04 dicembre 2013 | 19:17

Quando Paolo Mieli credeva nel Quarto potere

Le grandi interviste di Prima
“Il gruppo

di Umberto Brunetti
(gennaio 1996)

È un nucleo di giornalisti che si propone di ridare funzione al Quarto potere per stimolare una classe politica vociante, sbandata, inconcludente. Il leader del gruppo, Paolo Mieli, direttore del ‘Corriere della sera’, racconta il ruolo di questo collettivo, l’esatto contrario di quello descritto da D’Alema nell’intervista a ‘Prima’.

A volte, mentre ti sta davanti e ti parla, improvvisamente si blocca, spegne la parola. Ti fissa con due grandi occhi azzurri immoti. Solo dopo che sei passato qualche volta attraverso questo improvviso silenzio capisci che Paolo Mieli, direttore del Corriere della Sera, pensa molto più rapidamente di quanto riesca a parlare. Non sta dietro a quello che pensa. Ed è infatti uno dei peggiori parlatori che si possa incontrare nel mondo del giornalismo: interrompe la frase, biascica delle parole che si spengono in un mormorio indistinto, frammenta, frattura… e intanto, dentro, il disco del cervello gira velocissimo e arriva alla fine del ragionamento che le labbra nemmeno hanno cominciato a parlare. E sul volto pastoso, grassoccio non appare alcuna vibrazione, nessun segno che dietro si sta lavorando, che si costruisce, si elabora.

Eppure questo signore in pochi anni ha sistemato La Stampa, il Corriere e potrebbe sistemare Repubblica, forse il problema di formula editoriale e di target più difficile che ci sia nel panorama della stampa italiana. Un giorno ho provato a parlarne, e il disco ha incominciato a girare fulmineo. Ma ho sentito soltanto il sibilo frusciante del meccanismo che prende velocità; ho fatto appena in tempo a captare qualche frase: “Ma vedi, il problema è che da molti anni a Repubblica pensano che il giornale sia molto più piccolo di quello che è. Sono come i grandi animali, gli elefanti, i buoi, che ci vedono piccoli, per nostra fortuna…”, ma poi il nastro dentro era già finito e le parole si sono bloccate.

In questa intervista ha parlato più del solito. Ma non so quanto nastro sia rimasto inascoltato di questo giornalista che ha sorpassato Repubblica, che riesce a convivere con il dramma della Gemina. E che quando chiedi a un suo amico di Torino, che lo conosce molto bene, che cosa farà Mieli dopo il Corriere, quello ride, e poi con la mano imita un jet che si stacca dalla pista.

Domanda - “Due ti tengono e uno ti mena”, ha detto D’Alema sul rapporto dei politici con la stampa. Lei non vuole polemizzare con l’intervista rilasciata dal segretario del Pds a Prima. Ma deve ammettere che quest’immagine è di quelle che ti fanno esclamare: è vero!

Risposta- Sì, la battuta è gustosa e l’immagine felice.

Paolo Mieli

Paolo Mieli, foto di Grazia Neri

D – Non mi sembra che D’Alema abbia detto stupidaggini o banalità.

R – Se fosse così, la sua intervista non avrebbe fatto tanto rumore.

D – Quindi ha messo il dito nella piaga quando ha accusato i giornalisti di scarsa professionalità e di essere parte di quel potere che dovrebbero controllare e contrastare. Perché non replica? Lei è il direttore del più grande giornale italiano.

R – D’Alema ha detto molte cose vere per arrivare a una conclusione che è invece falsa: che la stampa sia fatta da giornalisti stupidi, commedianti irresponsabili che hanno come unico scopo quello di delegittimare la politica e chi la fa. Lui sa che le cose non stanno così, ma cerca di darcela a bere con quell’intervista. Che non è stata una gaffe diplomatica, come molti gli hanno detto (“Hai ragione, ma perché farlo proprio ora con le elezioni che si avvicinano?”). D’Alema ha dato l’intervista al momento giusto perché ha capito che la stampa sta imparando a non sottomettersi a chi fa politica. Non è il Corriere che cerca di creare delle difficoltà al Pds, come ha detto lui nell’intervista, ma è D’Alema che cerca di creare difficoltà al Corriere e alla stampa in genere.

D – Perché vuol creare difficoltà alla stampa?

R – Perché ha capito che il ‘partito dei giornali’ – come l’ha chiamato Repubblica – è una ideologia che si sta consolidando; che il quotidiano di Scalfari non è più solo nel rivendicare l’appartenenza a una collettività di professionisti dell’informazione che ritengono di avere ruolo e responsabilità nel guidare l’opinione pubblica.

D – Ma questa non è una novità. All’acqua calda della ‘missione’ del giornalista tutti hanno portato i loro dadi Knorr per dare sapore a quella brodaglia retorica: da Benedetti a Pannunzio, Spadolini, Missiroli, Ottone… e i direttori del Corriere sono sempre stati tra gli chef più maneggioni.

R – No, quella è la retorica della corporazione. Io sto cercando invece di descrivere l’esistenza e l’attività di una fascia colta della borghesia che prende coscienza di essere stampa non perché ha il tesserino della corporazione, ma perché scopre di appartenere a un collettivo intellettuale che ha ruolo e responsabilità civili.

D – Il virus di Repubblica.

R – Sì, il fenomeno Repubblica ci ha costretto a chiedere perché un giornale avesse potuto mettere al muro tutti gli altri giornali facendoli risultare – o almeno apparire – invecchiati di colpo di dieci anni. Io sono un figlio dell’Espresso e ho addosso innesti di Repubblica. Quando sono andato prima alla Stampa e poi al Corriere ho capito che la differenza tra Repubblica e gli altri stava proprio in questa coscienza di sentirsi stampa, di riconoscersi un ruolo di guida civile.

D – È stato lei l’untore che è andato in giro a diffondere le metastasi di Repubblica?

R – Sì, Repubblica ha funzionato in un primo tempo da lievito. Ma quando sono arrivato al Corriere il 10 settembre del 1992, mi ero accorto di un fenomeno forse ancora più importante di Repubblica: i direttori e i gruppi dirigenti dei grandi quotidiani avevano smesso di racchiudersi nei giornali come dentro delle torri da cui sarebbero usciti soltanto con i piedi in avanti: andavano da un giornale all’altro, si mischiavano, si incontravano. E non si perdevano di vista. Formavano un collettivo che cresceva di anno in anno e occupava posizioni importanti.

D – Quando la Gemina la nominò direttore del Corriere il 2 settembre del 1992, Prima scrisse che gli azionisti della Gemina – la grande industria e finanza del Nord – le avevano affidato il compito di guidare l’opinione pubblica alla riscossa per rilanciare l’Italia sana del capitale, dell’industria e delle professioni.

R – Sì, Prima aveva visto giusto. Il progetto era proprio quello. Non scritto, né sottoscritto. Ma l’idea era quella.

D – Ed è stato lei a lavorare per la nascita di questo collettivo diffuso nelle migliori redazioni d’Italia?

R – Era un’ideologia che ho teorizzato prima di metterla in pratica. Ognuno portava nel collettivo un patrimonio di amici, di conoscenti, di rapporti che diventava patrimonio di tutti.

D – Facciamo qualche nome di questo collettivo.

R – Oh, sono tantissimi… Non so: Eugenio Scalfari, Ezio Mauro della Stampa, Alberto Statera che ora è ai Quotidiani veneti, Giulio Anselmi al Messaggero, Vittorio Feltri al Giornale, Enrico Mentana al Tg5, Carlo Rossella del Tg1… i primi che mi vengono in mente.

D – Ho capito. Si è formato, insomma, all’interno del mondo dell’informazione un gruppo di professionisti – già numeroso ma destinato a figliare in continuazione amici e allievi – che oggi ha la stessa coscienza di essere stampa libera che avevano e hanno tutt’ora Scalfari e i suoi giornalisti. È così? D’accordo. Dunque, abbiamo un gruppo che rappresenta un Quarto potere diventato più forte, più cosciente del suo compito di controllore dei poteri forti. È così?

R – È così!

D – Ma scusi, caro direttore: ma questo Quarto potere potenziato chi controlla e chi combatte se i suoi avversari formali sono i suoi editori? De Benedetti editore della Repubblica, la Fiat della Stampa, la Gemina del Corriere, l’Eni del Giorno, il Banco di Napoli del Mattino e Gazzetta del Mezzogiorno, la Edilnord del Giornale. E lei sa che tutti questi poteri industriali sono legati a filo doppio con il mondo della politica, come ha dimostrato Tangentopoli. E allora, che senso ha parlare di un ritrovato senso di appartenenza alla stampa? Mi sembra piuttosto un ritrovato senso di appartenenza al potere.

R – Un momento… parliamo prima del ruolo del Quarto potere e poi parliamo dei rapporti dei giornalisti con i padroni.

D – D’accordo: cominciamo dalla coda.

R – Qual è oggi il compito della stampa? Viviamo una stagione che ha visto tramontare la Prima Repubblica mentre una nuova Italia stenta a venire fuori. È una stagione stagnante con rischi di putrefazione. Ed ecco allora che la funzione della stampa – almeno di quella che io assegno a me stesso e al mio giornale – è quella di sollecitare anche in maniera brusca i signori della politica perché facciano il loro mestiere e dovere. La nostra funzione è, insomma, di facilitare la nascita di una nuova Italia, di esserne levatrici. Stimolando i politici a fare quello che devono fare fino a irriderli, se non lo fanno. Ecco, è questo ultimo aspetto quello che prende in considerazione – e di cui si dispiace – l’onorevole D’Alema: che i giornalisti mettono in ridicolo i politici. Vero. Ma questo succede perché il rapporto stampa e politica è ridotto agli sberleffi di proscenio, essendo il sipario chiuso per mancanza di attori veri e di dramma autentico.

D – Dice D’Alema che lui ha bisogno di comunicare, e che non può fare come faceva Enrico Berlinguer che sui divani del Transatlantico non si sedeva mai.

R – L’onorevole D’Alema ha bisogno di comunicare? Comprensibile. E chi glielo impedisce? Faccia una conferenza stampa quotidiana a Botteghe Oscure e dica quello che vuole dire, come si fa in America. Meglio che faccia un breafing a Botteghe Oscure che qualche battuta in Transatlantico. Il ‘modulo Transatlantico’ è un sistema di comunicazione tra politici e giornali che si presta eccezionalmente a essere preso in giro e messo alla berlina. E ci sono dei giornalisti che sono diventati specialisti in questo sfottò. Vuoi il teatrino? E allora ti becchi lo sfottò. Insomma: è così straordinario e anomalo che la stampa avverta questi signori della politica che le loro esitazioni e i loro interessi personali fanno correre al Paese un rischio grave: una disaffezione del Paese verso la politica addirittura più qualunquistica di quella precedente a Tangentopoli. È infantile che i signori della politica se la prendano con la stampa: abbiamo attraversato tre anni di vita sociale e politica drammatici ma i politici dei due schieramenti non riescono a venire fuori da un impasse, e continuano a palleggiarsi colpe e responsabilità con una tale cieca insistenza che disgusta tutti. Via, questa è la verità!

D – Sembra il ragionamento di massimo buon senso che si può fare. Ma sa perché in questo momento i politici hanno così sulle croste la stampa? Perché non gli riconoscono una funzione maieutica per il bene della collettività, ma sospettano dietro la petulanza e le polemiche della stampa posizioni politiche che provengono dai loro padroni, dai loro editori. Voi non siete per molti politici un gruppo di intellettuali contrari alle manfrine dei politici, ma un gruppo di maggiordomi che riportano al mondo politico quello che il padrone gli ha scritto sulla lavagna quel giorno: comprare il latte, lo yogurt e il caffè, e colpire il tal dei tali.

R – Bella favoletta. Se fosse davvero così, se esistesse il ‘Breviario di politica Fiat’ e il ‘Manuale della ideologia di Mediobanca’ avrei qualche problema morale come giornalista ma la mia vita di direttore sarebbe molto semplificata. Mi sembra infantile che ci siano dei politici che possano pensare che Mieli, Mauro, Agnelli, Kissinger e Romiti si incontrano di notte, al lume di torce negli stabilimenti dismessi per studiare strategie di accerchiamento o di annientamento di D’Alema, Berlusconi o Buttiglione.

D – Lei la butta sul ridere. Ma non le sembra che la rinata e consolidata coscienza della funzione della stampa in un certo gruppo di giornalisti faccia a cazzotti con il fatto che quei giornalisti lavorano allo stipendio dei più forti gruppi industriali e finanziari del nostro Paese? È certo ridicolo considerare i giornali come buca delle lettere per la linea politica dei loro padroni; ma, certo, la tentazione di considerarli riflesso ed eco di un potere sociale che pesa molto, questa è una tentazione comprensibile. Non le sembra?

R – Va bene. D’accordo: prendiamo per buono il suo ragionamento. E confessiamo: sì, è vero, siamo schiavi della Fiat, di Montedison, di Mediobanca, della Gemina, della Olivetti. Quando scriviamo delle macchine della Fiat, dei computer della Olivetti, quando parliamo di Opa e di finanza non usiamo il personal ma piumini d’oca danesi. Però, quando parliamo dell’onorevole D’Alema o di Silvio Berlusconi non siamo più schiavi. Quando su questi giornali di schiavi leggi Enzo Biagi, o Gianni Vattimo, o Saverio Vertone, o Angelo Panebianco, o Ernesto Galli della Loggia, o Norberto Bobbio, o Giorgio Bocca, o Indro Montanelli ti rendi conto che questa è gente che la pensa di testa sua, che magari ha posizioni ideologiche distanti, scelte politiche contrastanti; che, magari, nelle scelte elettorali sono avversari… ma ti rendi anche conto che convergono su necessità politiche urgenti; che incalzano i politici perché non tirino il freno… ti rendi conto che questa è la stampa, la coscienza dell’informare. E che questi signori scrivono senza mordacchia: né quella di Torino, di Ivrea, di Roma o di Napoli.

D – Sono tentato di crederle. Sono tentato di credere che la coscienza del dovere sia più forte dello stimolo degli interessi.

R – Può succedere.

D – Sì, ma allora lei mi deve spiegare un paradosso: mi deve dire come sia possibile che la rifondazione della stampa e del suo ruolo – sia pure limitata per ora al gruppo di cui lei parla – sia possibile e avvenga proprio nel momento in cui industria e finanza affondano come mai hanno fatto le mani nella stampa, nella comunicazione, negli strumenti che determinano consenso, schieramento.

R – Lo ha già spiegato lei.

D – Cioè?

R – Quando dice che la comunicazione è uno strumento indispensabile per lavorare in questa società dell’informazione, lei ha già spiegato perché i poteri si occupano di giornali, di tivù, di reti telematiche.

D – Sì, ma i dubbi arrivano quando è evidente che il rapporto tra Gemina e Corriere è più corretto e rispettoso di quanto lo fosse quello tra il cavalier Attilio Monti e Gerolamo Modesti.

R – Lei forse sottovaluta che il giornalista è una figura professionale che richiede una formazione, una cultura e una capacità operativa sempre più raffinate; che il suo lavoro è sempre più necessario per condurre aziende e prodotti che diventano sempre più difficili, mutevoli e sofisticati.

D – È vero: questa indispensabilità della figura del giornalista soprattutto negli snodi di grande responsabilità e potere della industria dell’informazione è abbastanza convincente per capire la cresciuta capacità di contrattazione e autonomia del giornalista rispetto alla proprietà.

R – E poi direi che c’è un’altra ragione in questo rapporto che ha visto crescere il peso dell’industriale-padrone, ma anche quello del giornalista-manager: che i padroni di giornali – al di fuori di pochi casi come Agnelli, De Benedetti, Romiti – non sono abituati a una lettura sofisticata dei loro giornali: fanno attenzione alle notizie che riguardano direttamente i loro prodotti e i mercati dove loro agiscono. Ma per il resto danno una lettura non molto diversa da quella dell’uomo della strada, del cittadino qualsiasi. La verità è che la spinta a comprare e a controllare giornali è inizialmente quella tradizionale, quella dello sceriffo che si sente nudo se non ha la stella di latta sulla camicia e, qualche decina di centimetri più giù, la pistola, cioè il giornale con i suoi giornalisti. Ma una volta venuto a contatto del giornale e del suo mondo capisce che il giornale funziona come un istitutore privato di grande elasticità mentale e gli fornisce un panorama di andamenti e tendenze della società e dei mercati; un’analisi delle possibili opzioni sociali e politiche che lui non avrebbe né visto né capito senza il giornale.

D – Lei vuol dire che la cultura, in senso schietto, del Corriere della Sera è più preziosa per gli Agnelli, la Gemina e Mediobanca di quanto siano i miliardi di questi signori per il Corriere?

R – Conclusione audace, ma con qualche pizzico di verità. È comunque evidente che le suggestioni che ricavano editori di questo livello dalla stampa che controllano riguarda uno spettro sociale molto ampio e una dimensione europea e internazionale dei mercati dove hanno interessi. Ma, insisto: una lettura così sofisticata riguarda un gruppo molto ristretto di operatori impegnati anche nell’industria della comunicazione. Per molti altri, per tutti gli altri – vorrei dire – il profit del controllo dei giornali è limitato alla bottega e al mercato dietro casa. Tra l’avere una visione politica complessiva e non averla sta la differenza nel costo di acquisto e di gestione del giornale da parte di un industriale.

D – Insomma, non ci sono più patti segreti tra direttore e proprietà, come dicono che esistessero una volta.

R – Non so se siano mai esistiti. So di certo che oggi un patto segreto esiste tra proprietà e giornalisti: i giornalisti non devono sfruttare potere e informazione del giornale per mettersi in proprio.

D – Cosa vuol dire?

R – Vuol dire garantire all’editore e al padrone che quello che noi facciamo non è finalizzato a costruirsi una alternativa alla fine della nostra esperienza giornalistica. Nelle generazioni passate di questo mestiere c’erano persone per bene che pensavano solo al giornale; ma c’erano anche persone meno perbene che pensavano a se stessi sfruttando il giornale; e il ruolo e il potere che gli derivavano dal giornale.

D – Giocavano in proprio per ottenere aperture di credito politico o economico?

R – Tutte e due. Separatamente, ma a volte tutte e due insieme.

D – E in questo vostro collettivo, invece, nessuno fa il furbo?

R – Mi sembra proprio di no.

D – Nemmeno lei?

R – Ma io proprio… in che senso?

D – Nel senso che molti sono sicuri che lei usi il suo potere per aprirsi una strada alternativa al Corriere.

R – E quale sarebbe questa strada?

D – Quella per la presidenza della Rai, ad esempio.

R – Per me Viale Mazzini è una strada con vicino un caffè che si chiama Vanni dove, quando passo, vado a prendere un cappuccino e degli ottimi tramezzini. Punto e basta. Io adoro la Rai e molta gente che ci sta dentro. Ma non vorrei offendere nessuno dicendo che nella mia vita professionale il massimo cui potessi aspirare era fare il direttore del Corriere. E farlo bene è il massimo dei massimi. Ma le sembra possibile che io mi metta a fare – per scopi personali – il direttore di una orchestra di professori dove suonano Indro Montanelli o Galli della Loggia? È una roba che può passare solo per la testa assottigliata di qualche poveretto. E poi diamoci un taglio: vedremo chi sarà il prossimo presidente della Rai. Se sarò io, vuol dire che sono stato un bugiardo, e che tutto quello che ho fatto e detto era merce falsa.

D – Fare l’apostolo della rifondazione della stampa e poi maneggiare per la presidenza della Rai sarebbe da rogo.

R – Sì, sarebbe da rogo. Io credo nella rinascita del Quarto potere e non credo che sia dimezzato e agli ordini degli industriali. Non è vero. Non parliamo qui del mio rapporto con la proprietà del Corriere, ma le dico che non ho incertezze sul rapporto di autonomia tra Repubblica e De Benedetti, come sul rapporto più delicato in assoluto, quello tra Feltri, direttore del Giornale, e la famiglia Berlusconi. Non c’è alcun dubbio che Feltri e i suoi lavorano per fare del loro quotidiano un grande giornale, specchio di una parte importante del Paese. E questo lo fanno non per ambizione politica, non per essere l’house organ di Berlusconi, ma per ricavare successo, onori e prebende; per costruire quel podio di professionalità sul quale poter salire quando prima o poi, com’è sempre inevitabile, dovranno cambiare giornale. Noi abbiamo 40-45 anni. Abbiamo davanti ancora vent’anni di lavoro: abbiamo bisogno di patrimonio professionale e non la lettera di presentazione come giornalista cameriere. È chiaro?

D – Chiaro.

R – Abbiamo, insomma, tutto il tempo per evitare quello che stanno facendo i politici: tornare indietro. La stampa deve andare avanti. E in un momento di grande confusione come questo, andare avanti vuol dire stare al proprio posto, vincere la tentazione di buttarsi in politica dove si vedono oggi personaggi di così scarsa personalità da farti dire: beh, se c’è riuscito quel coglione tanto più posso riuscirci io. Quando sarà passata questa buriana, quando il polverone si depositerà, finalmente vedremo chi ha ceduto, chi ha tradito questa professione per sfruttare le opportunità e gli opportunismi della politica: chi ha commerciato l’importanza del suo ruolo giornalistico.

D – Lei è il personaggio che avrà i maggiori ritorni, anche non voluti, dalla sua posizione di direttore del Corriere. Sarà difficile capire se ha commerciato.

R – E invece sarà molto facile capirlo. Solo uno sbocco professionale conseguente al mio lavoro al Corriere potrà garantire che non ho commerciato il mio passato. E questo vale anche per i magistrati: mi sembrerebbe sconveniente che il giudice Nordio e Di Pietro entrassero in politica, mi sembra sconveniente che ci siano entrati Ayala, la Parenti, Violante.

D – E per lei che cosa sarebbe sconveniente?

R – Beh, che mi candidassi nelle liste del Polo dopo aver tartassato D’Alema; o che mi mettessi con l’Ulivo dopo aver torturato Berlusconi.

D – Secondo questo suo ragionamento, di giornalisti che si sono comportati in maniera sconveniente ce ne sono a manciate: Adornato, Del Noce, Giulietti, Carla Stampa, Miriam Mafai, Bonsanti, Barbato, La Volpe, Gustavo Selva, Michelini, Badaloni… Io mi fermo qui, come dicono oggi ai telegiornali.

R – Anch’io.

D – Insomma, se vogliamo anche noi buttarla in politica, lei mi ha fatto un quadro del sistema della stampa dove c’è un collettivo – avanguardia del proletariato dei giornalisti – che guiderà il popolo degli informatori verso magnifiche sorti e progressive. È esattamente il negativo del quadro che ha illustrato Massimo D’Alema nella sua recente intervista a Prima.

R – Qualcuno dei due è strabico.

D – Allora, riflettiamo: il contropotere che combatte il potere dormendo e mangiando in casa del potere; il Quarto potere che rifiorisce proprio mentre il potere è al massimo della sua penetrazione nel mondo della comunicazione. E, infine, terzo paradosso: il partito dei giornali, avanguardia del popolo dei giornalisti, è quello che massacra gli altri giornali e corrompe il mercato dell’informazione con le promozioni, con le cassette. Il più forte sta in cima, è il Corriere. E lei è il direttore che decide quali promozioni vanno bene e quali no. È un diretto corresponsabile nella crisi degli altri giornali. Nemmeno Repubblica e Stampa riescono a reggere il ritmo e la forza travolgente delle operazioni di promozione del Corriere.

R – Lei ha ragione. Ma io non posso fare altro, come ho già fatto, che chiamare a raccolta gli editori perché ci si metta intorno a un tavolo e si ragioni di questo virus che sta infettando tutti i giornali, compreso il Corriere.

D – Risultati del suo appello?

R – Zero.

D – Perché?

R – Non lo capisco. In fondo, obiettivamente, il Corriere è il quotidiano a più lunga tenuta e sopravvivenza a questo virus. Io chiedo che qualcuno intervenga. Una autorità anche esterna all’editoria, che stabilisca tetti massimi di promozione; e graduale spegnimento degli eccessi.

D – Succederà qualcosa?

R – Ho i miei dubbi. Ma dal prossimo anno il Corriere ridurrà comunque i suoi investimenti in promozioni. Sono disposto a cedere 50mila copie di diffusione.

D – In compenso si dedicherà ad altre iniziative editoriali?

R – Certo.

D – Allora non è un’offerta di pace, ma una minaccia di guerra?

R – Potrebbe diventarla, se non troviamo un accordo sulle promozioni.

Intervista di Umberto Brunetti

(registrata l’8 gennaio)