03 dicembre 2013 | 20:51

Cosa pensa davvero Massimo D’Alema del giornalismo italiano

Le grandi interviste di Prima
“Parlo solo alla Tivù”

di Lucia Annunziata
(dicembre 1995)

La manipolazione e l’inaffidabilità della stampa sono tali, dice Massimo D’Alema, che se voglio dire qualcosa vado davanti a una telecamera. Le cose importanti le dico alla gente, non ai giornalisti, che sono sempre al servizio di qualche causa, e per di più non dichiarata. I giornali non sono il contropotere, sono un pezzo del potere.

Massimo D'Alema

Massimo D’Alema

Figlio di partito, per eccellenza. Nel senso, letterale, di essere figlio di militanti del Partito comunista, da un padre che descrivono così diverso da lui per impulsività ed estroversione, e da una madre che ancora oggi vigila con rigore, sia pur amoroso, sulle sue scelte politiche. Ma anche, e forse soprattutto, figlio di partito nel senso che il Pci è tutto quello che ha conosciuto nella vita, dalla militanza giovanile alla lunga gavetta nelle sedi lontane da Roma.

Questo è, in poche righe, quello che si è sempre raccontato di Massimo D’Alema, il ritratto fissato nel­l’opinione pubblica e rafforzato da una certa aria di fastidio, da una sicura antipatia e, perché no, dagli ormai celebri baffi, che hanno permesso di coniugare il suo volto con quello di ‘carabiniere’, ‘finanziere’, ‘impiegato’ e così via – tutte variazioni dello stesso concetto: quello del funzionario di partito.

Poi, improvvisamente alcuni mesi fa – misteri della ondivaga politica italiana in cui tutto torna e tutto si ribalta – da negativa che era questa immagine di D’Alema diventa un prezioso dono. Quella che era freddezza appare saggezza, quella che si raccontava come arroganza diventa sicurezza e quella che era il polveroso linguaggio del funzionario brilla ora come il forte senso della tradizione. Nel frammentarsi della politica romana, e nel gioco di nervi di una situazione in cui tutti i politici navigano a vista, le doti del ‘funzionario’ si rivelano un utile ‘training’ per mantenere una rotta dove non ci sono sentieri.

Massimo D’Alema gode in questi ultimi mesi di un inatteso (anche per lui?) successo. Sarà per questo che, dopo aver portato sulle spalle controvento quelli che allora apparivano i suoi difetti, espone oggi senza alcuna forma di restrizione le sue virtù.

Nell’intervista che segue, avvenuta nella grande stanza da segretario di via delle Botteghe Oscure, D’Alema dà sfogo senza timori di offendere alcuno – ben sapendo che così succederà – alle sue taglienti opinioni sulla stampa italiana. Il tutto a buon fine, come dice, angelicamente: “Per sollecitare un franco dibattito”.

Domanda – Tema: l’onorevole D’Alema e la stampa. Lei in questo rapporto si dipinge spesso come vittima.

Risposta – Mi sento come uno preso in mezzo da una squadretta: due mi tengono e uno mi mena. Due giornalisti ti fanno domande che non c’entrano niente con quello che hai fatto fino a due minuti prima, e sono quelli che ti tengono; il terzo ti fa la lezioncina, ed è quello che ti mena.

D – Esempio.

R – Esempio: Madrid, seminario dei leader socialisti europei… otto o nove capi di governo, gente importante. Sul tavolo problemi pesanti: crisi del sistema monetario, dichiarazioni esplosive di Weigel, la pace in Iugoslavia, rapporti America ed Europa, allargamento della Nato all’Est. Roba grossa. Siamo in un albergo esclusivo, in una zona appartata. L’albergo è blindato, polizia con il mitra imbracciato. La gente si stringe la mano, sorride appena. È preoccupata. E arrivano quattro giornalisti italiani. Incontro con la stampa: “Onorevole D’Alema, una battuta sull’intervista di Dini… Maaah… le elezioni? No, perché, questo Bossi?…”.

D – Poi cos’hanno pubblicato sul seminario?

R – Niente.

D – Niente nel senso…

R – Nel senso di niente. Niente. Altro esempio. Siamo a Genova: convegno del Pds sul federalismo. Presentiamo la prima, seria, organica proposta di riforma fiscale con impianto federalista… studi, statistiche, relazioni. Si parla di poteri, di riorganizzazione della Regione, di rapporti tra Regione e comune, fino a proporre la ristrutturazione in chiave federalista del sistema interregionale dei trasporti. Finisce il convegno, incontro con la stampa: “Maaah, Di Pietro?… Ma allora, l’avviso di garanzia…”.

D – E il giorno dopo?

R – Un trafiletto sul Corriere. Zero, zero!

D – Questi sono i due che lo tengono. Ma non vedo quello che lo mena.

R – Per quello bisogna aspettare qualche giorno, quando arriva l’articoletto salace. Tipo: “Questa sinistra si occupa sempre di sciocchezze. Ma il programma della sinistra, ce lo vogliono spiegare una buona volta!”.

D – Quello che mena sarebbe il ‘columnist’?

R – Sì, sono quelli che fanno i commenti intelligenti. Che sono i peggiori, quelli che menano. Gliel’ho detto: due ti tengono con delle domande stupide, il terzo ti mena. Una squadretta. Non c’è scampo. Perché se tu provi a rispondere: “Ma noi abbiamo presentato una proposta di legge!”, quelli commentano: “Ma questo D’Alema è un bel saccente. Non pretenderà mica che ci andiamo a leggere la sua proposta di legge!”. Con questo muro di gomma non hai scampo.

D – Ma è sempre stato così?

R – No, c’è stato un netto peggioramento. Netto. Con un elemento di faziosità incredibile (D’Alema si mette a sfogliare i giornali della sua ‘mazzetta’). Allora, guardi qua. Titolo: ‘Anche gli ex dc a sinistra del Pds’. Questo è Il Manifesto, che scrive che noi siamo dei fascisti, dei razzisti… Ecco, questo è un commento su un decreto che ancora non c’è, che forse il governo farà mercoledì prossimo, ma che oggi non c’è. Ma noi siamo comunque razzisti… A­spetti. Prendiamo quest’altro, La Repubblica. Ecco, mentre noi siamo accusati dal Manifesto di essere dei razzisti, questo qui, Curzio Maltese, che è uno dei commentatori più… acuti della stampa italiana…

D – Era alla Stampa e ora è passato a Repubblica.

R – Sì, lui… questo scrive: “Siccome siamo di sinistra, siamo favorevoli al­l’e­spulsione degli emigrati clandestini che commettono reato. D’Alema non lo dirà mai”. Gli altri ci accusano di essere razzisti perché vogliamo l’espulsione e questo qui ci accusa di non volere l’espulsione. Sono accusato di qua e di là per un decreto che non c’è. In comune questi commenti hanno una cosa: la notizia non c’è, il decreto non c’è. Eppure il decreto che non c’è viene lo stesso commentato in un senso o nell’altro.

D – Lei ride, ridacchia, sorride divertito. Ma intanto dice cose pesanti sul modo di fare informazione politica.

R – Ma sì, perché il livello di faziosità, di mancanza di professionalità è impressionante.

D – Dove vede tutta questa faziosità?

R – Guardi qua. Corriere della Sera: ‘D’Alema, sì alla parità tra pubbliche e private. Le reazioni dei sindacati: il Pds fa campagna elettorale’. I sindacati, dice. Ecco, legga qua questo trafiletto. E scoprirà che la dichiarazione è di un certo Ogliotti, dei Cobas. E il Corriere scrive: i sindacati!

D – Il Corriere ce l’ha con lei?

R – È evidente che il Corriere cerca di crearci difficoltà politiche ed elettorali. Tanto è vero che ha dato seguito a questa storia con un’intervista a Cossutta.

D – E perché vuole mettervi i bastoni tra le ruote?

R – Perché tutti i giornali sono giornali-partito, tutti giocano per qualcuno, per certi interessi, per certi poteri. Sono sempre al servizio di qualche causa, per di più non dichiarata, che ne fa degli strumenti non solo pericolosi ma inquietanti. Insomma, non esiste l’indipendenza dell’informazione, non esiste un potere dell’informazione che viva se stesso come un potere democratico di controllo e di stimolo. La verità è che la stampa fa parte di un meccanismo unico di potere, fa parte della oligarchia dei poteri economici e politici. I giornali non sono un contropotere, sono un pezzo del potere. E come tali sono innanzitutto inattendibili. Questo è un elemento strutturale del­l’informazione politica in Italia, in una misura che non esiste in altri Paesi.

D – Ma non sono queste le condizioni in cui ha sempre operato la stampa italiana?

R – Secondo me, c’è stato un progressivo peggioramento in questi ultimi anni.

D – Determinato da che cosa?

R – Intanto una volta le proprietà editoriali erano molto più deboli di oggi e quindi meno forti nel condizionare l’informazione. E poi c’è stato il fenomeno Repubblica che, nella sua fase ascendente, ha spinto al mutamento tutto lo scenario della stampa portando modernizzazione editoriale, maggiore indipendenza del giornalista, qualità rinnovata nel modo di fare informazione rispetto a un giornalismo tradizionale un po’ ingessato, sobriamente velinaro. Anche se vogliamo dire che gran parte di questa innovazione dipendeva da ragioni concorrenziali, per non essere travolti dai vecchi bisonti dell’editoria quotidiana, è certo, tuttavia, che quello è stato un periodo positivo. Ma poi la spinta è finita e siamo arrivati a questi livelli di kitsch, peggiori dell’informazione ingessata ante Repubblica.

D – La ragione di questa caduta?

R – Forse il passaggio generazionale non è stato dei migliori… ma spiega fino a un certo punto questo degrado… No, non basta a spiegarlo.

D – Ci deve essere per forza una causa seria per determinare il ‘degrado’ di un intero sistema informativo.

R – Io credo che una spiegazione stia proprio in quello che dice lei, nel sistema. Il sistema dell’informazione, uscito da una situazione ingessata, non è riuscito a trovare un nuovo equilibrio. Ed è degradato.

D – A quale nuovo equilibrio lei pensa?

R – Ma, per esempio, un nuovo equilibrio che sia fondato su una maggiore pluralità informativa. Voglio dire: non trovo scandaloso che in Italia ci siano giornali popolari a patto che ci sia anche un’informazione politica ed economica qualificata, autorevole.

D – Anche se faziosa.

R – Ma, sì, può anche essere faziosa. È sopportabile. Ma quello che è intollerabile è la qualità che ci sta sotto, che è degradata. È il livello nevrotico dell’informazione, è la gerarchia delle notizie, è il teatrino della battuta quotidiana che domina su tutto e che affossa qualsiasi questione di merito.

D – Esempio.

R – Ma guardi la scomparsa della politica estera, ridotta sulla stampa a un chiacchiericcio provinciale.

D – Lei parla di degrado, di provincialismo, di teatrino che affossano qualsiasi questione di merito. Ma è sicuro che sia mai esistito in Italia un’informazione che ha dibattuto le grandi questioni di merito?

R – Credo che ci sia stata e che ci possa ancora essere. Ma capisco il senso della sua domanda: ma che vuole D’Alema? A dire la verità questa intervista non volevo farla: D’Alema che parla male dei giornalisti… Finisce che divento un figurante proprio di quella commedia che le sto raccontando e che si avvita tutta intorno a un dialogo che dice così: voi giornalisti scrivete sciocchezze. E loro che rispondono: sì, noi scriviamo sciocchezze, ma siete voi politici che ce le raccontate. È un circolo vizioso degradante, una discussione che sta diventando noiosa. Una battaglia persa.

D – Questo si è sempre detto, anche se con accenti diversi. Insisto per trovare una spiegazione meno generica. Lei, ad esempio, parlava prima di carattere nevrotico della stampa. Che cosa intendeva dire?

R – Pensavo alla concorrenza della televisione che costringe i giornali a mettere in piedi ogni giorno un teatrino di retroscena improbabili, di discussioni a cui nessuno ha assistito, di notizie inesistenti pur di divertire un pubblico che le notizie essenziali le ha già viste la sera prima alla tivù. Ecco, questa esigenza di contrapporsi alla notizia della televisione con il teatrino è diventata una nevrosi informativa da cui si può uscire in due sole maniere: o ti sottrai allo spettacolo con un’uscita alta, che spiega, approfondisce e documenta i termini di un dibattito; oppure, se accetti lo spettacolo, ne esci con le ossa rotte, consumando la tua professione nel labirinto di specchi della non notizia.

D – Ma era un labirinto di specchi della non notizia anche quando lei era direttore del­l’U­nità?

R – Non proprio. Ma tendeva al labirinto. Ricordo riunioni di redazione surreali al­l’U­nità. Uno che diceva: “Guarda che il Corriere ha questa notizia, che noi non abbiamo… Ci danno il ‘buco’”. “Ma io c’ero a quella riunione”, replicavo io: “e quello che dice il Corriere non è vero”. E un altro ribatteva: “Ebbé, ma ci danno un buco”. Insomma: non conta nulla se il fatto è vero o inventato.

D – E lei come si salvava dal labirinto?

R – Con discussioni, con scazzi, con compromessi. Ma allora era possibile. L’Unità era un giornale con un suo terreno di informazione dove nessuno poteva inseguirlo. Un giornale sobrio, con un buon notiziario politico mediamente superiore agli altri, com’è anche oggi. Un giornale che faceva inchieste, battaglie.

D – Lei si sentiva più garantito allora da un giornalismo politico schierato, oppure oggi da un giornalismo politico apparentemente indipendente?

R – Non ho timori di un giornalismo schierato nel commento, nella gerarchia delle notizie. Mi preoccupa di più un giornalismo pettegolo, furbesco, la sua assoluta superficialità rispetto al dato di fatto, la sua preferenza per la messa in scena di un tormentone; quel giornalismo che ha ormai abolito ogni scrupolo professionale sulla reale esistenza del fatto e della notizia. I giornali scrivono quello che vogliono. L’importante è che il raccontino sia plausibile e divertente. Che sia vero non importa più a nessuno.

D – Lei ha indicato come causa di questa ‘corruzione’ un ricambio generazionale inadeguato, e poi l’interfaccia con la televisione. E poi che cosa ancora? Lei aveva prima accennato a proprietà una volta deboli e ora forti. Tra gli addetti ai lavori si dice anche che la grande svolta sia avvenuta quando i giornalisti sono diventati ‘cossighiani’, da quando cioè hanno incominciato a fare i picconatori della politica, come aveva fatto Cossiga. Che ne dice?

R – Questo è vero. C’è stata una certa omologazione del giornalista contro la politica e le istituzioni. È vero che ha cavalcato una rivolta della società civile contro la società politica. Con tutte le ambiguità del caso, bisogna però aggiungere: perché tutta questa attività demolitoria del sistema politico è stata condotta con un elemento fortissimo di complicità. Il perché mi sembra evidente: l’informazione è uno dei principali volani di questa spettacolarizzazione della politica, che è appunto l’aspetto della politica che viene criticato. Sicché l’informazione concorre a determinare cattiva politica.

D – Non vorrei dirlo, ma ci stiamo avvicinando pericolosamente a due luoghi comuni: ‘È tutta colpa dei giornalisti’; e l’altro: ‘I giornali sono lo specchio della società’. In questo caso della società politica.

R – Ma lo specchio è sempre deformante, non restituisce mai fedelmente l’immagine. L’informazione non è lo specchio della politica: restituisce un’immagine deformata. Secondo lei, l’immagine della realtà parlamentare è quella del Transatlantico dove il politico sa che per essere ripreso dalla stampa deve tirar fuori una battuta gustosa, paradossale? La cosa più falsa che si possa dire è che i difetti dell’informazione politica riflettono i difetti della politica. Questo è falso: è un alibi devastante, un alibi consolatorio.

D – E la cosa più vera, allora, qual è?

R – L’ho già detto prima: l’informazione politica è un elemento costitutivo della cattiva politica.

D – Il leader politico potrebbe fare a meno di straparlare nel Transatlantico e andare, invece, in commissione.

R – Si figuri, e chi se lo fila!

D – Berlinguer parlava una volta all’anno e tutti lo riprendevano. D’Alema, invece, parla molto spesso. Troppo.

R – Berlinguer apparteneva all’epoca dei grandi politici. Loro potevano permettersi di tacere. Ma oggi se D’Alema non parla, se tace…

D – I giornali scriverebbero: “Perché D’Alema tace?”.

R – Non solo. Ma se io per due giorni non parlo, il terzo giorno qualcuno decide quello che devo dire. Esempio, come dice lei: ecco qua la Adnkronos che esce dicendo: ‘Sartori incontra D’Alema’. E tra parentesi si dice: ‘Lo stesso D’Alema sarebbe disponibile al sistema francese’. Io non ho detto nulla su questo tema: nulla! Eppure domani qualche giornale titolerà: ‘D’Alema dice sì alla proposta di Sartori’. Anzi, aperte le virgolette: D’Alema, sì alla proposta di Sartori, chiuse le virgolette.

D – Ma lei non scrive mai ai giornali protestando per queste false notizie?

R – Ah, sì. Vuol sapere cosa risponde il giornale: “La notizia secondo la quale l’onorevole D’Alema ha detto sì alla proposta Sartori è stata ottenuta dal nostro giornale da fonte sicura”. Punto, sigla: Au Min.

D – Au Min?

R – Sì, una sigla ben nota. Non hai difesa: sei di fronte a un plotone di esecuzione: se protesti, ti sparo! Si scrive: “D’Alema è stato a casa di Dini a prendere caffè e brioche”… palla colossale! Ma non  puoi fare niente. A questo punto tanto vale ‘confessare’ se il caffè era fatto con la napoletana o con il Nescafé.

D – Insomma, lei dice che siccome qualcosa ti fanno dire comunque, tanto vale parlare.

R – Sei obbligato a parlare. Perché se non parli tanto ti fanno parlare lo stesso. Le formule di questa informazione spazzatura sono collaudate: “In ambienti vicino a D’Alema…”. “Una persona ben informata, ritenuta molto vicina a D’Alema…”. E poi c’è una pratica infernale di questa informazione feccia. Oggi si scrive: “D’Alema avrebbe detto…”. Dopo qualche giorno, la stessa opinione, data la prima volta con il discorso indiretto, viene ripetuta ma questa volta virgolettata: “D’Alema ha detto…”.

D – Si può dire dunque, che quando l’informazione aveva referenti ben individuati in un sistema politico solido l’informazione politica garantiva chiarezza di schieramento?

R – Certo, l’evidenza dei referenti garantiva chiarezza delle posizioni della stampa.

D – Ora c’è, invece, l’anarchia politica che porta l’informazione al precario, all’instabile, alla fibrillazione.

R – Sì, ma lei non crederà mica che questa anarchia sia senza segno politico! Ah, ecco… su questo bisogna essere chiari.

D – E quale sarebbe il segno politico?

R – È la destrutturazione qualunquistica della democrazia politica.

D – E facendo così, la stampa per chi gioca?

R – Gioca dalla parte di quelli che si chiamano i ‘poteri forti’. Che non sono poteri politici. Nessun giornalista scriverebbe: “Cesare Romiti avrebbe incontrato l’avvocato Agnelli il quale avrebbe espresso qualche…”. La stampa ha nei confronti della sua proprietà lo stesso atteggiamento che aveva cinquant’anni fa nei confronti della politica. Quello è il vero potere, e come tale lo si rispetta. E non sgarri, sennò ti danno certe stangate che ti spezzano le gambe. Invece la politica può essere messa nel tritacarne.

D – I ‘poteri forti’ giocano allo sfascio della politica?

R – Non c’è dubbio. L’informazione è stata un formidabile strumento che ha concorso alla disgregazione e alla perdita di autorevolezza del potere politico. Nessun potere politico può sopravvivere a un’informazione che lo spia dal buco della serratura mentre va alla toilette.

D – Non le sembra che la politica della Seconda Repubblica meriti di essere spiata dal buco della serratura?

R – La Seconda Repubblica è parente strettissima di questo tipo di informazione. Che tra l’altro ha contribuito a distruggere la Prima Repubblica. Seconda Repubblica e questo tipo di informazione sono consustanziali.

D – Ma lei, che cosa vorrebbe dalla stampa? Rispetto, deferenza…

R – Né rispetto, né deferenza, né servilismo o inchino al potere politico. Per certi aspetti, anzi, la durezza va benissimo. Solo che la durezza dovrebbe nascere dall’essere la stampa ‘altra’ rispetto a questo teatrino e non complice del peggio della peggiore politica.

D – L’informazione delegittima la politica e la politica delegittima l’in­formazione. E tuttavia, per raccontare la sua storia di Affittopoli, lei ha scelto un talk show, condotto da un grandissimo giornalista quale Costanzo, ma sempre un talk show. Non è lei che, a questo punto, aiuta la delegittimazione della informazione politica?

R – Se io devo dire qualcosa di importante, la vado a dire alla gente, non ai giornali. Di questa scelta sono assolutamente convinto. Con l’informazione televisiva io mi metto davanti a una telecamera con questa mia faccia, con le parole che decido io di dire. Io faccio un lavoro che ha bisogno di comunicare. E non c’è dubbio che se voglio comunicare qualche cosa di importante meglio farlo attraverso la televisione. Nell’informazione stampa passi attraverso un mediatore che o non capisce il tuo messaggio o lo forza per suoi interessi. Salvo poche, pochissime eccezioni. Se parli con la stampa, sei sicuro di perderci.

D – Peccato tutta questa fiducia a un mezzo, la tivù, che perderà qualsiasi credibilità con la ‘par condicio’, che pure lei sostiene. Con questa forma di uguaglianza forzata verrà svuotata tanto la buona quanto la cattiva informazione tivù.

R – La ‘par condicio’ è un’emergenza che vuole fronteggiare un’emergenza democratica, determinata dal fatto che in Italia un politico è padrone di tutte le televisioni.

D – Emergenza, dice lei. Ma lei ha teorizzato la ‘par condicio’ per tutto l’anno, non soltanto sotto elezioni.

R – No, questo non l’ho detto.

D – Sarà stata una delle solite opinioni che le vengono attribuite.

R – Io ho espresso l’opinione che dobbiamo oggi mettere un freno, una barriera allo strapotere di una sola parte. Che poi non è nemmeno Berlusconi in prima persona. Ma le sembra possibile, ad esempio, che io sia diventato la sigla di ‘Striscia la notizia’ con quelle soffiate sulle mani che si fanno Ezio Greggio ed Enzo Iacchetti? Ma lei capisce che se io avessi tre televisioni mie potrei, anche se in modo garbato, lavorare a distruggere il carisma di Berlusconi. E ci vorrebbe molto poco. E, allora, che cos’è la ‘par condicio’ se non un modo rozzo per cercare di limitare i danni? Io vado in televisione e ci sto quindici minuti, lui va in televisione e ‘giudica e manda’ per trentadue minuti. La ‘condicio’ non è proprio pari.

D – ‘Par condicio’: strumento rozzo per una situazione di emergenza. E quale potrebbe essere il modo per garantire un equilibrio informativo tivù in tempi normali?

R – L’unica alternativa è il pluralismo dell’informazione, quello vero. Capisco che è una risposta facile. E allora faccio alcune proposte per avvicinarsi al pluralismo. Ad esempio, la depenalizzazione di tutti i reati a mezzo stampa. Ma introdurre, però, un rito abbreviato in sede civile, un rito consistente, severo, rapido. Se uno dà notizie false di un crimine grave attribuendole a una persona che non c’entra niente, ebbene, quel­lo deve pagare. Viviamo in una società capitalistica, no? Quello deve pagare cinque miliardi di penale? E che paghi cinque miliardi! Se le notizie false non sono chiacchiere, è un conto; ma se producono danni, allora chi le scrive deve pagare.

D - Prendiamo Tangentopoli. Una parte politica di questo Paese accusa i giornalisti di aver dato soltanto la versione dei giudici.

R - Il modo come i giornalisti hanno trattato le vicende giudiziarie dal ’92 al ’94 è molto discutibile. È stato un modo fazioso, scarsamente rispettoso dei diritti delle persone, che ha alimentato una circolazione impropria di notizie e segreti giudiziari; ha alimentato il narcisismo della magistratura finendo per danneggiarla gravemente nella sua credibilità, che è un fattore essenziale nel suo rapporto di fiducia con il cittadino. È stata una responsabilità morale enorme: verbali, pezzi di verbali, notizie riservate sono diventati oggetto di un mercato dell’informazione sfrontato. È stato uno spettacolo di iattanza indecente. Secondo me, ha ragione la destra quando dice che c’è stato un circuito mediatico-giudiziario che ha distrutto delle persone al di là delle loro responsabilità. Lo so, sono affermazioni che faranno incazzare molti: mi immagino già i corsivi di Pansa, le articolesse di Curzio Maltese e di qualche altro genio.

D – Sulla televisione il dibattito politico è aperto e intenso. Lei pensa che debba investire anche la carta stampata?

R – Io ritengo che noi dobbiamo promuovere gradualmente una riforma antimonopolistica anche nel settore della carta stampata. Ad esempio, introdurre nel sistema dell’informazione il principio per cui l’imprenditore che ha interessi prevalenti in settori estranei all’editoria non può avere posizione di controllo nella casa editrice di giornali. Nella carta stampata c’è molto da fare: eliminare l’aspetto coercitivo penale a favore di una maggiore liberalità, che vuol dire rispetto dell’individuo; rifiuto del corporativismo che ha come caposaldo l’Ordine dei giornalisti…

D – Ma lei pensa davvero che leggi e norme siano sufficienti per modificare quello che lei chiama l’‘intruglio giornalistico’?

R – Qualcosa possono fare. Ma, certo, il mutamento può venire soltanto da chi fa informazione e da chi la gestisce. Deve finire in questa professione la regola che il giornalista più bravo non è quello che era in commissione a esaminare i documenti ma quello che era in Transatlantico proprio nel momento in cui l’onorevole abbaiò al collega: “Stronzo!”. Ma purtroppo questi sono i giornalisti di cui i direttori vanno a caccia: i più canaglia, i più furbacchioni, che vengono contesi a colpi di milioni.

D – A caccia di battute, a caccia di spettacolo per mon­tare il teatrino della politica, per compiacere il lettore e vendere copie. Ma, allora, come spiega che quotidiani e settimanali non vendono se non hanno il gadget della cassetta con il film?

R – I lettori fanno bene a comprare i giornali solo se vengono ricompensati con cassette cinema. Io devo leggere i giornali per lavoro, ma sennò mi guarderei bene dal comprarli. D’altra parte ormai le notizie indispensabili come farmacie, cinema, orari dei treni e aerei li abbiamo già su Televideo, Internet e tra poco non so dove. Perché comprare i giornali? È un segno di civiltà lasciarli in edicola.

Intervista di Lucia Annunziata

(Prima dicembre 1995)