17 marzo 2014 | 16:24

Compensi da fame per i freelance, piovono denunce. Iacopino pubblica i tariffari

“La precarietà non è né un fenomeno meteorologico inevitabile né una specie di flessibilità imperfetta o degenerata: è la scelta consapevole di una precisa politica del lavoro ed è una strategia fin troppo perfetta e ben concepita di sfruttamento feroce. Il fine è spremere profitti comprimendo all’infinito il costo del lavoro e mettendo i lavoratori, sotto costante ricatto, in perenne concorrenza fra loro”. Sono le parole di Tommaso Fattori, campaign manager Italia dell’Iniziativa dei cittadini europei per il pluralismo dei media, che sull’Huffington Post ha ripreso la questione dei “compensi da miseria” destinati ai collaboratori di alcuni giornali italiani. Una questione che da giorni sta rimbalzando sui social network e che ha acceso il dibattito in Rete.

“Che tipo d’informazione può mai produrre un lavoratore ricattabile e per di più costretto a scrivere più pezzi al giorno per poter mettere insieme il pranzo con la cena? Ha tempo e mezzi sufficienti per verificare le fonti, per fare inchiesta, per approfondire e studiare ciò di cui dovrà scrivere?”, continua Fattori sull’HuffPost.

L’iniziativa europea (che riunisce organizzazioni, media e professionisti da tutta Europa) intende portare sul tavolo della Commissione Europea il tema del diritto a un’informazione libera e plurale che assicuri dignità, indipendenza e pieni diritti a chi lavora per informare. Sul sito dell’associazione è possibile firmare la petizione ‘Ferma il #mediacidio‘ per tutelare i lavoratori del settore.

Intanto la spinosa questione dei tariffari è arrivata anche sulla scrivania di Enzo Iacopino, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti, che il 9 marzo scorso ha lanciato una sorta di rubrica a puntate su Facebook dal titolo ‘Compensi: Facciamo verità’. Dopo quelli della Gazzetta dello Sport, che avevano scatenato la bufera, Iacopino ha pubblicato sul suo profilo tariffari e contratti dell’Unione Sarda, dell’Ansa, del gruppo Finegil (“Sapete qual è la cosa che trovo più curiosa? Viene fatto sottoscrivere al collaboratore la presa d’atto dei principi etico/comportamentali adottati dal gruppo. I commenti? Me li risparmio e vi prego di non trascendere”), di Poligrafici Editoriale (“I compensi parlano da soli. Quel che mi preme sottolineare è una clausola, questa: La Poligrafici Editoriale ha facoltà di apportare variazioni unilaterali delle condizioni economiche…”). E ancora: Vogue.it, Gruppo Riffeser (“Fatti un po’ di conti, si dovrebbe vivere con 225 euro al mese. Compensi lordi. Ovviamente si parla di richiesto e pubblicato”).

La rubrica vive soprattutto grazie alle segnalazioni di giornalisti e precari, sollecitati dallo stesso Iacopino a inviare documenti e cifre: “Userò un’espressione forte (non maschilista): ma le palle, le avete o no? Ho ancora poco materiale da pubblicare (ripeto: lo controllo prima e faccio in modo non possiate essere identificati)”.

Giorno dopo giorno sono comparsi così anche i tariffari di Messaggero, Arena e Giornale di Vicenza, il Tirreno, il Gazzettino, il Corriere del Veneto, il Cinque Giorni, l’Ora della Calabria e Il Quotidiano della Calabria (“Un compenso omnicomprensivo pari a € 0,003 lordi per ogni battuta degli articoli che il collaboratore pubblicherà. Se facciamo un po’ di conti, per una cartella (1.800 caratteri) il compenso è pari a 5,40 euro. Nessuno si indigni: è poco, se non lo si paragona, però, ad altre retribuzioni nella regione”).

“Il messaggio lanciato dagli editori è molto chiaro: chi è dentro le redazioni è salvo, almeno fino alla prossima ristrutturazione aziendale. Chi è fuori pagherà con la miseria la sua voglia di scrivere”, ha commentato qualche giorno fa il giornalista Carlo Gubitosa sul suo blog sull’Espresso. “E nel silenzio più totale di scrittori, intellettuali e benpensanti, il giornalismo si trasformerà in un hobby per chi riempie il piatto e il portafoglio in altri modi, con ‘lavori veri’ o perché ricco di famiglia”.