Gli abusi che mettono il bavaglio alla Rete: la lettera di Caterina Malavenda al Corriere

“Mentre è auspicabile una regolamentazione che non penalizzi chi usa la Rete in modo corretto, sarebbe bello se chi opera in Rete ed apprezza tutti i giorni la libertà che la caratterizza la difendesse non solo evocando il bavaglio e protestando, ma anche intervenendo ora e dall’interno, ponendo regole condivise e boicottando chi non le rispetta per porre freno al dilagare di quei fenomeni che potrebbero giustificarne la fine”. A scriverlo è Caterina Malavenda, avvocato esperto in diritto dell’informazione, in una lettera pubblicata oggi sul Corriere della Sera.

Ecco la lettera:

Caro direttore, mentre prendevo parte alle audizioni in commissione Giustizia della Camera, che qualche tempo fa si stava occupando della legge sulla diffamazione, ricordo che molteplici sono stati i tentativi di intervenire, estendendo le norme penali vigenti per gli altri organi di informazione non solo ai giornali online ma anche ai blog e a coloro che li gestiscono, così da farli rispondere anche dei danni eventualmente causati da interventi scritti da altri.
Un processo penale e una causa civile per diffamazione, con gli annessi costi e i possibili rischi, sono il miglior modo per dissuadere anche i più motivati dall’essere un po’ troppo tolleranti.
Certo, spesso queste cause si concludono favorevolmente, ma intanto condizionano un bel po’.
Ricordo altrettanto bene, perciò, le forti e comprensibili reazioni, che ebbero la meglio, a difesa della libertà dei social network e di chiunque si accosti alla Rete, innegabilmente uno strumento di forte impatto democratico, ma anche di facili eccessi.

Caterina Malavenda (foto Olycom)

Caterina Malavenda (foto Olycom)

La ratio dell’intervento era stata individuata infatti, in modo tutt’altro che peregrino, nella necessità di prevenire e punire proprio quegli eccessi, ove consentiti, tollerati o stimolati dal gestore, punendo quest’ultimo.
E ciò facendo leva su casi precisi, verificatisi in quel periodo, buoni a rinfocolare l’opinione di chi riteneva e ancora ritiene, io credo, indispensabile imbrigliare la Rete in una rete più stretta, capace di fermare o almeno arginare quello che alcuni ritengo- no progressivo degrado culturale ed altri espressione di libertà.
Possibile che chi si batte per la libertà in Rete non si renda conto di quanto pericoloso sia abusarne, come ancora una volta sta accadendo in questi giorni? E possibile che nessuno abbia aperto un dibattito sui rischi che l’innalzamento dei toni comporta?
L’obiettivo, poi mancato, di emendamenti più o meno bipartisan, infatti, non era «chi» interviene sul blog, spesso tutelato dall’anonimato, ma il gestore del sito, annichilito dal dovere sanzionato di effettuare controlli quasi impossibili e da un obbligo di rettifica, con modi e tempi improponibili, visto il medium.
La riforma è stata poi accantonata e l’argomento non sembra più all’ordine del giorno.
E tuttavia, temo che le vicende di questi giorni possano ridare fiato a quanti non vedono l’ora di mettere di nuovo mano a quelle norme.
Mentre è auspicabile una regolamentazione che non penalizzi chi usa la Rete in modo corretto, sarebbe bello se chi opera in Rete ed apprezza tutti i giorni la libertà che la caratterizza la difendesse non solo evocando il bavaglio e protestando, ma anche intervenendo ora e dall’interno, ponendo regole condivise e boicottando chi non le rispetta per porre freno al dilagare di quei fenomeni che potrebbero giustificarne la fine.

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