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Prima Comunicazione n° 447 – Febbraio 2014

L’EDITORIALE

La puzzetta sotto il naso
Ho passato più di vent’anni a Firenze e devo confessare che i fiorentini mi sono sempre stati un po’ sulle balle per quel loro modo di fare e parlare, quel sentirsi almeno un metro al di sopra di tutti i comuni mortali, quell’aspirare le ‘c’ come fosse un obbligo aristocratico, quel guardare di traverso chiunque non sia nato nei dintorni di Ponte Vecchio. Eddài, su, mi veniva da dire quand’ero un giovanotto molto umbro e molto scanzonato, fatela finita con ’sta prosopopea che mica siete tutti dei Dante Alighieri o dei magnifici Lorenzi! Forse è per questa antica insofferenza che Matteo Renzi non mi ha mai scaldato il cuore. E questo nonostante il fatto che nel 2009 il nostro collaboratore Cristiano Draghi, proprio su queste pagine, avesse tratteggiato con grande sapienza e preveggenza quel ragazzo destinato a sommuovere la palude italiana.
Com’è, come non è, in questi uggiosi giorni di fine inverno mi sono fatto rintronare dalla valanga di chiacchiere televisive sull’arrivo del rottamatore nell’agone politico. Tutti lì a disquisire se aveva fatto bene o male a metterlo in quel posto a Enrico Letta quando due minuti prima gli aveva fatto un succhiotto sul collo, se ci si poteva fidare di uno con un ego così smisurato e amenità del genere. Un vociare comaresco e supponente, del tipo io-che-la-so-lunga-che-nemmeno-ve-l’immaginate, lasciava trasparire una biliosa maledizione nei confronti di questo personaggio che, diciamolo pure, ha spiazzato tutti. In questi giorni ho visto spesso il giovanotto apparire in televisione. L’ho visto ridere, replicare, sbeffeggiare, asserire. Che poi è quello che fanno di solito i politici di tutto il mondo. Eppure in lui mi è parso di cogliere qualcosa che già e altrove avevo visto: un’energia autentica e fresca, una grinta ostinata e ingegnosa che mi ha ricordato due persone che per altro nulla hanno a che vedere con lui, Lorenzo Pellicioli e Urbano Cairo. Due che hanno dovuto anche loro fare i conti con la sicumera e la puzzetta sotto il naso di un mondo ostile nei confronti di quei talenti che fanno saltare gli schemi dell’ipocrita bon ton sociale. Due uomini diversissimi l’uno dall’altro, Cairo e Pellicioli, ma con in comune la profonda, inarrestabile determinazione a raggiungere i propri obiettivi, tra i quali anche quello (null’affatto deprecabile) di fare un mucchio di soldi. A sentirli parlare ai tempi dei loro esordi veniva da pensare che erano dei ragazzotti un po’ sbrasoni, come dicono qui a Milano. Poi, piano piano, ci si rendeva conto che la loro non era affatto l’arroganza futile e irritante dei senza talento ma, al contrario, erano dei veri talenti che per necessità, a volte, usavano l’arroganza.
Prendiamo il caso di Cairo, un caso che andrebbe studiato all’università se i nostri atenei non si fossero trasformati in quelle aule grigie e sorde, capaci solo di produrre ignoranza e disoccupazione. A marzo sarà passato un anno dalla firma dell’accordo con Telecom, un’intesa che fu accolta con sdegnato scetticismo da quelli che consideravano l’operazione una sorta di rapina, un modo per Cairo per portarsi a casa i milioni (88) di dote messi a disposizione dal venditore, per poi passare la mano al miglior offerente. Come è andata a finire? Oggi Cairo può dichiarare, senza tema di essere smentito, di aver preso La7 con perdite attorno ai 100 milioni e di aver tagliato in otto mesi il 30% dei costi, di aver chiuso con un margine operativo lordo positivo per 3,6 milioni, un risultato operativo di 1,8 e un netto di 5,6. Non pago, Cairo dice di non aver toccato un solo euro della dote e la rete televisiva, che sembrava destinata a vivacchiare in una inutile marginalità, ora può vantare una posizione finanziaria netta di 115 milioni e ha cominciato a far venire la colite a Rai e a Mediaset. E tutto questo senza tagliare un posto di lavoro ma andando a spulciare i conti, euro per euro e mettendo sulla graticola i fornitori a partire dai produttori. Ora tutti a dire: ma guarda quant’è bravo questo Cairo! Ma chi l’avrebbe detto! E dopo che si è portato a casa il 2,8% della quota di Rcs c’è chi addirittura si domanda se non sarebbe lui l’editore adatto a governare quel gruppo tarantolato. È tempo che non vedo Cairo e non ho potuto chiedergli che cosa gli piacerebbe fare da grande. So che nel fargli la domanda dovrei fissarlo bene negli occhi, perché solo dal lampo del suo sguardo potrei capire le sue ambizioni, com’era successo ai tempi dei suoi primi passi da editore.
In questo numero dedichiamo molte pagine a come alcuni grandi editori italiani abbiano deciso di cavalcare l’energia digitale per recuperare l’attenzione dei lettori e degli utenti pubblicitari. Non so a voi, ma a me pare un gran bel segnale in tempi in cui lo sport nazionale sembra essere quello dell’autocommiserazione, del piango-e-fotto, del signora-mia-mala-tempora-currunt. Carlo Perrone ci ha anticipato che a marzo il Secolo XIX di Genova debutterà completamente rinnovato nell’organizzazione produttiva, redazionale ed editoriale all’insegna del matrimonio carta e digitale. Lo stesso è avvenuto al Gruppo 24 Ore di cui raccontiamo a pag. 42 e a cui abbiamo deciso di dedicare la copertina. Sappiamo che Confindustria, che controlla l’editoriale, è molto preoccupata per i conti. E ne ha tutte le ragioni visto che anche nel bilancio 2013 le perdite saranno importanti. Ciononostante la pulsione risanatrice e innovativa sembra avere la meglio. Una nuova energia, forse generata dalla disperazione e dallo stress che tutti abbiamo vissuto in questi anni, sta avendo la meglio. Sta a vedere che aveva ragione quel pazzo di Franz Kafka quando diceva: “Lascia dormire il futuro come merita. Se lo si sveglia prima del tempo, si ottiene un presente assonnato”. Di presente assonnato ne abbiamo avuto a iosa, ora ci meritiamo tutti un futuro degno di questo nome.

L’editoriale è sul mensile Prima Comunicazione n. 447 – Febbraio 2014

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