05 dicembre 2013 | 19:15

Perché Ferrara ha lasciato la tivù per fondare ‘Il Foglio’, un giornale piccolo che conta

Le grandi interviste di Prima
‘Piccolo. Ma conta’

di Umberto Brunetti
(1997)

Giuliano Ferrara, direttore del ‘Foglio’, non ha dubbi: contano più i pochi lettori della stampa che la grande platea della tivù. Il mio giornale ha le idee chiare: piccoli investimenti, piccole copie, piccole ambizioni. Ma il programma è impegnativo: ogni giorno un’opinione convincente, tutti i giorni una notizia inedita.

Sprofondato in un’ampia poltrona di pelle azzurro moscio nella bella foresteria che Sergio Zuncheddu, azionista di maggioranza relativa, ha ceduto insieme ai suoi uffici per la sede del Foglio, Giuliano Ferrara mi fissa come se la levataccia romana di stamattina per arrivare a Milano col volo delle 8 gli avesse tolto la voglia di parlare. “Vuole un caffè?”, mi fa. E al mio sì, si alza dalla poltrona con una tecnica ammirabile: prima scivola con il sedere sul cuscino della poltrona sporgendosi in avanti sulle ginocchia ripiegate sotto; poi spinge avanti il resto del busto e, appoggiate le mani sui braccioli della poltrona, si alza in piedi con levità, come se fosse Carla Fracci. Guarda giù dalla finestra in via Victor Hugo, una delle vie più parigine di Milano, dove ci sono ancora vinai, caffè e panettieri come cento anni fa.

“Quando facevo quei programmi in tivù era sul serio uno scandalo. Fino al giorno prima c’era la televisione di Bernabei, la televisione dell’Italia per bene, consociativa anche sul piccolo schermo. E il giorno dopo Raitre sparava in onda 160 chili di giornalista con le bretelle rosse, i riccioloni, gli occhi azzurri che parlava di politica senza peli sulla lingua. Visto che la cosa funzionava io ho calcato la mano. E la cosa funzionava ancora meglio. E io insistevo. Nuovi contratti, più soldi… è stato un momento spettacoloso, è proprio il caso di dirlo. Eppure tutto quel bagno di notorietà non è riuscito a levarmi di dosso questa specie di pudore e timore che ho per la pagina scritta, per la carta stampata, per il giornale. È una dimensione modesta, un angolo in ombra in questa società abbagliata dai fulmini e dal fracasso di Internet. Ma io in questa dimensione da sorpassato, da chierico ci sto bene. Non bisogna urlare, come in tivù. Si può pensare. E poi ti rendi conto che quelle poche righe stampate contano più di un festival di Sanremo”.

Arriva il caffè, Ferrara torna

a sedersi sulla sua poltrona, in mano la tazzina, nell’altra una cicca di sigaro scuro tra le dita.

“Facciamo quattro chiacchiere?”, gli dico. Lui tira dal sigaro spento. Finisce il caffè e si accomoda meglio nella poltrona: “Facciamo quattro chiacchiere”.

Domanda – Sul rapporto tra politica e informazione Prima pubblica una serie di opinioni. Abbiamo sentito Massimo D’Alema, segretario del Pds; Paolo Mieli, direttore del Corriere; Carlo Rossella, direttore del Tg1. D’Alema ha detto che il politico è prigioniero dei giornalisti; Mieli ha detto che conta solo la stampa; Rossella ha ribattuto che conta solo la tivù. Lei con chi sta?

Risposta – Con nessuno. Non sto con Mieli e non sto con Rossella. Starei con D’Alema perché ha ragione quando dice: due ti tengono e uno ti mena. È vero. Ma poi lui fa l’ingenuo, come se cadesse dal pero, come se in questo teatrino anche lui non recitasse una parte. E la recita molto bene. Così preferisco stare per i fatti miei.

Giuliano Ferrara

D – Che sarebbero quali?

R – Sarebbero che io non credo alla sacralità della stampa e non credo che il giornalista sia il suo sacerdote, l’unico professionista delegato e autorizzato a distribuire l’ostia sacra, cioè la notizia.

D – E allora?

R – Allora, cosa?

D – Non vorrà mica lasciarmi così, con questa sua dichiarazione in grembo, pesante e fumante come una fatta di elefante. Lei aveva una rubrica sul Corriere titolata ‘Bretelle rosse’, ha condotto in tivù ‘Il processo’, ‘Il testimone’, ‘Linea rovente’, ‘Radio Londra’… ora ha fondato addirittura un quotidiano, che è tutto Quarto potere. E mi viene a dire che non crede alla stampa e al giornalista.

R – Ma è meno paradossale di quanto sembri. E mi spiego. Io sono nato in una famiglia di giornalisti comunisti: mia madre è stata per lungo tempo redattore capo di Rinascita, il settimanale di Togliatti, e mio padre ha diretto L’Unità dal ’66 al ’69. Col latte materno, insomma, ho succhiato l’idea che la sacralità della notizia sia, come dire, una augusta…

D – Fregnaccia!

R – No, ma una mitologia, l’illusione di una verità che non esiste. Io sono nato nel 1952 e fino a tutti gli anni Sessanta sono vissuto nella convinzione che la verità è quella che ti costruisci tu, con le tue mani, agendo per modificare la società e il mondo che ti stanno attorno. L’idea, dunque, di una corporazione che attraverso i suoi specialisti rilasciava expertise sulla autenticità della verità mi era totalmente estranea. Non ho, dunque, una visione non dico corporativa ma nemmeno professionale del giornalismo.

D – E, allora, che cos’è per lei il giornalismo?

R – È l’articolo 21 della nostra Costituzione: cioè il diritto di accesso organizzato e garantito alla comunicazione pubblica per quei soggetti che vogliono produrla. E che devono essere liberi di produrla.

D – Lei sta parlando di libertà di stampa come libertà di intrapresa.

R – Certo: libertà di intraprendere.

D – E la famosa libertà di stampa intesa come libertà dei giornalisti di poter scrivere quello che pensano?

R – Quella è un’altra cosa. Possiamo definirla un codice di comportamento che stabilisce quale debba essere la libertà possibile del giornalista nei confronti del proprio editore. Un codice professionale, appunto. Può essere al massimo una tutela corporativa che stabilisce come tra giornalista ed editore esista un rapporto dialettico, con mediazioni e confini che non possono essere superati.

D – Lei accetta questo codice?

R – Ma sì. Mi va bene, mi ci riconosco. Ma per libertà di stampa intendo – e mi sembra correttamente – un’altra cosa. In una società che si apre all’industria, ai commerci, al libero scambismo e al liberalismo; e che produce tensioni, polemiche, lotta, conflitti e guerre, la convivenza è regolata dalla divisione dei poteri e dalle istituzioni democratiche, ma anche da una norma che consente la libertà di stampa, cioè a dire consente di essere liberi di metter su un giornale, una catena televisiva.

D – Ma questa norma ha delle regole di funzionamento?

R – Certo. Ma in prima istanza garantisce la libertà di intrapresa, l’attività dell’editore. Io non ho mai condiviso la dottrina prevalente nel giornalismo italiano secondo la quale il giornalista bravo e indipendente è quello che ha gli ‘attributi’, come dice Montanelli, o Biagi. Quello che sa resistere alla volontà dell’editore che vuole imporgli una certa cosa…

D – Lei non è d’accordo sugli ‘attributi’?

R – Il giornalista bravo e indipendente è il giornalista che ha il senso della propria dignità personale, che non fa cose in cui non crede. Tutto qua.

D – Mi sembra di capire che lei non considera il giornalista il fulcro della dialettica tra i poteri.

R – Direi proprio no. Il cuore del pluralismo è garantito dalla battaglia tra gli editori non dalle ubbie dei giornalisti.

D – Ma molti giornalisti ritengono che il Quarto potere sia impersonato non dagli editori ma dalla collettività dei giornalisti. Vedi intervista a Mieli.

R – Non è vero.

D – E molti giornalisti pensano che l’unico potere in grado di bloccare e imbracare il potere politico sia il loro potere.

R – Non è vero.

D – E che gli unici cittadini delegati a rappresentare e difendere gli interessi della collettività sono i giornalisti.

R – Non è vero. Questa visione della stampa come contropotere unico al potere politico è un’ideologia in cui non credo. È l’ideologia sulla quale è cresciuto il gruppo degli Amici del Mondo e poi dell’Espresso e di Repubblica. È l’ideologia di Eugenio Scalfari. Una ideologia interessante perché ha difeso, come uno scudo, la nascita del giornalismo di opinione. Che era importante che nascesse perché era un giornalismo schierato, di battaglia, un giornalismo-partito, come La Repubblica di Scalfari. Ecco, questa ideologia si è sempre dichiarata spada e sentinella dei valori e dei diritti della collettività e della opinione pubblica.

D – Invece era soltanto la difesa della propria opinione, la difesa di una lobby e della sua ideologia.

R – Io non ho mai pensato, né come giornalista della carta stampata né come giornalista della televisione, che uno possa attribuirsi la rappresentanza e la tutela generale degli interessi dell’opinione pubblica.

D – Dice ‘opinione pubblica’ come se fosse una roba pericolosa.

R – E lo è, infatti. Come lo storico francese Renan, considero l’opinione pubblica il plebiscito di ogni giorno, cioè una cosa pericolosissima, un drago sanguinario dalle mille teste… Perché? Perché ho visto, e mi sono anche trovato in mezzo a manifestazioni di piazza in cui ti accorgi che basta un niente per essere linciati… basta che uno lanci un grido, aizzi… e sei finito. Questa è l’opinione pubblica. Che è diventata questa forza terribile da quando, organizzata dagli intellettuali francesi dell’Illuminismo, i Philosophes, diventò sostegno dei tagliatori di testa, i Giacobini. Ben diversa dall’opinione aristocratica delle élite, di modello inglese, che si aggrega intorno ai diversi centri di pluralismo e ai diversi linguaggi che la libertà di stampa esprime.

D – Bene, caro Ferrara, abbiamo fatto tabula rasa: distrutta la presunzione dei giornalisti di rappresentare la libertà di stampa; riabilitati gli editori cinici e bari come i veri protagonisti della libertà di stampa; distrutta l’ideologia del Quarto potere come unico contropotere del potere politico; distrutta la presunzione che attribuisce al giornalista la difesa degli interessi generali della collettività; distrutto il mito dell’opinione pubblica. Che cosa resta sul tavolo?

R – Ho chiarito il mio punto di vista per non creare degli equivoci. Detto questo – come si dice oggi – sul tavolo rimane intatto quanto lei ha portato all’inizio della nostra chiacchierata: le opinioni di D’Alema, Mieli e Rossella. Ora posso rispondere, se vuole. E devo subito dire che non mi sento di dare torto alle cose dette da D’Alema nell’intervista che vi ha rilasciato. Non saprei come dargli torto. Lui ha usato, probabilmente, espressioni ingenerose nei confronti di chi fa bene questo mestiere; è stato poi, come succede sempre a D’Alema, troppo indulgente e generoso verso se stesso e il proprio punto di vista perché ha sorvolato sulla grande complicità con la stampa di una classe politica spesso scadente. Ma, a parte questo, il suo ragionamento mi sembra giusto. Perché la realtà è che un parlamentare è, oggi, un signor nessuno. E il capo partito è uno che emerge appena appena e tenta di dire la sua in un’Italia dove conta chi ha i quattrini, conta chi ha i giornali. E conta molto chi ha i quattrini e i giornali e può mostrare come insegna del suo potere un esercito di giornalisti. Quando un giornalista che ha dietro le spalle un gruppo con decine e decine di giornali, e centinaia e centinaia di giornalisti; quando questo giornalista della Stampa, del Corriere, del Messaggero o di Repubblica attraversa il Transatlantico di Montecitorio e decide di informare i suoi lettori facendo il teatrino che gli rimprovera D’Alema, ebbè, lui si sente padrone del gioco. Sa che fa parte di una casta di intoccabili che vanno lì e che fanno il buono e il cattivo tempo.

D – Per esempio?

R – Beh, voglio dire… Per esempio, io ho molto affetto per un giornalista come Augusto Minzolini, della Stampa, per come se l’è sfangata. Uno simpatico… che ha inventato una delle più grandi e simpatiche carognate che esistano a questo mondo, prototipo del rapporto tra giornalista e politico… ma come, non la conosce?

D – E no, non la conosco.

R – Allora: io, Minzolini, vado e ti intervisto. Scrivo una cosa che dico che tu hai detto. Forse l’hai detta, forse no. Non importa. Ma se smentisci, io ti rispondo con la mia formula: “Confermo quanto ho scritto”. Se tu smentisci di nuovo, io torno a confermare. E vado avanti fino a che la tua smentita diventa ridicola. E vinco io. Questa è la formula Minzolini. Niente da fare.

D – Una volta si usava il curaro nello champagne.

R – D’altra parte i giornalisti si difendono dicendo che in nessun altro Paese del mondo esiste la pratica di rilasciare delle dichiarazioni e il giorno dopo smentirle. Umberto Eco dice, infatti, che di fronte a una smentita o hai le pezze di appoggio e le testimonianze incrociate, oppure non hai scampo.

D – Quando lei è stato ministro dei rapporti con il Parlamento del governo Berlusconi ne deve aver viste di tutti i colori nel rapporto tra giornalisti e politici.

R – È stato un periodo in cui si sono rotti tutti i freni inibitori.

D – Lei ha fatto diga?

R – Sì, abbastanza e anche con qualche buon risultato. Ma c’era un’ondata che sfondava la diga, di fronte alla quale ero impotente: l’accusa di conflitto di interesse rinfacciata a Berlusconi, una clava che la stampa nazionale e internazionale maneggiava con grande violenza. E lì c’era poco da fare. Ma per il resto non mi scaldavo come fa D’Alema. I politici non sopportano il delitto di lesa maestà. E io, invece… non dico che non mi incazzo, ma non lo considero un delitto. Mi piacerebbe, questo sì, che ci fosse ‘par condicio’ nella lesa maestà.

D – Esempio?

R – Beh, questa pratica dei giornali di avere un giornalista per il Quirinale non mi piace tanto. La linea diretta con il Colle per ottenere informazioni da fonte attendibile è un canale a doppio senso di marcia.

D – Il notissimo ‘do ut des’?

R – Evidente. Vorrei, insomma, che ci fosse la stessa disinvoltura nei confronti di tutti i grandi, non soltanto verso alcuni.

D – Mi sembra che le sue opinioni sul Quarto potere e sulla libertà di stampa abbiano già risposto alla tesi di Mieli che sostiene di aver rifondato il Quarto potere con un gruppo di giornalisti: un gruppo selvaggio.

R – Sì, ho letto su Prima questa sua tesi. Ma non ci credo.

D – Perché no?

R – Perché fa parte del suo contraddittorio rapporto con Scalfari. Mieli rivendica l’idea del gruppo selvaggio, baionetta d’assalto del Quarto potere, che è l’ideologia costituente dell’Espresso e di Repubblica; e mentre rivendica l’attualità di questo incunabolo, lui prosegue meticoloso e implacabile nella sua distruzione di Repubblica, la sua culla, la sua mangiatoia. Ma sì! Mieli è l’uomo del grande parricidio, è l’uomo che viene da Espresso e da Repubblica, e ha scassato Repubblica. L’ha fatto perseguendo l’obiettivo in modo intelligente, scientifico, astuto, senza mai uscire dai binari. E, soprattutto, senza mai scoprirsi. È entrato, invisibile, nella pancia di Repubblica e ha aperto una enorme falla nella fiancata. E mentre Repubblica imbarca acqua, lui rilancia l’ideologia raccolta sulle labbra del suo padre naturale. Mieli è un affettuoso parricida.

D – Ho la netta sensazione che anche l’ultima operazione di Mieli, il lancio del femminile del Corriere della Sera, oltre a essere un’operazione editoriale, sia un trappolone teso a Repubblica. Repubblica vede la testa del femminile spuntare dal marsupio del Corriere e crede di essere anche lei un canguro.

R – Lanciare il femminile di un quotidiano è un impegno gigantesco.

D – Sì, ma a Repubblica sono accecati dalla concorrenza. Non capiscono che a Mieli non basta aver scassato Repubblica: la vuole distrutta, arresa. Credono di poter imparare in due balletti quello che il Corriere conosce da anni: come si fa un femminile, come si vende pubblicitariamente, come si promoziona, come si fanno le pubbliche relazioni a base di redazionali, come si fa a mandare in edicola lo stesso prodotto identico a se stesso per decine di anni. “Perché, noi non siamo capaci di fare un femminile?”, dicono polemici. No, che non lo sanno fare. Credono che basti un direttore più o meno esperto nel fare i femminili.

R – Ma hanno intenzione di uscire sul serio?

D – Certo. La loro tesi, mi sembra di capire, è questa: “Lasciamo uscire il femminile del Corriere. Vediamo come reagisce il mercato della lettura e della pubblicità, e dopo due mesi usciamo con il nostro femminile. Per due mesi il Corriere farà test sul campo anche per conto nostro. E gratis”. Mi sembra una strategia suicida: come se i test che valgono per un prodotto valessero per tutti i prodotti analoghi; e come se il Corriere non approfitterà di quei due mesi per essere perfettamente a punto quando ci sarà lo scontro in edicola con il femminile di Repubblica.

R – Vedrà che non sono così ingenui come lei li descrive.

D – Vedremo. Parliamo ora dell’intervista che abbiamo fatto a Rossella: il direttore del Tg1 dice che in politica l’unica cosa che conta è la televisione. Lei che cosa dice?

R – Io credo che in televisione avvenga quello che avviene nelle società. Dice Cuccia che in Italia ci sono due categorie di azionisti: quelli che hanno tante azioni, che però non contano; e quelli che ne hanno poche, ma sono quelle che contano. Allo stesso modo, purtroppo, ci sono due categorie di cittadini: quelli che hanno tanti voti, che sono quelli che guardano la televisione e solo la televisione; e quelli che hanno pochi voti, che sono quelli che leggono i giornali. La grande platea televisiva ha i voti, ma non conta; il salotto dei giornali è ristretto, ma è quello che conta. E mai come in questo ultimo periodo s’è vista la differenza tra chi conta e chi no. Guardi i risultati delle elezioni clamorosamente disattesi dopo sette mesi soltanto di governo. Perché non è successo nulla? Ma perché i giornali non hanno proclamato lo stato di agitazione, e hanno invece detto: “Ma no, va bene così, vada avanti Dini… sì, facciano le regole”. Con tutto il populismo televisivo possibile, se da noi non interviene la stampa non succede assolutamente niente. Qui mica siamo in America dove il mercato della parola televisiva – da quella religiosa a quella politica – è connesso col mercato economico e dei consumi, ed è lui, quindi, che determina l’elezione diretta del presidente. La stampa si limita a far da cemento ai vari centri delle élite. Qui il rapporto di forza e di rappresentatività è rovesciato. È vero quello che dice Rossella, che i giornali dipendono dalla televisione? Sì, apparentemente sì. Ma la verità è, invece, che è la televisione a dipendere dalla stampa. Ma, scusi: che cosa fa Santoro, che cosa fanno Lucia Annunziata, o Bruno Vespa o Minoli, se non costruire la loro trasmissione invitando quei politici che la stampa ha individuato come leader di punta? Leggono i giornali e sulla base di quello che leggono fanno la trasmissione. Se proprio vogliamo stabilire una equivalenza assoluta – ma io non ci credo – si può dire che i giornali dipendono dalla televisione quanto la tivù dipende dai giornali.

D – Insomma: quello che dice Rossella è vero o no?

R – È vero, ma è vero anche il suo contrario. L’ampiezza molto relativa del nostro mercato della comunicazione fa sì che ci sia una certa risonanza tra il mercato della stampa e quello della televisione. L’eco è brevissima, e il rimbombo della televisione ti spinge a credere che il suo peso nel circuito della comunicazione sia più forte di quello della stampa. Ma è solo apparenza.

D – La sua profonda convinzione nella superiorità della stampa sulla televisione spiega, dunque, la nascita del Foglio, un quotidiano silenzioso, controllato, tutto il contrario del Ferrara televisivo: la formula di maggior successo – politico, di audience ed economico – del giornalista Ferrara.

R – Lei sa che quando uno non sa che fare, è allora che decide di fondare un giornale. E così ho fatto io. Ma non potevo pensare a un grande giornale, che esige un grande editore e grandi investimenti. Così ho puntato su una formula che cominciasse là dove finiscono i giornali di grandi ambizioni: pochi soldi, pochi giornalisti, poche copie. Di giornali sopravvissuti alle proprie grandi ambizioni io conosco solo Repubblica, un quotidiano sorretto da due grandi gruppi editoriali, L’Espresso e la Mondadori. Eppure, anche così, non è stata una passeggiata. Io ho puntato esattamente sull’ideologia opposta a quella che ha determinato il fallimento di molti tentativi in questi ultimi tempi: voi puntate su grandi redazioni? Io punto su piccolissimi numeri. Grandi investimenti? Io piccoli investimenti. Grandi firme voi? Io nessuna firma. Quotidiano tenorile il vostro? Io informazione sommessa, a mezza voce.

D – Immagino che lei sia partito senza fare ricerche di marketing.

R – Io ho una sola ricetta di marketing: se il giornale funziona, bene. Sennò si chiude. E mi creda, dopo tre giorni si capisce già se un quotidiano funziona o no. Specie uno piccolo come Il Foglio.

D – Che funziona?

R – Tocco ferro: mi sembra proprio di sì. Siamo a un venduto medio di 30mila copie, e reggiamo.

D – Cos’è il minimo indispensabile quotidiano per Il Foglio?

R – Un’opinione convincente al giorno, una notizia inedita tutti i giorni.

D – Sembra poco, no?

R – Ma è tantissimo. Se ci riusciamo…

D – È vero che tra i suoi ultimi azionisti che stanno sottoscrivendo il residuo 30% del capitale del Foglio c’è anche Paolo Berlusconi?

R – Cognome giusto, nome sbagliato. Veronica Lario Berlusconi si è impegnata all’acquisto del 30% del capitale dell’editrice del Foglio che è di 1,5 miliardi. Il 36% è di Sergio Zuncheddu, il 10% di Giuliano Ferrara, e il residuo 24% è suddiviso in 6 quote del 4% l’una.

D – Riuscirà a respingere il vero pericolo del Foglio? La tentazione di aumentare le pagine?

R – Ne sono sicuro.

D – Si candida alle prossime elezioni?

R – No.

Dialogo tra Giuliano Ferrara e Giorgio Bocca sulla nascita del ‘Foglio’

‘La mia scommessa’ (1996)

Ho visto che c’era una grande moria di giornali… ‘La Voce’, ‘L’Informazione’, ‘Il Telegiornale’… E così mi sono detto – spiega GiulianoFerrara – soldi non ne ho, banche alle spalle neppure: è proprio il caso di provare con un giornale piccolo, ‘Il Foglio’

Un giornale che nasce fra tanti che muoiono è una buona notizia. Si chiama Il Foglio, ha la redazione al centro di Milano, due passi da piazza del Duomo, via Victor Hugo, davanti al ristorante Peck, tra i negozi alimentari più famosi della città, una Bengodi beneaugurante. Giuliano Ferrara, il fondatore-direttore, mi fa trovare la redazione al completo e il vecchio giornalista un po’ si emoziona a vedere che ci sono ancora delle ciurme coraggiose pronte a salpare. Ex comunisti, ex ciellini del Sabato, ma vecchi amici, di nuovo in cordata.

Bocca: Giuliano, come ti è venuta questa idea a dir poco coraggiosa?

Ferrara: Sai come è: quando uno non ha niente da fare, fa un giornale.

Bocca: Cosa è, l’ultima versione del fare il giornalista che è sempre meglio di lavorare…? Niente da fare tu, uomo politico e di televisione?

Ferrara: Della televisione mi sono stufato, la politica la soffro troppo, mi fa impazzire il cuore e poi credo che il giornalismo sia il mio vero mestiere.

Bocca: Ma perché ora e non prima?

Ferrara: Forse a decidermi è stata la moria di giornali di questi ultimi tempi: fallito in breve il quotidiano di Vesigna, morta La Voce di Montanelli, morta sul nascere L’Informazione di Pendinelli, che pure aveva alle spalle la Banca di Roma… Insomma, una scommessa contro. Siccome è il mio mestiere, non affronto questa impresa alla leggera. I grandi giornali hanno carichi pesantissimi: la carta, i redattori, i collaboratori, le tipografie, le promozioni. Costi alti, altissimi. Così mi son detto: soldi non ne ho, banche alle spalle neppure. Proviamo a fare un piccolo giornale, un foglio, Il Foglio.

Bocca: Beh, ma un po’ di soldi li avrai pure trovati. Puoi dire da chi?

Ferrara: Dal signor Sergio Zuncheddu, un amico di Armando Corona, massoneria per bene, uno che nessuno conosce nel mondo dei giornali, ma che è una persona deliziosa. Lui ci ha messo un miliardo e un altro è arrivato da alcuni industriali milanesi. Avevamo provato inutilmente a Brescia e a Trieste fra industriali sostenitori di Forza Italia. Molta simpatia ma nessuna lira. Poi abbiamo incontrato Zuncheddu, uno di quegli imprenditori che hanno il pallino del giornalismo. Questa sede di via Victor Hugo l’aveva già sistemata a redazione e dotata di strumenti di produzione per far rinascere Il Borghese, un impegno troppo arduo. L’obiettivo che ci siamo dati è più scaramantico che ragionato: 8mila copie a mille lire.

Bocca: Ma non avevate parlato di cinquecento lire?

Ferrara: Sì, ma fatti i calcoli abbiamo capito che la possibilità di sopravvivere si sarebbe ridotta al minimo. Tu che ne pensi?

Bocca: Non mi intendo di calcoli. Penso che a cinquecento lire un buon Foglio avrebbe potuto diventare un secondo giornale da togliersi una curiosità a prezzo modico e poi affezionarcisi. Mille lire per un foglio che, come vedo, sono già diventati due mi sembra troppo vicino al prezzo di un grande giornale (intervengono alcuni redattori, cui le mille lire sembrano troppe).

Ferrara: Si potrebbe partire con cinquecento e poi, se necessario, salire.

Bocca: Perché non adottate una via di mezzo, per esempio, settecento lire?

Ferrara: Dicono che gli edicolanti non gradiscono le spezzature, la fatica di dare il resto. Son cose che bisognerebbe sperimentare.

Bocca: Che tecniche userete?

Ferrara: La videoimpaginazione, la teletrasmissione alle due tipografie, la milanese di Colasanto a Muggiò e una a Roma. (Mi fanno vedere alcuni numeri zero. Belli, come un bel giornale degli anni Cinquanta).

Ferrara: La giornata l’abbiamo copiata dal Wall Street Journal. Non abbiamo la pretesa di essere gli inventori e i riformatori del giornalismo, ma quella di fare un buon prodotto sì. In Italia c’è una sovrapproduzione di informazione mediocre: trentacinque edizioni di telegiornali, centinaia di gazzette grandi e piccole. Noi crediamo che ci sia posto per un giornale serio di opinione.

Bocca: La gente si attende da voi, da te, un foglio di battaglia, il foglio del personaggio falstaffiano della televisione, delle polemiche mordenti e irridenti. Ma Il Foglio che mi mostrate mi pare un’altra cosa, con un ‘aplomb’ anglosassone da Times in miniatura.

Ferrara: Non abbiamo intenzione di fare un giornale urlato. Una piccola tentazione di farlo ci sarebbe: il conformismo e lo snobismo della sinistra inducono in tentazioni plebee. Sarà un giornale senza firme, con dei collaboratori eclettici. Una insalata di economisti seri come Martino e di spiriti eccentrici, di professori e di liberi battitori. Molto scritto, molto freddo. Certo uno come me ha una sua identità politica, la mia vicinanza a Berlusconi e a un moderatismo serio non può essere nascosta. Ma non sarà un giornale di partito. Sosterremo delle idee moderate, non delle menzogne o delle diffamazioni utili ai moderati. E non sarà un giornale facile da fare. In questi giorni mi sono accorto che alcuni degli editoriali che avevo scritto erano un po’ editoriali del giorno dopo.

Bocca: La scommessa del Foglio, a mio avviso, è di fare un giornale moderato e di destra che non sia cialtrone. Io, e credo molti lettori ‘di sinistra’, possiamo ammettere che la destra conduca una battaglia contro la magistratura di Mani pulite, contro Di Pietro. Ma non che in questa battaglia si usino delle menzogne e delle diffamazioni: vedi i 5 miliardi regalati a Di Pietro dal banchiere Pacini Battaglia, o l’ultima e spassosa di quel curioso garantista che è l’avvocato Mellini, secondo cui la proposta di un superamento di Mani pulite presentata da Di Pietro sarebbe stata concepita pro domo sua, per evitare le indagini giudiziarie sul suo conto.

Ferrara: Tu sai che su Di Pietro abbiamo opinioni diverse.

Bocca: Opinioni diverse sì, ma non invenzioni o diffamazioni diverse. Quali regole avrà Il Foglio?

Ferrara: Quelle imposte dallo spazio, nessun articolo potrà superare le ottanta righe. Non ci occuperemo di pettegolezzi, ma di inchieste, di storie umane, di analisi.

Bocca: Come mai avete scelto Milano e non Roma?

Ferrara: Per una ragione pratica e necessaria. Qui lavora e abita il nostro editore e qui c’era già una sede con impianti e macchine prese in leasing.

Bocca: Tu farai il pendolare con Roma?

Ferrara: No, ho preso casa a Milano in via Moscova, e anche mia moglie è venuta a Milano. Io sono romano, ma sono certo che Il Foglio fatto a Roma avrebbe inevitabilmente avuto un odore di palazzo politico, di chiacchiere di Transatlantico di Montecitorio.

Bocca: Hai sentito i pareri dei santoni del giornalismo?

Ferrara: Ho sentito Ronchey, mi ha guardato con meditata tristezza e mi ha pronosticato una vendita di 3mila copie. Mieli, invece, è ottimista. Sai, in fondo, ai direttori dei grandi giornali fa piacere che ne nasca uno piccolo. Non gli fa paura e si divertono a vederlo muovere i primi passi.