16 gennaio 2014 | 10:18

Sulla web tax Parisi replica a De Benedetti: è un pasticcio inefficace che danneggia le imprese italiane

Stefano Parisi risponde a Carlo De Bernedetti sulla questione della web tax, il discusso provvedimento ideato per far pagare più tasse in Italia alle multinazionali di Internet (Google per prima). Inserito nella Legge di stabilità varata alla vigilia di Natale ma poi rinviato dal governo nella sua applicazione pratica alla luce delle molte critiche che aveva suscitato, il provvedimento era sostenuto con forza da De Benedetti, presidente del Gruppo Espresso, in un intervento pubblicato dall’Huffington Post.

Ora il giornale online diretto da Lucia Annunziata ospita la replica di Parisi, presidente di Confindustria digitale, associazione che rappresenta le imprese digitali italiane, ed ex amministratore delegato di Fastweb. E Parisi non usa mezzi termini per contestare le tesi di De Benedetti.

Parisi Stefano (foto Olycom)

Parisi Stefano (foto Olycom)

“La web tax è incompatibile con il diritto comunitario”, sostiene Parisi. “Obbligare le aziende italiane ad avere rapporti commerciali esclusivamente con soggetti titolari di partita Iva italiana è in evidente violazione dei principi del mercato interno e della libertà di insediamento e di scambio del diritto comunitario. A livello Comunitario è già previsto che nelle transazioni tra imprese venga applicata l’Iva del Paese di destinazione e questa regola varrà, dal 1° gennaio 2015, anche per le attività commerciali verso i consumatori finali. Dunque la norma è contraria al diritto comunitario e assolutamente inefficace nel suo intento di far pagare le tasse a Google”.

Secondo il presidente di Confindustria digitale la web tax è “un pasticcio inefficace, che lede la nostra credibilità a livello dell’Unione Europea e danneggia solo le imprese italiane”. E spiega: “È giusto che Google paghi le tasse sul reddito prodotto in Italia, per le attività economiche che si svolgono in Italia. A questo si deve arrivare con un accordo tra l’Agenzia delle entrate e l’azienda. Abbiamo cercato pacatamente di avanzare questi argomenti ma siamo stati zittiti da una sorda violenza verbale”.

“Davvero pensiamo che costringere alla partita Iva Italiana i colossi globali possa fermare la loro crescita e possa dare un vantaggio alle imprese italiane?”, si chiede Parisi. “Non sarebbe forse più utile allo scopo fare investimenti, creare e allargare la propria presenza sui mercati, entrare senza indugio nel mondo digitale globale?”

Questa la conclusione di Parisi: “Considerare i mercati che si aprono sul web un limone da spremere, un’attività da tassare per sussidiare i settori che non riescono a cogliere le opportunità che il web offre, è un errore di visione strategica ed è la solita ricetta parassitaria che porta il nostro paese ad essere tra gli ultimi nella classifiche dell’innovazione tecnologica”.

L’articolo di Parisi sull’Huffinghton Post

L’articolo di Carlo De Benedetti