03 dicembre 2013 | 18:08

SPECIALE 40 ANNI
Un giornale piccolo piccolo

La storia di Prima: come è nata una testata per la società dell’informazione. Era il mese di giugno del 1973.

Quel primo giorno lo ricordo poco. Il numero uno di Prima andava in edicola a Milano e in altre città grandi e piccole d’Italia. Doveva essere il 2 o il 3 di giugno del 1973.
Non ci aspettavamo di trovare Milano ricoperta dalle locandine che avevamo stampato e consegnato al distributore; ma 15mila locandine ci sembravano, comunque, una bella botta.
Dunque, mattina presto di quel giorno: gran giro in macchina per la città. Di locandine nemmeno l’ombra. Né quella mattina né i giorni seguenti. Mai vista una. Continuammo a stampare una certa quantità di locandine per i primi dieci numeri. Finché un’anima buona ci spiegò che se non eravamo iscritti, come casa editrice, alla Fieg (Federazione italiana editori giornali), non avevamo alcun diritto né all’esposizione del giornale sul bancone dell’edicola, né alla esposizione delle locandine. Eravamo, insomma, degli ‘abusivi’.

Tullio Pericoli firma la locandina per l'uscita di Prima Comunicazione

Tullio Pericoli firma la locandina per l’uscita di Prima Comunicazione

Iniziò così la storia di Prima comunicazione, con il contributo di qualche amico che credeva nella nostra avventura: Giuliano Re, direttore della pubblicità del Giorno; Gianni Muccini, azionista di controllo dell’agenzia di pubblicità Italia; Pierfrancesco Ulivieri, amministratore delegato di alcune società del gruppo di Aldo Bassetti; Bepi Monico, un manager della Olivetti.
All’inizio quando fondammo la Nuova società le quote erano di 200mila lire e poi si alzarono a 500mila. Se ne potevano sottoscrivere un massimo di tre. Precauzione inutile. Però mettemmo insieme 15 milioni e arrivammo ad essere più di 40 soci. Tra questi Giorgio Bocca, Oreste Del Buono, Silvio Rubbia, Sergio Saviane, e molti altri.
La redazione era a Milano in via Cappuccio, due piccoli locali comunicanti. La dotazione tecnica era costituita da due macchine da scrivere meccaniche e due lampade da tavolo portate da casa nostra. In redazione eravamo in due:  Umberto Brunetti, direttore, redattore, correttore, impaginatore, titolista, addetto alla composizione, stampa e pubblicità; e Alessandra Ravetta, redattore, inviata, responsabile della cassa, della contabilità, degli abbonamenti, rapporti con i collaboratori, luce, gas.

Non sapevamo di esserci messi in una impresa che risulterà massacrante per dieci anni almeno. Non eravamo nessuno, non avevamo nessun legame con partiti politici o gruppi editoriali, nessun appoggio, due lire e il progetto di fare cronaca e informazione sul quarto potere. Hai detto un prospero!
L’idea che ci aveva spinto a pensare a un giornale e ci aveva portato poi alla fondazione di Prima diceva così: la comunicazione è una tecnica di potere.
Questo cartiglio ideologico, che comparirà sopra la testata di Prima dal 1973 al 1976, individuava con un certo anticipo la tendenza di una società che nella gestione dei fenomeni politici e sociali si orientava con regolarità crescente verso una materia prima inesauribile e di facilissima applicabilità: l’informazione, nucleo centrale della più vasta area della comunicazione.
Parlare di comunicazione trent’anni fa era un rischio. Alcuni nostri soci confesseranno di aver creduto che volessi fare un giornale sulla telefonia, o simili.
La risorsa della informazione quella materia prima, quella energia inesauribile   a noi appariva come un potere così critico che era inconcepibile considerarlo l’esclusiva di una sola corporazione, quella dei giornalisti, il segreto di una confraternita di fattucchieri trasmesso di padre in figlio.
Prima nacque, dunque, non come un giornale per i giornalisti, ma come cronaca dell’informazione e dell’uso che la società ne faceva. Che poi i primi e più assidui operatori fossero i giornalisti era, come si dice, un accidente del fenomeno.
E così siamo qui.

Ormai la comunicazione è diventata una fissazione; e quelli che vogliono fare comunicazione crescono furiosi come cavalloni. Io mi chiudo nella mia stanza, mi nascondo dietro la porta e lascio che le sue ondate si scatenino contro Alessandra che sembra quei pescatori delle tonnare che lottano come furie contro i tonni che vanno all’assalto e sembra che se li vogliano mangiare.
La società della comunicazione schiuma contro le rocce del nostro faro che scivola sul mare in tempesta e illumina questo girone infernale della comunicazione che Dante non aveva previsto. Ora si stanno svegliando anche le aziende, le industrie, le società. Noi stiamo avvertendo alle staccionate della nostra redazione una pressione come non abbiamo mai sentito. La smania di comunicazione è diventata scatenata: non si ferma di fronte a volgarità, a sconcezze, a violenza.
Nel 1973 eravamo in collina e guardavamo giù verso il mare, dove si vedeva come una enorme ala di corvo che veniva verso di noi, oscurando il cielo. “Ma cos’è quella roba?”.
“Deve essere la comunicazione”, feci io.