02 gennaio 2014 | 14:17

Sue Greenwood: il giornalismo del futuro non è solo tecnologia, deve soddisfare le curiosità dei lettori meglio dei computer

I cambiamenti nel giornalismo non solo tecnici. Negli ultimi vent’anni quelli più importanti sono stati di natura sociale. È il modo con cui è mutato il modo di consumare le notizie ad aver cambiato il settore dell’editoria. È l’opinione di Sue Greenwood, insegnante di giornalismo alla Staffordshire University ed esperta di web media.

Sul suo blog What worked, what didn’t racconta come, accanto ai processi di produzione delle notizie (ora molto influenzati dalla tecnologia) siano cambiati i nostri comportamenti di lettura e di approccio alle informazioni. Fino al decennio scorso era impensabile ciò che oggi appare scontato: se siamo interessati a un tema, ci aspettiamo di ottenere tutto ciò che vogliamo ovunque ci troviamo.

Di conseguenza il modello di business editoriale si sta riorientando verso un modello simile a un negozio in grado d i produrre novità a tutte le ore. Ora si è in grado di “vendere giornalismo”, mentre finora si è venduta l’attenzione a una pagina. Quest’attenzione era dove venivano collocate le inserzioni pubblicitarie. Incrinatosi il meccanismo della pubblicità, i profitti stanno rapidamente sparendo dall’industria editoriale. Greenwood riporta uno studio del professore di economia Mark Perry: nel 2012 i ricavi pubblicitari sono stati gli stessi del 1950 (al netto dell’inflazione).

Ricavi pubblicitari nell'industria editoriale 1950-2012

Ricavi pubblicitari nell’industria editoriale 1950-2012

Il grafico mostra come la salvezza non viene dal giornalismo online. A quanto riporta Bloomberg “per ogni nuovo dollaro generato dal web se ne bruciano 10 nell’industria tradizionale”. La maggior parte della pubblicità online viene drenata da Ebay, Amazon, Facebook e soprattutto Google.

Ma Greenwood non si abbandona al pessimismo: l’industria delle notizie è sempre stata in perenne cambiamento: “È come un serpente che deve cambiar pelle ogni anno”. Ora i cambiamenti però sono molto più repentini: digitale, social media e mobile si sono susseguiti a distanze ravvicinate.

Se nel futuro le notizie verranno consumate in buona parte con gli smarphone (e ormai metà della popolazione mondiale ha un telefono cellulare) non bisogna pensare a una facile salvezza: non saranno i telefonini a salvare l’industria editoriale: sono sempre Google, Facebook e Amazon a ritargliarsi la fetta più grande dei profitti.

Michael Wolff sul Guardian ha spiegato come sul mobile la polarizzazione è ancora più forte: 100 dollari prodotti offline dai giornali equivalgono a 10 dollari generati sul web tradizionale, che si riducono a 1 dollaro sugli smarphone.

Per i giganti del web è semplice produrre profitti: il lavoro di produzione contenuti lo fanno gli utenti, a Facebook, Google ecc. non sta che sviluppare l’infrastruttura tecnologica che, però, non può rispondere con efficacia alle curiosità sempre maggiori degli utenti. Perché i vari aggregatori renndono meno curiosi e più conservativi.

Greenwood però avverte: il fattore umano non è indispensabile di per sé: ogni volta che un giornalista scrive per frasi fatte, come “rinvenuto il cadavere” e “alle prime luci dell’alba”, dovrà pensare che la tecnologia ha già i mezzi per produrre un testo del genere. Non essere banali e raccontare qualcosa che non sia già stranoto non è più un’opzione.

Per la docente ci sono quattro orizzonti del giornalismo

1. ci saranno storie generate da algoritmi (come Narrative Science);

2. le notizie saranno più personalizzate, più geolocalizzate e saranno raccomandate da qualche utente (come su Facebook, Buzzfeed e Summly, appena acquisita da Yahoo!;

3. la divisione tra notizie brevi e notizie lunghe sarà sempre più netta e profonda (come le differenze tra Medium, Matter e Circa)

4. il consumo e la produzione di notizie sarà ancora più pervasivo con i Google Glass e gli smartwatch.

Si stanno già diffondendo i Glass explorer: giornalisti che documentano notizie con i Google Glass: