TLC

21 novembre 2013 | 10:54

Telecom Italia, storia di una privatizzazione fallita

(ANSA) Le vicende di Telecom Italia, ormai da qualche mese, alimentano le cronache economiche e finanziarie: dall’accordo tra i maggiori azionisti di Telco (la cassaforte di controllo del gruppo) all’uscita di scena del presidente operativo Franco Bernabé, fino allo scontro con l’azionista di minoranza Marco Fossati che culminerà nell’assemblea convocata pochi giorni prima di Natale. E molto è stato scritto anche sulle scelte e sulle responsabilità degli azionisti di controllo che, a partire dalla privatizzazione, hanno guidato la società: dal ristretto gruppo che ruotava intorno agli Agnelli, passando dai capitani coraggiosi che avevano come riferimento Roberto Colaninno e arrivando alla gestione più recente di Marco Tronchetti Provera. Molto è stato scritto e, almeno in questa occasione, non è il caso di aggiungere una parola in più. E’ opportuno invece, 15 anni dopo la privatizzazione, un bilancio degli effetti che ha avuto. Il punto di partenza è una notizia finora mai pubblicata. Proprio poco prima della privatizzazione, l’allora numero uno del gruppo Stet, Ernesto Pascale, stava studiando un dossier impegnativo: l’operazione Spagna, cioè l’entrata in forze sul mercato spagnolo puntando direttamente a Telefonica. All’epoca Stet e la controllata Telecom erano il gruppo delle telecomunicazioni che aveva saputo crescere di più sui mercati internazionali, mentre la società spagnola era una compagnia di tutto rispetto ma di rilevanza più che altro regionale. Non solo. Un altro progetto ambizioso venne messo all’ordine del giorno, come recentemente ha ricostruito l’allora amministratore delegato di Tim, Vito Gamberale, in una lectio magistralis sulle telecomunicazioni in Italia tenuta per l’università di Roma. Tim era leader sui mercati internazionali, con tecnologie innovative e in forte sviluppo grazie al lancio nel dicembre 1996 delle carte prepagate. Vodafone era un gruppo nascente. Così, in collaborazione con il colosso svizzero Ubs, venne messo a punto il piano per una offerta pubblica parziale di Tim su Vodafone. Entrambe le operazioni furono poi archiviate perché era in arrivo la privatizzazione. Quindici anni dopo le parti si sono clamorosamente invertite. I progetti di crescita internazionale di Telecom sono sfumati e, dopo la vendita delle attività in Argentina, è rimasta soltanto la controllata in Brasile, profittevole ma del tutto isolata. E non è detto che non sia in arrivo un’altra dismissione, che servirà a fare cassa e a far brindare Telefonica che, proprio in Brasile, è la principale concorrente nella telefonia mobile. E anche Vodafone ha scalato la classifica della telefonia cellulare nel mondo arrivando alle prime posizioni. Nel frattempo Telecom Italia è crollata fino ad una capitalizzazione che oggi supera di poco i 9 miliardi di euro confermando le previsioni che qualche anno fa Pascale, poche settimane prima di morire, faceva ai fedelissimi del passato: “Era un gioiello, una macchina da soldi, e per distruggerla ci vorrà tempo. Ma ci riusciranno”. Peccato, perché le telecomunicazioni, insieme all’energia e alle infrastrutture per il trasporto, rappresentano la spina dorsale dell’economia industriale di ogni paese industrializzato. La Stet, per lungo tempo e insieme ad altri due gruppi pubblici, l’Eni e l’Enel, ha rappresentato l’asse portante della politica industriale del Paese, assicurando investimenti di rilevante portata. Negli anni Novanta hanno oscillato intorno a 4-5 miliardi l’anno, funzionando da propellente per l’intero sistema e dando lavoro all’indotto della piccola e piccolissima impresa. Sarebbero stati ancora di più se un grande progetto non fosse rimasto sulla carta: il Piano Socrate, che avrebbe permesso di collegare le principali città con una rete di fibra ottica. Proprio quella che in questi giorni rappresenta la priorità dell’agenda digitale voluta dal presidente del consiglio, Enrico Letta. Il progetto, che prevedeva di cablare in tre anni metà dei comuni italiani e avrebbe dato una spinta formidabile allo sviluppo di servizi ad alto valore aggiunto, venne archiviato, travolto dalle polemiche contro i boiardi di Stato. Così come, nell’ultima decina d’anni, è tramontato il sogno della internazionalizzazione di Telecom. La rete estera era stata costruita nella seconda metà degli anni Novanta, con presenze importanti in America latina (Brasile, Equador, Argentina), Europa (Francia, Austria, Serbia, Olanda, Grecia, Irlanda) e perfino nel Far East (India). Ora, dopo lo smantellamento, rimane soltanto il Brasile. E, probabilmente, non per molto tempo. (ANSA, 20 novembre 2013)