05 gennaio 2014 | 21:44

Claudio Giua sull’Huffington Post a favore della web tax forte deIl’opinione del Financial Times

L’Huffington Post Italia prende una netta posizione a favore della  “web tax”.  Lo fa attraverso un articolo di Claudio Giua, direttore innovazione e sviluppo del Gruppo Espresso, uno dei pionieri tra i giornalisti internettiani italiani, che è interventuto prendendo spunto dall’articolo pubblicato il 4 gennaio  dal Financial Times, in polemica con gli affossatori della web tax.

È evidente insomma che i giornalisti di punta del gruppo sul fronte internettiano sono d’accordo con le posizioni del loro editore Carlo De Benedetti che il 27 dicembre nel suo bog su HuffPo ha scritto un pezzo durissimo in difesa del “presidente Pd della Commissione Bilancio della Camera, Francesco Boccia, colpevole d’aver voluto nella legge di Stabilità la norma incongruentemente definita ‘web tax’ da oppositori e detrattori” attirandosi fulmini e saette da Beppe Grillo portabandietra degli affossatori.

Scrive con interessanti argometazioni Giua: “Il più diffuso giornale economico del mondo, il Financial Times è un covo di anticapitalisti, antimercatisti, antinnovazionisti? Sì, stando ai molti che hanno brindato a San Silvestro al rinvio della “web tax” altrimenti nota come “emendamento Boccia”, la norma nella legge di Stabilità che puntava a far pagare le tasse, almeno in parte, alle multinazionali che agiscono sul nostro mercato da vere fuoriclasse, sia per la loro indiscussa superiorità tecnologica sia approfittando del fatto di poter eludere legalmente quanto dovuto al fisco: quel che non è nemmeno pensabile per le loro concorrenti nazionali. Ecco infatti cosa scrive il FT del 4 gennaio a firma Vanessa Houlder e Jim Pickard: “Sette giganti americani della tecnologia, tra cui Apple ed eBay, hanno pagato solo 54 milioni di sterline di tasse nel Regno Unito nel 2012. L’importo, che è relativamente modesto rispetto alla portata delle loro vendite combinate, pari a 15 miliardi di sterline, evidenzia l’urgenza di un ripensamento delle norme fiscali globali. Un riesame è stato avviato dai leader mondiali la scorsa estate, coscienti della crescente frustrazione degli Stati per la difficoltà di ottenere ricavi dal settore Internet. Ciò ha indotto l’Italia e la Francia a proporre nuove iniziative per le tasse digitali la scorsa settimana”.

Claudio Giua

Claudio Giua, direttore dell’innovazione e sviluppo del Gruppo Espresso

E Insiste il giornalista “Vorrei sapere che pensano di queste note del FT alcuni colleghi e amici che stimo molto e che si sono schierati pubblicamente, a cavallo di Natale, contro la web tax. Faccio due nomi, tra i tanti possibili: Massimo Russo, direttore di Wired, e Luca De Biase, che coordina Nòva del Sole24Ore, di cui ho letto, ascoltato e meditato le argomentazioni. Conoscendoli bene, so che le loro opinioni non sono all’asta (in altri casi non sarei così tranchant). Riassumendole: una legge siffatta, con l’obbligo della partita IVA italiana per chi vende beni digitali o fisici sul nostro territorio, ci isolerebbe dal resto d’Europa; le aziende straniere eviterebbero accuratamente il nostro paese pur di scansarne le nuove forche caudine fiscali; quelle italiane avrebbero difficoltà a comprare, per esempio, pubblicità su siti stranieri; gli operatori globali smetterebbero di investire e creare occupazione sul nostro territorio; l’Unione Europea ci coglierebbe, una volta di più, in fallo per violazione delle leggi comunitarie, magari persino appioppandoci una multa.

Prendiamo per reali tutte queste drammatiche eventualità e cerchiamo di esaminare la faccenda con qualche distacco. Come scrisse Italo Calvino: chi vuole guardare bene la Terra deve tenersi alla distanza necessaria. Allora, da quindici anni le società di maggior successo al mondo – quelle digitali – stanno accumulando straordinarie fortune, di cui restituiscono alle collettività nazionali poco o niente. L’elusione fiscale legale paese per paese è uno dei modi con cui questi tesori vengono incrementati. Sempre il Financial Times definisce il fenomeno “avarizia aziendale”: secondo l’autore dell’articolo del 2 gennaio, John Plender, in pochi anni Apple, Microsoft, Google, Cisco, Oracle, Qualcomm e Facebook hanno accumulato qualcosa come 340 miliardi di dollari di riserve: “Tale propensione straordinaria al risparmio è quasi da considerarsi antisociale. C’è da chiedersi perché le aziende più innovative agiscano come gli avari dei romanzi di Balzac”.

È evidente che la stessa domanda non se la sono posta i politici italiani che hanno deciso di affossare la web tax che, per imperfetta che fosse, avrebbe (meglio dire: ha) il merito di mostrare al mondo che persino il nostro paese, a volte, riesce a combattere sul serio battaglie d’interesse generale. Chi, pur avendo dimestichezza con la rete, s’è rallegrato per lo stop alla norma Boccia non si rende conto che non affrontare il problema del disequilibrio fiscale ha conseguenze che sono – loro sì! – quelle paventate dai maître-a-penser nativi digitali nel caso di introduzione della web tax: la distruzione di quote significative dell’industria italiana, il soffocamento nella culla di nuove iniziative imprenditoriali. Come questo avvenga me l’ha spiegato un manager che ha lavorato per una multinazionale con sede operativa in Italia: “La strategia degli operatori digitali globali è acquisire il monopolio dei mercati nazionali approfittando delle esenzioni fiscali, senza le quali i costi di sviluppo non sarebbero mai ammortizzati. È lasciando loro campo libero che si soffocano le imprenditorie locali, che potrebbe invece creare centinaia di migliaia di posti di lavoro. Mentre loro, i superbig, impiegano solo poche centinaia persone in ciascun paese, in alcuni casi interinali sottopagati, in altri casi supertecnici chiamati ad adattare commercialmente ai loro mercati quanto progettato e realizzato altrove”.

In altre parole, Amazon, eBay, Skype, Google vincono grazie alla “esenzione” dalle tasse: per esempio, l’IVA lussemburghese (che è quella pagata da Apple in tutti i paesi UE) è inferiore del 7% rispetto a quella italiana. L’effetto, secondo l’ex manager che vuole rimanere anonimo, è ben calcolabile: “Considerando che per la gran parte dei beni venduti sul web i margini medi sono del 2-3%, garantire uno sconto certo al consumatore del 7% mette queste aziende in condizioni di vantaggio non comprimibile”. Lo sa Beppe Grillo che le imprese italiane non ce la fanno a competere con chi vende i loro stessi prodotti fisici o digitali con prezzi inferiori del 7% grazie all’”adozione” dell’IVA lussemburghese o irlandese? Lo sa Matteo Renzi che questo costoso “biglietto d’ingresso al mercato” lo devono pagare anche le tanto vezzeggiate start up nostrane rispetto ai colossi che fatturano settanta miliardi di dollari l’anno? Lo sa il presidente dell’Antitrust Giovanni Pitruzzella che i costruendi monopoli in Italia degli over-the-top americani tutelati dal Dipartimento di Stato configurano situazioni di fatto in forza delle quali la concorrenza non esisterà mai più?

Per fare un esempio concreto: perché il nostro fisco non è in grado di far pagare le tasse a Google per la pubblicità ospitata sulle pagine di risposta del suo motore di ricerca mentre non può che versarle tutte intere Tiscali per quella venduta sul suo motore Istella? La questione è semplice: Google sostiene di non avere una “stabile organizzazione” nel nostro paese e di far capo per le sue attività nei paesi UE alla sede irlandese, quasi che i suoi circa duecento dipendenti a Milano e Roma e il relativo fatturato di quasi un miliardo di euro siano poco più di un’effimera iniziativa, un temporary shop. Quindi, grazie alle vigenti regole europee, il suo “fisco di riferimento” è quello, generosissimo, di Dublino. Ovviamente, i venditori, gli account, i tecnici di Google in Italia lavorano stabilmente, al cento per cento, per i clienti italiani. Tanto stabilmente che solo Mediaset piazza più pubblicità di loro. Ha spiegato chiaramente Carlo De Benedetti sull’Huffington Post: “Chi non sa cos’è una stabile organizzazione può trovare la sua definizione nel Testo Unico del 22/12/1986 e nel DLG del 12/12/2003. Tra l’altro, il legislatore stabilisce che ‘costituisce una stabile organizzazione dell’impresa (…) il soggetto, residente o non residente, che nel territorio dello Stato abitualmente conclude in nome dell’impresa stessa contratti diversi da quelli di acquisto di beni’”.

Adesso, che fare? Il governo ha sei mesi per concordare una linea con la maggioranza che lo sostiene e con i paesi europei che condividono la necessità di equità fiscale, in primis Francia, Gran Bretagna e Spagna. Poi imporre la discussione e la definizione di una linea comune nel corso dei suoi sei mesi di presidenza dell’Unione. Vedremo.

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Luca De Biase, citato da Giua nel suo pezzo, ha risposto con un lungo post sul suo blog, allargando il discorso dalla web tax alle misure a sostegno dell’innovazione: “Il sistema pubblico americano sostiene l’innovazione con investimenti statali giganteschi e l’Europa non fa altrettanto. Quella sì che è una differenza politica rilevante. Ma le lobby private europee fanno abbastanza per chiedere un aumento nella spesa pubblica destinata all’innovazione oppure si concentrano sulla richiesta di misure di sapore protezionistico?”
È una questione, questa, che aveva sollevato con molta forza anche l’economista Mariana Mazzucato, il mese scorso, intervendendo a Working Capital, l’iniziativa di Telecom Italia a sostengo delle startup.