04 aprile 2014 | 12:36

Diffamazione: partito il pignoramento al mensile La Voce delle Voci

È iniziato l’1 aprile a L’Aquila il procedimento d’Appello nei confronti del mensile La Voce delle Voci, condannato in sede civile dal tribunale di Sulmona ad un risarcimento di circa novantamila euro per aver leso la reputazione, con un articolo del 2008, della coordinatrice provinciale dell’Italia dei Valori Annita Zinni. Intanto però, in esecuzione alla sentenza di primo grado, sono state emesse le richieste di pignoramento nei confronti della cooperativa editrice della testata e del direttore Andrea Cinquegrani. La notizia è riportata sul sito di Ossigeno per l’Informazione.

Nella prima udienza del processo, la difesa della testata – che viene rappresentata gratuitamente dall’avvocato Domenico Porfidio – ha chiesto la sospensione della provvisoria esecuzione dei pignoramenti. “La prima era stata respinta a novembre dell’anno scorso”, spiega ad Ossigeno Rita Pennarola, condirettrice del giornale napoletano. Ancora non si conosce la data in cui sarà sciolta la riserva e si terrà la prossima udienza.

Mentre la partita è ancora aperta, dunque, visto che il processo di Appello è tutto da svolgere, già sedici banche hanno ricevuto i decreti di pignoramento. “Il primo era rivolto anche al Dipartimento Editoria della Presidenza del Consiglio”, continua Pennarola su Ossigeno, dove sono trattenuti i fondi (circa 20mila euro) che spettavano alla cooperativa per il 2012. “L’ultimo a diventare esecutivo, il 28 marzo, è stato quello alla Unipol banca, dove c’erano ancora circa tremila euro. Ero andata in filiale qualche giorno fa per fare un pagamento, ma, date le circostanze, non è stato possibile”, racconta.

Oltre all’aspetto economico, che mette in serio pericolo la sopravvivenza della testata (insieme ad un’altra richiesta di risarcimento danni di 500mila euro), i giornalisti del periodico d’inchiesta contestano un altro aspetto, di scarsa trasparenza, del processo di primo grado. “Contestiamo, e lo abbiamo segnalato anche alla Procura Generale ed alla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura, il fatto che il giudice Massimo Marasca avesse ammesso fra i testi, in nostra assenza, il pubblico ministero Aura Scarsella, con cui lui lavorava come giudice per gli indagini preliminari presso il medesimo tribunale di Sulmona”.