Comunicazione

10 gennaio 2014 | 10:54

Raddoppiano le proteste popolari nel mondo: la crisi è la prima causa, i diritti umani l’ultima

(ASCA) Aumentano i sentimenti di rivolta popolare verso i governi: in 8 anni sono quasi raddoppiate, per un totale di 843 proteste nel mondo, secondo uno studio condotto dall’Initiative for Policy Dialogue, che rivela come dal 2006 al 2013 le manifestazioni siano quasi raddoppiate, passando da 59 a 112.

A pesare lo scoppio della crisi finanziaria, che da sola sollecita oltre la meta’ delle proteste, affiancata alle stringenti misure di austerita’ adottate in numerosi stati occidentali e la scintilla della Primavera araba, che ha messo in subbuglio gran parte dei Paesi musulmani.

In particolare, l’Ipd stima che il popolo e’ sceso in piazza almeno 488 volte per motivi legati alla giustizia e all’economia. Proteste per rivendicare perlopiu’ una riforma dei servizi pubblici, l’aumento di posti di lavoro, un adeguamento dei salari al crescente costo della vita e una riduzione della poverta’ e della disuguaglianza.

Manifestazione della Primavera araba

Manifestazione della Primavera araba (foto qui.uniud.it)

Circa 376 proteste sono invece state tenute per denunciare sistemi politici e rappresentanze istituzionali, quindi una mancanza della democrazia reale, la pressante influenza delle multinazionali sul commercio globale, la deregolamentazione, la privatizzazione e la corruzione dei sistemi giuridici, nonche’ guerre e conflitti di ogni genere.

Trecentoundici manifestazioni di dissenso hanno poi riguardato i diversi istituti finanziari nel mondo. Di queste, un’alta percentuale ha preso di mira organizzazioni come l’Fmi, il G20 e la Bce.

I diritti delle persone hanno rappresentato l’ultimo dei motivi di dissenso. Sono state 302, infatti, le proteste legate alla lotta contro la discriminazionale razziale, ai diritti del lavoro, delle donne, religiosi e omosessuali.

Sul piano geografico, si presenta un rapporto direttamente proporzionale tra il numero di manifestazioni e i Paesi ad alto reddito: 304 nell’arco temporale analizzato. Segue l’America Latina e i Caraibi con 141 proteste, poi l’Asia orientale e il Pacifico (83) e l’Africa sub-sahariana (78). Per quanto riguarda il Nordafrica e il Medio Oriente, l’Ipd stima che molte delle proteste si sono svolte prima dell’ondata di sommosse popolari scoccata con la rivoluzione in Tunisia. I motivi sono da rintracciare prevalentemente nella scarsita’ di cibo e negli alti prezzi dell’energia.

Nonostante la giustizia economica sia stata in questi anni il vero carburante dei movimenti di protesta in tutto il mondo, il ”dato deludente” – come lo descrive l’istituto – e’ l’alto numero di manifestazioni (218) registrate per un grave deficit di rappresentativita’ percepito dai cittadini nei confronti dei propri governi. Un sentimento emerso ”in ogni tipo di sistema politico, non solo nei regimi autoritari, ma anche tra le democrazie rappresentative, che non ascoltano a sufficienza le esigenze e i bisogni della gente comune”.

Cambia, inoltre, il profilo del singolo manifestante: non piu’ semplici attivisti o sindacalisti; negli ultimi 8 anni in piazza e’ inziata a scendere la classe media, i giovani e gli anziani, spesso disillusi dal sistema politico globale. Cambia anche la forma della protesta: le marce e i raduni tengono la vetta (437 dal 2006 al 2013), cominciano pero’ a diffondersi sentimenti di disobbedienza civile, occupazioni e attacchi hacker.

Contrariamente alla percezione dell’opinione pubblica mondiale, tuttavia, nel periodo analizzato la violenza e il vandalismo emergono in sole 75 manifestazioni, pari all’8,9 per cento di tutte le proteste mondiali. Sono invece 33 i casi in cui si e’ giunti a gesti disperati, come lo sciopero della fame, l’autoimmolazione o la cucitura delle proprie labbra.

Nel complesso, tra il 2006 e il 2013 la maggior parte delle proteste ha riguardato delle autentiche denunce contro i governi nazionali. E non aumentano solo le manifestazioni, quanto i manifestanti: in 37 casi in piazza e’ sceso piu’ di 1 milione di persone. Di arresti – stando ai resoconti dei media internazionali – se ne sono stati registrati soprattutto in Iran, Regno Unito, Russia, Cile, Malesia, Stati Uniti, Canada e Camerun. In Kirghizistan, Egitto, Kenya, Thailandia e Algeria e’ stato invece registrato il maggior numero di vittime e feriti legato alle manifestazioni. (ASCA, 9 gennaio 2014)