23 gennaio 2014 | 11:17

Codice contro il cyberbullismo. Ecco cosa convince e cosa no

A differenza di quel che è successo con la web tax, dove si sono creati fronti opposti, le opinioni sulla bozza del Codice di autoregolamentazione per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo sono più o meno allineate: c’è molto lavoro da fare. Vittorio Zambardino su Wired e Luca De Biase sul suo blog tirano uno sospiro di sollivevo, quasi si aspettassero provvedimenti censori più duri, perché la tendenza generale è considerare Internet come un luogo di violenza e intolleranza, come racconta Massimo Mantellini in un post di giugno 2013, a seguito del convegno “L’odio in Rete”. Zambardino rileva che alle piattaforme è chiesto un principio di responsabilità di quanto viene pubblicato dagli utenti. Le piattaforme devono aderire al codice e quindi “attivare meccanismi di segnalazione di episodi di cyberbullismo” (art.1).

L’impianto della legge è quello della soft law, come fa notare il cassazionista Fulvio Sarzana su Wired, ed è ancora lontano da una forma definita. Ciò che non convince l’avvocato è la creazione di un “Comitato di monitoraggio”. Ci sono perplessità anche sull’individuazione del bullo virtuale, poiché nel codice non ci è alcuna definizione.

Bruno Saetta su Valigiablu, autore di uno degli articoli più scettici sul codice, evidenziano la mancanza di coinvolgimento delle scuole per un fenomeno – il bullismo – che si sviluppa proprio in quest’ambiente.  Satta inoltre fa notare che i programmi di prevenzione al bullisimo non funzionano, perché non è un problema dei singoli studenti, ma di “interazione sociale” tra adulti ed educatori. Saetta invita a guardare al progetto Tabby “il cui compito è fornire educazione e informazione, fare prevenzione e intervenire sulle problematiche dei ragazzi. Per i casi costituenti veri e proprio reato esiste, poi, il Tribunale per i minorenni con l’apporto dei servizi sociali”.