19 novembre 2013 | 18:46

“Paywall, non solo inutili ma dannosi”. Digital First Media elimina gli abbonamenti digitali a 75 quotidiani del gruppo statunitense

Non solo una strategia di corto respiro, ma una distrazione verso la strada della sostenibilità economica sul web. È l’opinione di John Paton sui paywall, i meccanismi di sottoscrizione per i quotidiani online. E per il ceo di Digital First Media (secondo più grande distributore di giornali cartacei e digitali negli Stati Uniti e ottavo a livello mondiale) è un’idea con delle conseguenze. Sul suo blog ha annunciato che rimuoverà i paywall a circa 75 quotidiani del gruppo. Finora, a essersi espressa in questi termini è stata solo Emily Bell, ex responsabile dell’area digitale del Guardian e insegnante alla Columbia Journalism School.

Paton non ha pronta alcuna alternativa per aumentare i ricavi dal web. Ritiene però che i paywall, soprattutto quelli ibridi (che consentolo la lettura di un tetto massimo di articoli al mese), non possano dare risultati soddisfacenti né essere accompagnati da una strategia in linea con gli sviluppi del digitale. Digital First ha provato anche i ‘survey walls’, in partnership con Google, senza ottenere particolare successo. Con questo tipo di ‘wall’ si può accedere a un sito solo dopo aver compilato un sondaggio, dando così agli investitori pubblicitari dati precisi sulle preferenze degli utenti. Ora le notizie sono tornate gratuite su tutti i quotidiani del gruppo.

Le sottoscrizioni che, per Patton, sono riconducibili alla dinamica “esprimo gratitudine per aver letto le magnifiche notizie che il tuo sito mi offre” non hanno a che fare con le trasformazioni nel mondo dell’informazione, sono semplicemente un espediente per ritardare il declino dei ricavi della carta stampata e non creano un nuovo modello che possa generare profitti di per sé. I problemi sul crollo dei ricavi del mondo dell’informazione, conclude il ceo di Digital First, non sono ancora chiari e investire nei paywall può essere addirittura dannoso: potrebbe far credere agli editori di aver risolto una crisi ben più profonda, ritardando la trasformazione. Paton è solo sicuro della necessità di investire in prodotti, persone, strumenti e formazione per il digitale.