. Nel 2010 ha gestito da direttore il coinvolgimento del Times nell’operazione WikiLeaks. Prima collaborando con Julian Assange, poi rompendo con lui e col suo metodo basato su un giornalismo militante e sull’uso senza filtri di materiale top secret trafugato. Alla fine di quell’avventura Keller spiegò dettagliatamente ai suoi lettori i passaggi di quella vicenda complessa, tormentata e con alcuni aspetti oscuri.
Qualche mese fa, con Jill Abramson ormai da tempo alla direzione, Keller, che ora è un editorialista del quotidiano, criticò sul New Yorker il Guardian non per aver pubblicato il materiale trafugato da Snowden, ma per aver consentito che fosse un editorialista-attivista come Greenwald e non il corpo redazionale a informare i lettori del quotidiano britannico.
Micidiale la replica di Greenwald: «Se manifesti le tue opinioni non sei un vero giornalista? Ma taci, tu che sei il responsabile di una delle maggiori disgrazie giornalistiche dell’ultimo decennio: nel 2004 avevi notizie sui guai combinati da Bush alla Nsa e te le sei tenute 15 mesi nel cassetto. Hai aspettato la sua rielezione prima di pubblicarle».
Keller non è stato zitto, ma non ha alzato nemmeno i toni dello scontro. Gli ha risposto in modo pacato: «Abbiamo pubblicato e siamo stati attaccati furiosamente per questo dalla destra; lo abbiamo fatto quando abbiamo ritenuto con un giudizio indipendente che non ci fossero più pericoli per la sicurezza nazionale». Così facendo ha aperto la strada a una discussione di enorme interesse. Nella quale Greenwald annuncia l’avvento di un nuovo giornalismo coraggioso, determinato, militante, che non si vergogna di esprimere le proprie opinioni, ma che si basa sempre sui fatti. Un metodo più efficace di quello che in Italia definiremmo cerchiobottista: l’abitudine, sempre più diffusa tra i giornalisti americani dei media tradizionali, di esporre in ogni vicenda il punto di vista degli uni e degli altri, senza mai sbilanciarsi a spiegare che una delle due parti sembra avere torto marcio.
Greenwald lo liquida come un metodo di informare noioso, oltre che privo di efficacia. Quello che ha spinto, ad esempio, la stampa ad essere a lungo assai poco critica per l’intervento americano in Iraq. Nonostante quella lezione i giornalisti ora si fanno mettere di nuovo sotto da un Obama più duro di Nixon nel reprimere le fughe di notizie.
Keller riconosce che il giornalismo tradizionale ha le sue colpe: sensazionalismo, scarsa cura nel riportare le notizie, imbeccate del governo non verificate. E condivide la denuncia sull’amministrazione Obama: «L’uso massiccio dell’Espionage Act (la dura legge anti-spie del 1917) e la minaccia di imprigionare i reporter hanno creato un clima di ostilità intorno al giornalismo investigativo che è un pericolo per la democrazia».
Ma, mentre tutto questo per Greenwald giustifica il ricorso a figure come Snowden e il soldato Bradley Manning, che pagherà con 35 anni di carcere la sottrazione di centinaia di migliaia di documenti segreti dagli archivi del Pentagono, l’ex direttore del Times è convinto che il modello di giornalismo imparziale della stampa tradizionale oggi sia più necessario che mai. Lo è soprattutto in quest’epoca digitale nella quale si diffondono nuovi media basati sulle affinità dei soggetti che aderiscono a una rete sociale. E i cittadini sempre più spesso hanno la sensazione di essere informati mentre, in realtà, sono immersi in una camera degli echi nella quale ascoltano sempre lo stesso punto di vista e «non si trovano mai davanti un’informazione che sfidi i loro pregiudizi».
Greenwald ora sta lasciando il Guardian per dar vita a una nuova avventura giornalistica digitale nella quale avrà come editore il miliardario del Web Pierre Omidyar che vuole fare informazione attraverso una costellazione di grandi firme del giornalismo. Un’impresa che si inserisce nella tendenza sempre più diffusa a trasformare i giornalisti in “brand” individuali. Un modello al quale Keller oppone la validità dell’istituzione-giornale, con la sua capacità di essere autorevole e credibile, di garantire un metodo di lavoro omogeneo, di fornire strumenti, «database», sistemi di verifica e protezione legale: quello che serve per esercitare senza essere intimiditi il diritto alla libertà di stampa.

Riportiamo l’articolo originale del New York Times: ‘Is Glenn Greenwald the Future of News?’

Much of the speculation about the future of news focuses on the business model: How will we generate the revenues to pay the people who gather and disseminate the news? But the disruptive power of the Internet raises other profound questions about what journalism is becoming, about its essential character and values. This week’s column is a conversation — a (mostly) civil argument — between two very different views of how journalism fulfills its mission.

Glenn Greenwald broke what is probably the year’s biggest news story, Edward Snowden’s revelations of the vast surveillance apparatus constructed by the National Security Agency. He has also been an outspoken critic of the kind of journalism practiced at places like The New York Times, and an advocate of a more activist, more partisan kind of journalism. Earlier this month he announced he was joining a new journalistic venture, backed by eBay billionaire Pierre Omidyar, who has promised to invest $250 million and to “throw out all the old rules.” I invited Greenwald to join me in an online exchange about what, exactly, that means.

Dear Glenn,

We come at journalism from different traditions. I’ve spent a life working at newspapers that put a premium on aggressive but impartial reporting, that expect reporters and editors to keep their opinions to themselves unless they relocate (as I have done) to the pages clearly identified as the home of opinion. You come from a more activist tradition — first as a lawyer, then as a blogger and columnist, and soon as part of a new, independent journalistic venture financed by the eBay founder Pierre Omidyar. Your writing proceeds from a clearly stated point of view.

In a post on Reuters this summer, media critic Jack Shafer celebrated the tradition of partisan journalism — “From Tom Paine to Glenn Greenwald” — and contrasted it with what he called “the corporatist ideal.” He didn’t explain the phrase, but I don’t think he meant it in a nice way. Henry Farrell, who blogs for The Washington Post, wrote more recently that publications like The New York Times and The Guardian “have political relationships with governments, which make them nervous about publishing (and hence validating) certain kinds of information,” and he suggested that your new project with Omidyar would represent a welcome escape from such relationships.

I find much to admire in America’s history of crusading journalists, from the pamphleteers to the muckrakers to the New Journalism of the ’60s to the best of today’s activist bloggers. At their best, their fortitude and passion have stimulated genuine reforms (often, as in the Progressive Era, thanks to the journalists’ “political relationships with governments”). I hope the coverage you led of the National Security Agency’s hyperactive surveillance will lead to some overdue accountability.

But the kind of journalism The Times and other mainstream news organizations practice — at their best — includes an awful lot to be proud of, too, revelations from Watergate to torture and secret prisons to the malfeasance of the financial industry, and including some pre-Snowden revelations about the N.S.A.’s abuse of its authority. Those are highlights that leap to mind, but you’ll find examples in just about every day’s report. Journalists in this tradition have plenty of opinions, but by setting them aside to follow the facts — as a judge in court is supposed to set aside prejudices to follow the law and the evidence — they can often produce results that are more substantial and more credible. The mainstream press has had its failures — episodes of credulousness, false equivalency, sensationalism and inattention — for which we have been deservedly flogged. I expect you’ll say, not flogged enough. So I pass you the lash.

Dear Bill,

There’s no question that journalists at establishment media venues, certainly including The New York Times, have produced some superb reporting over the last couple of decades. I don’t think anyone contends that what has become (rather recently) the standard model for a reporter — concealing one’s subjective perspectives or what appears to be “opinions” — precludes good journalism.

But this model has also produced lots of atrocious journalism and some toxic habits that are weakening the profession. A journalist who is petrified of appearing to express any opinions will often steer clear of declarative sentences about what is true, opting instead for a cowardly and unhelpful “here’s-what-both-sides-say-and-I-won’t-resolve-the-conflicts” formulation. That rewards dishonesty on the part of political and corporate officials who know they can rely on “objective” reporters to amplify their falsehoods without challenge (i.e., reporting is reduced to “X says Y” rather than “X says Y and that’s false”).

Worse still, this suffocating constraint on how reporters are permitted to express themselves produces a self-neutering form of journalism that becomes as ineffectual as it is boring. A failure to call torture “torture” because government officials demand that a more pleasant euphemism be used, or lazily equating a demonstrably true assertion with a demonstrably false one, drains journalism of its passion, vibrancy, vitality and soul.

Worst of all, this model rests on a false conceit. Human beings are not objectivity-driven machines. We all intrinsically perceive and process the world through subjective prisms. What is the value in pretending otherwise?

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