30 ottobre 2013 | 16:36

Due facce della stessa medaglia: Axel Springer e Schibsted vendono i quotidiani locali e Bezos acquista il ‘Washington Post’

I gruppi editoriali Axel Springer, tedesco, e Schibsted, norvegese, sono un caso di scuola di conversione industriale. Hanno progressivamente spostato gli investimenti dalla carta al digitale, garantendosi un’alta efficienza e profitti elevati.

Springer è uno dei principali gruppi editoriali tedeschi (tra i molti giornali pubblica la ‘Bild’, il quotidiano popolare più letto in Germania, e ‘Die Welt’, austero settimanale conservatore) e nel luglio 2013 ha venduto i suoi quotidiani locali, tra cui il Berliner Morgenpost e l’Hamburger Abenblatt, e ha incassato 920 milioni di euro.

Schibsted media group è una multinazionale con base a Oslo. Opera nel mercato dei quotidiani, della televisione, del cinema e dell’home video in 27 paesi. Dall’inizio del 2012 ha avviato una progressiva trasformazione, per certi versi simile a quella di Axel Springer: a settembre ha venduto i quotidiani delle repubbliche baltiche. Molti osservatori norvegesi sostengono che Schibsted ha intenzione di uscire dal mercato editoriale cartaceo entro il 2017.

Bøe-Lillegraven, che ha lavorato a Schibsted dal 2000 al 2010, osserva che le trasformazioni in corso nei colossi norvegese e tedesco fanno parte una strategia di lungo termine, ma potrebbero anche significare un graduale abbandono del mondo del giornalismo. In un articolo lo ‘Spiegel’ sembra confermare questo dato: nel 2012 circa i due terzi degli incassi delle aree digitali di Springer (787 milioni di euro) non provengono da prodotti editoriali . I settori che garantiscono maggiori profitti sono: il sito di annunci lavorativi Stepstone, il portale per la ricerca di case Seloger e Idealo, che permette di confrontare prezzi.

Grazie a questi investimenti, nella prima metà del 2013, l’ebitda (il margine operativo lordo, il risultato che meglio identifica la salute di un’azienda) dei settori digitali di Springer è di circa il 45%, quello dei prodotti cartacei è poco superiore al 20% (un dato comunque superiore alla media del settore).

Schibsted ha fatto una manovra più azzardata, ha venduto rapidamente a Eesti Meedia i quotidiani delle repubbliche baltiche, che pure garantivano incassi per 79 milioni di euro. L’accordo di vendita è stato di 30 milioni e ha procurato al gruppo norvegese una perdita netta di 26 milioni. Il denaro ottenuto è servito per comprare in fretta il sito di personal finance Compricer.se, pagato 15 milioni in più del suo valore. Ma con questa mossa ora Schibsted ha un ampio network di siti svedesi, che vanno dal quotidiano online Aftonbladet.se al sito di annunci Blocket.se (simile all’italiano subito.it), che da solo genera un quarto degli incassi del gruppo.

Per Bøe-Lillegraven, in un mercato difficile come quello dei media, diversificare gli investimenti è la scelta più saggia. E anche se il business dei quotidiani tutto sommato è solido, non è mai utile “avere tante uova nello stesso cesto”. Il digitale sembra aver dato all’industria editoriale la possibilità di investire in altri settori.

Se i due colossi dei media stanno dismettendo i quotidiani, Tor Bøe-Lillegraven su Inma.org fa notare che la scelta di Jeff Bezos di acquistare il Washington Post è solo in apparente controtendenza. Il fondatore di Amazon crede che i quotidiani in futuro saranno come i cavalli: non si sono estinti, ma non hanno più un ruolo fondamentale, e così i giornali non avranno più una funzione informativa per un pubblico ampio, ma saranno un bene di lusso.

È importante ribadire che Bezos ha acquistato il ‘Washington Post’ a titolo personale, non come quanto ceo di Amazon. Eppure, se si analizzano i fatti in quest’ottica, anche l’investimento nel quotidiano del Watergate ha una sua coerenza. Axel Springer e Schibsted sono nati come media company per poi acquisire posizioni nel digitale (e aspirare a diventare leader), mentre Bezos ha compiuto il percorso inverso: negli anni ha guadaganato una posizione di dominio nel web e ora punta a chiudere il cerchio: la carta ha ancora un ruolo importante nell’influenzare amministrazioni e opinione pubblica e Bezos può ora seguire le orme di William Randolph Hearst e K. Rupert Murdoch, commenta Bøe-Lillegraven.

Eppure, conclude Bøe-Lillegraven, c’è una differenza: Axel Springer e Schibsted stanno silenziosamente abbandonando il mondo dei giornali, Bezos invece ha scelto di fare una mossa più eclatante e rumorosa.