10 gennaio 2014 | 18:19

Ma il libro è morto o no? Luca Sofri lancia il dibattito in Rete

“Il libro non è più l’elemento centrale della costruzione della cultura contemporanea. La Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga, gli spazi e i tempi dedicati alla lettura di libri stanno venendo occupati in gran parte da altro, e subiscono la competizione di videogiochi, social network, video online, e mille altre opportunità”. A dirlo è Luca Sofri, direttore del giornale online Ilpost.it, in un pezzo pubblicato sul suo blog Wittgenstein.it l’8 gennaio in cui constata, tra le altre cose, come il digitale abbia ormai preso il soppravvento sulle altre attività, in primis sulla lettura.

Luca Sofri (foto Olycom)

Luca Sofri (foto Olycom)

“Pubblicare un libro come sintesi e sanzione di uno studio, una riflessione, un’idea, un tema da condividere o una storia da raccontare, è una pratica che non ha più il rilievo di un tempo. Il mezzo è superato”, scrive Sofri. “Grazie ai social network e ai link e a Google, cose pubblicate online anche dieci anni fa continuano a trovare nuove attenzioni e tornare a essere lette, mentre i libri spariscono dalla vendita e dall’attenzione dopo pochi mesi”.

Su queste riflessioni di Sofri si è sviluppato un dibattito in Rete. Uno dei primi a replicare è Gianluca Briguglia che sul suo blog su Ilpost.it si impegna in una ‘difesa NON romantica dei libri’ (questo il titolo dell’articolo): “Il libro non è centrale come un tempo – è vero e forse è anche molto utile – ma senza il libro, e quello che il libro presuppone in termini di ricerca, scrittura e lettura, anche la velocità di altre scritture finisce con l’evaporare nel momentaneo”, scrive Briguglia. “Certamente i tempi lenti non si addicono a tutte le fasi della vita e a tutte le situazioni, ma sono convinto che i tempi (e i libri) lunghi convivano ancora e lo faranno a lungo con i tempi brevi e che la qualità dei tempi brevi si nutra anche della qualità dei tempi lunghi, non solo di tecnologie e di rapidità”.

Anche Massimo Mantellini si inserisce nel dibattito “aggiungendo due integrazioni”, come scrive su ManteBlog. La prima sottolinea che “se per i saggi molto è perduto, per la narrativa mi pare un po’ meno”, facendo riferimento al fatto che un romanzo può ritornare improvvisamente e, se è un romanzo fortunato, può essere tradotto in altre lingue per altri pubblici (cosa che con i contenuti in rete accade in misura molto minore).
In seconda battuta Mantellini ricorda che ancora oggi, in moltissimi casi scrivere un libro, un saggio qualsiasi che magari venderà solo qualche centinaia di copie, è una forma di accreditamento indispensabile per accedere a numerosi ambienti culturali e professionali: “La targhetta scrittore (anche se il tuo libro non l’ha mai letto nessuno), la mano che regge il mento nella terza di copertina e lo sguardo pensoso, sono il bagaglio minimo per essere accettato in società”, afferma.

Antonio Tombolini (foto Pandemia.info)

Antonio Tombolini (foto Pandemia.info)

Di parere opposto c’è invece Antonio Tombolini, che sul suo blog Simplicissimus.it titola ‘Caro Sofri, il libro è alla fine? Ma manco per idea!’. Scrive Tombolini: “Il mercato del libro di carta (come già a suo tempo quello dei giornali e delle riviste, e quindi, rectius, il mercato della carta stampata) non è più sostenibile, e declina progressivamente. Grazie all’ebook già da due anni il valore complessivo del mercato è tornato a crescere. L’ebook sta più che compensando il calo dei libri di carta; i forti lettori si spostano sempre più sull’ebook, e leggono ancora più libri di prima”. E rimprovera Sofri di aver decretato la fine del libro senza fornire numeri e cifre a sostegno della sua posizione, “un vizio della non-documentazione un po’ troppo diffuso a cui sarebbe bene non indulgere”, dice Tombolini che, da buon editore online, conclude: “Più che alla fine del libro, stiamo assistendo alla fine del sistema di potere costruito attorno al libro di carta, alla sua tecnologia e alla sua filiera. Succede, col digitale, e non solo al libro”.