“Siamo un giornale, non un bar o un social network”: i dipendenti di Libération contro il piano degli azionisti

“Siamo un giornale. Non un ristorante, non un social network, non uno spazio culturale, non un set televisivo, non un bar, non un incubatore di start-up”: è il titolo che sabato 8 febbraio ha occupato tutta la prima pagina di Libération, lo storico giornale della gauche francese tornato in edicola dopo lo sciopero di giovedì 6. Un titolo forte che racchiude la protesta della redazione e dei dipendenti contro il piano degli azionisti, intenzionati a trasformare la testata in una piattaforma di ‘contenuti monetizzabili’ su supporti video, forum, reti sociali.

Il piano è stato presentato dagli imprenditori Bruno Ledoux, Edouard de Rothschild e dal gruppo italiano Ersel come ultimo tentativo di far sopravvivere il quotidiano in profonda crisi, con vendite in caduta libera (-15% nel 2013), precipitate a novembre sotto quota 100 mila copie, il peggior dato da 15 anni.

Il progetto prevede il trasloco della sede dal cuore di Parigi e la richiesta al celebre designer Philippe Starck di trasformare i locali in uno spazio “interamente dedicato a Libération e al suo universo”, aperto a giornalisti, artisti, scrittori, filosofi, politici e architetti. Secondo il progetto, la sede accoglierà anche un set tv, uno studio radiofonico, una newsroom digitale, un ristorante e un bar. Nel piano, però, non ci sarebbe alcun cenno alla sorte della redazione.

Ledoux, che detiene il 26% del giornale, ha dichiarato all’Afp che se i dipendenti respingeranno il piano “la posta in gioco è la morte”.

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