25 marzo 2014 | 9:46

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Prima Comunicazione n° 448 – Marzo 2014

L’EDITORIALE

Ciao Giorgio
In questi giorni in redazione non hanno smesso di parlare e discutere e quasi litigare su un tema a me quasi del tutto ignoto: il sito del Corriere della Sera. Chi mi conosce sa che mi faccio forte dei privilegi di un uomo di una certa età per rifiutare di misurarmi con quella roba lì, computer, Internet e allegati. Alessandra non smette, sia pure sempre più tiepidamente, di rimproverarmi sostenendo che così mi taglio fuori dai nuovi mondi mediatici, ma io ho buon gioco nel risponderle che a me basta il tanto che c’è ancora da leggere sulla carta stampata o da vedere in televisione. Però confesso che questa faccenda del sito del Corriere mi ha incuriosito come tutto quello che ha a che fare con Via Solferino.

A sentire quello che è successo sono rimasto sbigottito. Anche se sotto sotto me la ridevo compiaciuto, come mi succede tutte le volte che queste prodigiose e decantate tecnologie vanno a farsi benedire lasciando tutta la banda di giornalisti, ingegneri, grafici e quant’altro con una mano davanti e l’altra di dietro. Insomma lo saprete tutti che il Corriere, dopo aver annunciato con la grancassa l’avvio di una nuova edizione del proprio sito, ha toppato clamorosamente. Invece di un giornale on line – mi spiegavano scandalizzati in redazione – era venuto fuori un insieme caotico di foto e titoli che faticavano pure a palesarsi sullo schermo. Mi sono immaginato la rabbia gelida di Ferruccio de Bortoli e la disperazione dei responsabili di quella caporetto editoriale, tanto più beffarda e tragica se si pensa che a capo del gruppo editoriale c’è un manager, il valido Pietro Scott Jovane, arrivato in Rcs MediaGroup direttamente dalla Microsoft, uno dei templi globali delle diavolerie digitali. Adesso, mi dicono, tutto sembra tornato sotto controllo, l’impazzimento tecnologico si è acquietato e il sito ha ripreso a funzionare anche se la nuova formula grafica contrappone in modo feroce sostenitori e denigratori (ne scriviamo a pag. 24).

Questa vicenda mi ha fatto pensare al meccanismo infernale di queste tecnologie che pensavamo avrebbero reso più libero il nostro lavoro e invece ci stritolano con le loro magherie incomprensibili, fottendo anche gli esperti che, immagino, non manchino a Via Solferino.

Ma mi ha fatto anche riflettere su quanto oggi sia ancora decisiva la figura dell’editore che ami il suo prodotto. Un editore convinto che i suoi collaboratori, giornalisti, manager e maestranze varie siano risorse fondamentali da cui spremere intelligenza, voglia di fare, creatività e passione. “Un buon giornale è una nazione che parla a se stessa”, scrisse Arthur Miller, frase forse un po’ sovraccarica ma che contiene l’implicita idea che per fare l’editore bisogna essere consapevoli del ruolo civile e sociale che ti viene riconosciuto. Valori cui ha dimostrato di credere anche un uomo diventato ricco e famoso con le tecnologie digitali come Pierre Omidyar, il fondatore di eBay, che ha deciso di creare la First Look Media, investendoci 250 milioni di dollari, “per reinventare il giornalismo dell’epoca digitale combinando la promessa dell’innovazione tecnologica al potere del lavoro giornalistico senza paure”. Mica male come idea! Come primo progetto c’è il finanziamento del sito informativo The Intercept pensato da quel mastino del giornalismo che risponde al nome di Glenn Greenwald, e che ha fatto (con il caso di Edward Snowden) e continua a far vedere i sorci verdi non solo alla Cia, alla Nsa e alla Casa Bianca, ma che sembra del tutto intenzionato a non mollare la presa, protetto dai danè e dal sostegno convinto del suo editore.

Se ci mettiamo a parlare di editoria non possiamo dimenticare un appassionato di carta stampata come era Giorgio Trombetta Panigadi, scomparso a fine febbraio. L’uomo che ha fatto crescere Panorama, affiancando per la parte manageriale il direttore Lamberto Sechi, e che poi come direttore generale periodici della Rizzoli-Corriere della Sera ha cercato di influenzare le scelte di Angelone Rizzoli arrendendosi alla fine degli anni Settanta, quando gli fu chiaro – dopo il siluramento di Gigi Melega come direttore dell’Europeo per un’audace inchiesta sul Vaticano – che i Rizzoli come editori non valevano più una cicca (guarda caso era quello il momento iniziale dell’inciucio con il Banco Ambrosiano e la P2). Trombetta che costruì con Giorgio Mondadori l’omonima casa editrice mettendo in piedi una dopo l’altra le testate che poi sarebbero state vendute a Urbano Cairo. E che ha deciso di chiudere la carriera andando a dare una mano alla Class Editori fondata dal suo allievo e amico Paolo Panerai, rimanendo attivo fino alla fine dei suoi giorni. Che sia vero che sono sempre i migliori ad andarsene? Non voglio crederci e mi aspetto – spero non vanamente – che un editore, un editore vero dimostri di possedere almeno un piccola dose dell’energia creativa, della cultura e dell’intelligenza che ha dimostrato di avere in abbondanza il nostro Giorgio Trombetta Panigadi.