Perché non tutte le storie diventano virali? I migliori candidati sono i gattini o le storie-verità, per il resto c’è ‘la valle dell’ambiguità’

Ci sono storie che non diventano virali, anche se interessanti e ben scritte. Avrebbero tutti i requisiti per guadagnare migliaia di clic e mi piace sui social network, ma il meccanismo di condivisione si arresta. Per Annalee Newitz ci sarebbe una ‘valle dell’ambiguità’, nella quale finiscono molti articoli, anche eccellenti. Su Io9 prova a spiegare la sua teoria.

Prima dell’avvento dell’era social, una storia diventava popolare se veniva raccontata o ripresa dai media. Oggi, se qualcosa non viene condiviso su Facebook, Twitter, Reddit o Pinterest, passa inosservato: dopo due o tre ‘mi piace’ finisce nel dimenticatoio.

Tra i contenuti che hanno i requisiti per diventare virali ci sono i meme (immagini che è divertente condividere) ovvero singole unità d’informazione che gratificano l’utente mentre condivide. Nella loro forma più pura sono le animazioni con i gattini, i cosiddetti ‘LOLcat’.

Vengono condivisi perché non richiedono uno sforzo di lettura, né d’interpretazione, né un giudizio critico: sono semplicemente divertenti. È questo il segreto del successo. Chi li condivide non deve preoccuparsi di esporre le proprie visioni politiche o i propri gusti personali a un pubblico che può comprendere il proprio datore di lavoro.

L’equivalente giornalistico dei meme, secondo Newitz, è composto da tutorial, guide e, per paradosso, anche da articoli d’inchiesta. Sono contenuti seri e complessi e non hanno a che fare con l’intrattenimento, ma hanno due cose in comune con i gattini: non richiedono interpretazione e non sono divisivi. Se i meme ci appagano perché sono divertenti, gli articoli d’inchiesta ci gratificano perché ci rendono partecipi alla condivisione di una verità.

Al contrario, sia le ricerche scientifiche che richiedono uno sforzo interpretativo e una conoscenza di base, sia le notizie politiche sia i pezzi d’opinione mettono in mostra la nostra visione del mondo. Tutto ciò finisce in quella che Newitz definisce ‘valle dell’ambiguità’. È una zona grigia nella quale converge tutto il materiale informativo che non è per forza vero o falso: potrebbe essere frainteso dai nostri follower, che potrebbero ritenerci dei millantatori, di conseguenza potremmo perdere seguaci su Twitter o amici su Facebook. In tutti i casi, la propagazione sociale si arresta perché chi condivide queste notizie non è un utente influente, mentre chi lo è vuole mantenere tanti amici e sceglie consapevolmente di non segnalare questo materiale.

Non si tratta di mantenere una visione positiva del mondo, semplicemente si tende a promuovere informazioni su cui la società ha già un’opinione comune. Se, per Newitz, le storie di scandali politici o di disastri ambientali hanno molto successo sui social, è perché non generano ambiguità: quando sono vere, nessuno può mettere in dubbio il loro valore.

In sintesi, nessuno vuole compromettere la propria reputazione social condividendo una storia che può aver apprezzato, ma sulla quale non metterebbe mai “mi piace”. Se l’industria editoriale vuole massimizzare la resa sociale di un articolo, si trova di fronte questa contraddizione.

 

Rappresentazione della valle dell’ambiguità di Annalee Newitz

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