29 ottobre 2013 | 17:55

BuzzFeed, il sito che vuole conquistare il mondo. Per le traduzioni utilizzerà Duolingo, piattaforma per imparare le lingue straniere

BuzzFeed è un sito di notizie americano che combina contenuti redazionali e una tecnologia sofisticata per captare le tendenze sulla Rete. Nato nel 2006, ormai conta 85 milioni di visitatori unici al mese. L’anno scorso erano tre volte di meno. Anche se la crescita dovesse rallentare, non è difficile immaginare che entro la fine del 2014 diventerà il sito più visto al mondo. Per fare un confronto, i due siti della Bbc (bbc.com e bbc.co.uk) insieme totalizzano 64 milioni di visitatori unici.

Evgeny Morozov, giornalista e saggista tra i più autorevoli riguardo alle tematiche del web, noto per il suo scetticismo sui cambiamenti introdotti dal digitale, ha commentato su Slate il nuovo progetto di BuzzFeed. L’articolo si chiama ‘La viralità del male‘ e analizza il modo con cui il sito tradurrà le notizie per guadagnare un audience globale.

BuzzFeed pubblica articoli prodotti dalla redazione (a volte sono notizie esclusive) ma genera la maggior parte del traffico con le cosiddette ‘listicles’ (parola che fonde ‘lists’ e ‘articles’): brevi post con molte immagini, organizzati per lo più come classifica. Ad esempio, sull’homepage di oggi si può leggere: ’13 festività andate decisamente male’, ’13 citazioni letterarie sulla birra’, ’30 film horror sottovalutati che val la pena di vedere’.

Sono storie pensate per essere condivise e per generare commenti sui social network: gli utenti sono portati a esporre la loro opinione, dissentendo su alcuni punti delle listicles o, magari, proponendo delle aggiunte. In sintesi, Morozov sostiene che BuzzFeed ha fatto della parola “viralità” una scienza: “è il taylorismo applicato al web”. Nella redazione del sito ogni contenuto è pensato per raggiungere la massima efficienza: grazie a strumenti analitici sofisticati, decidono quali contenuti produrre e quando pubblicarli.

Finora l’unica barriera all’espansione globale è stata la lingua: tutti i post di BuzzFeed sono in inglese. È la lingua più conosciuta al mondo, ma i testi gergali della maggior parte delle ‘listicles’ possono essere poco comprensibili al pubblico non anglofono. Con il nuovo progetto questa barriera sta per essere abbattuta, ancora una volta grazie al social web.

BuzzFeed non utilizzerà traduttori, né una redazione ad hoc. Si appoggerà Duolingo, il più famoso sito web per imparare le lingue. La partnership tra le due società prevede che gli esercizi di traduzione proposti saranno post di BuzzFeed: la traduzione migliore verrà pagata (non si sa se verrà scelta da madrelingua o da software automatici) .

Secondo Morozov questo meccanismo è “abbastanza elegante”. Non costringe nessuno a lavorare gratis, né si basa sullo sfruttamento, perché gli utenti di Duolingo non faranno niente di più di ciò che è necessario per imparare una lingua straniera e gli esercizi di traduzione rientrano tra queste attività. È un modo di sfruttare appieno il “surplus cognitivo” prodotto dalla rete (il termine è stato coniato dal guru del web Clay Shirky) per rendere ancor più efficiente il sistema-BuzzFeed: per coprire l’intera produzione del sito è stata scelta una forma superficiale e discontinua d’impegno, anziché assumere poche persone in ogni parte del mondo.

Così la piattaforma online punta a conquistare gli utenti (e il mercato pubblicitario) spagnolo, francese e brasiliano. Per Morozov questa svolta cosmopolita può danneggiare in modo indiretto le testate nazionali, che per poter essere appetibili per gli inserzionisti, dovranno adeguarsi agli standard di viralità di BuzzFeed e puntare su notizie leggere e d’intrattenimento.

L’efficienza con cui BuzzFeed produce contenuti appartiene al mondo della Silicon Valley ed è molto lontana dal modo di pensare dell’industria editoriale, che non ritiene notiziabile post come ‘23 segnali per capire che un gattino si sta impadronendo della tua vita‘. Morozov conclude il suo articolo facendo notare che questo è uno dei primi casi di un media che ragiona per il ‘villaggio globale’, ma si chiede anche se i ‘villaggi nazionali’ saranno soddisfatti di essere nutriti solo di gossip o se, prima o poi, si arriverà un esempio di giornalismo serio su scala globale.