07 aprile 2014 | 19:44

Il direttore dell’HuffPost Lucia Annunziata dedica l’editoriale a Scalfari e alla sua Repubblica: il suo era un sistema personale, ravvicinato di direzione

Lucia Annunziata, direttore dell’Huffington Post in Italia ha pubblicato un editoriale titolato ‘Il capitale umano’ in cui ricorda gli anni in cui ha lavorato per Repubblica sotto la direzione di Eugenio Scalfari, che festeggia i 90 anni.  Quello di Scalfari, scrive Annunziata, era un “sistema personale, ravvicinato di direzione, molto molto lontano dalle ghiacciate piramidi di ruoli, in cui il sistema mediatico ci ha oggi abituato a lavorare”.

Il capitale umano di Eugenio Scalfari di Lucia Annunziata

Avevo trent’anni e nessun pensiero in testa sul mio futuro. Bastava la passione per quel “li’ e ora”, la rivoluzione, la morte, la politica estera in carne ossa e sangue, il mestiere della guerra , combattuta, subita, raccontata.
La telefonata per un appuntamento con Eugenio Scalfari mi raggiunse in El Salvador e più che una sorpresa, quale pure era, sembro’ un richiamo alla realtà. Sapevo, certo, chi era Eugenio Scalfari, ma non l’avevo mai visto in persona.
Già allora, era il 1983, era una figura formidabile. Forse ancor più formidabile per noi cresciuti nel movimento. Nel flusso di celebrazioni di queste ore pochi ricordano anche che La Repubblica apparve nel panorama italiano più infuocato della nostra storia recente – il 14 gennaio del 1976 quando esce il suo primo numero, l’Italia brucia di scontri, di tentazioni di guerra civile, di caos sociale e violenza, di tremori nei Palazzi e nei partiti. La Dc solo l’anno prima aveva guardato per la prima volta la morte negli occhi, sotto forma del sorpasso, quasi riuscito, da parte del Pci alle elezioni; lo stesso Pci tremava sotto il peso di un lenta ma inesorabile tenaglia, tra il suo allontanamento dalla madre Russia sotto la guida del mite ma implacabile Berlinguer, e la altrettanto inarrestabile rabbia e scherno di cui lo fanno oggetto migliaia di giovani in piazza. In quell’inizio del 1976, che, in una escalation involontaria ma inevitabile, già preparava la cacciata di Lama dall’Università e il rapimento Moro l’arrivo di Repubblica parve agli occhi del “movimento” e dello stesso Pci l’annuncio dell’arrivo di un Ufo, qualcosa tra uno scherzo e una meraviglia, con i suoi giornalisti eleganti ( molti già brizzolati), la sua ambizione a parlare di esteri, il suo collocarsi su un versante della storia italiana , quello laico ma non comunista.
Quasi uno scherzo della natura. Il movimento giovanile non era invece uno scherzo allora. Aveva potere di formare, ricattare, definire, pressare l’opinione pubblica, e la grande politica, in maniera sfuggente, multipla, laterale. Non c’era allora nessun sistema di informazione che noi giovani riconoscessimo come tale, cioè centrale, definitorio, autorevole . Ci si informava e si formava opinione con un mix di vari media, esperienze estemporanee, passaparola, organi di informazioni leggeri e a volte di brevissima vita. Non molto diversamente da come e’ oggi con Internet.
L’arrivo di Repubblica fu appena registrato da questo movimento. Fino anche nel 1977 Repubblica non divenne una certa persona, una certa penna, quella di Carlo Rivolta, un giovane dall’aria intensa e annoiata insieme, che si presentò a un certo punto a La Sapienza permanentemente assediata e cominciò raccontarla/ci con accuratezza e sfrontatezza, registrando ogni parola e fatto senza nessuna preclusione, e nessuna preferenza. Sfidando gli insulti (“spia , spia” ) discutendo punto su punto con tutti, come se fosse anche suo dovere far sapere di non essere affatto li’ per caso, tantomeno silente.
Ne usci’ un modo di fare giornalismo perfettamente diverso da quel che avevamo letto fino ad allora, legato a un preciso racconto dei fatti, fuori e dentro le cose, impegnato ma non ideologico, sorta di figlio mutante dei tempi. Il giornalismo di un giornale che continuammo a chiamare “borghese” ma con cui era ormai impossibile non misurarsi.
Era , in effetti, il marchio di Repubblica. In breve, quando tornai a Roma apposta per andare a parlare con Eugenio Scalfari, non sapendo da che parte cominciare visto che La Repubblica era così fuori dai miei schemi, andai dal parrucchiere. Non fu un colloquio lungo . Mi disse che quelle guerre centroamericane erano complesse e lontane.
Pensava che avevo un modo di raccontarle che le rendeva comprensibili. Firmai, ripartii, e tornai a fare il lavoro di sempre : era cambiato solo il numero di telefono della redazione. Per qualche tempo non sentii nulla. Mi convinsi – con un certo senso di conforto – di essere stata dimenticata. Fino al giorno un cui il portiere del Camino Real non mi consegno’ fogli su fogli di un fax. Pagine di note sulle decine di articoli che avevo nel frattempo scritto.
Eugenio Scalfari, mi spiegava, in una irregolare scrittura manuale, passaggio dopo passaggio tutto quello – idee, suggestioni e parole – che non voleva nel suo giornale. La conclusione dava il segno del suo ragionare: ” Ricordati che non sei più in un giornale militante. Noi siamo un giornale dei fatti, liberal ma non ideologico”. La storia in cui ero entrata – e quel mazzetto di fax mi inchiodava alla mia scelta – era davvero una rottura con il clima e il giornalismo iper-ideologizzato della sinistra di allora. Suonerà ridicolo oggi, ma quello è stato un versante su cui si è combattuta allora una battaglia decisiva.
Il rapimento Moro fu il vero banco di prova di una biforcazione dentro la sinistra da cui non ci furono ritorni indietro: la sinistra politica, editoriale, intellettuale ne fu attraversata. La Repubblica di Scalfari guidò quel passaggio di uscita dall’estremismo, senza mai una esitazione. Furono solo le anticipazioni di lacerazioni politiche, pubbliche e private che avrebbero continuato a scuotere il nostro paese, e il nostro mestiere per anni a venire. E se nella mia immensa stupidaggine giovanile non lo avessi già capito che con il passaggio a Repubblica mi lasciavo indietro il mondo da cui venivo, servì a ricordarmelo Rossana Rossanda, la mia adorata madre politica, il direttore del Manifesto da dove uscivo per andare a Repubblica: quando la chiamai per darle notizia del mio ingresso nel quotidiano di Scalfari mi disse che non intendeva ascoltarmi perché “non si parla con chi collabora con la stampa “borghese”.
Ma torno a quel fax. L’ho inserito nel contesto della politica di allora, ma solo per dare il senso a chi è giovane oggi di cosa si era in quel periodo. La cosa più rilevante di quei fogli fu per me un’ altra – e chiunque faccia il giornalista oggi lo ha già capito: dietro quel gesto c’era un direttore che trovava il tempo per leggere tutti i pezzi, anche quelli dell’ultimo arrivato , e considerava utile e necessario spiegare la logica, il linguaggio, l’etica del giornale in cui si lavorava. Lo faceva con tutti, dai migliori ai peggiori.
Lo faceva in continuazione, non importa da quanti anni lo ripetesse. Ogni giorno implacabile, nella riunione di redazione, ti raggiungeva in ogni parte del mondo, e ti diceva perché si e perché no le tue cose funzionavano o meno. “Si in effetti ho fatto l’insegnante” mi ha detto ridendo di recente quando gli ho ricordato questo suo sistema.
Mai direttore, prima e dopo, fra quelli che ho avuto, e ne ho avuti tanti e tutti eccellenti, ha mai avuto la stessa fissazione di lavorare sull’elemento umano del giornalismo. La frase (famosa) che Scalfari diceva ai suoi giornalisti , “ognuno di voi porta nello zaino il bastone del maresciallo”, era l’idea che non esistevano limiti né alla bravura né all’ ambizione. Il giornale come un insieme di talenti. Un prodotto artigianale, innanzitutto, in cui il mestiere allo stato puro – la abilità, la cultura, la ambizione, la vocazione – erano il sale di quel quadrato di terra su cui ci muovevamo.
La sfida di Eugenio Scalfari venne vinta anche perché creò non solo un giornale ma tanti professionisti del nuovo tempo: “Un direttore vale tanto quanto il numero di bravi giornalisti che avrà messo in campo”, diceva. Era il suo un sistema personale, ravvicinato di direzione, molto molto lontano dalle ghiacciate piramidi di ruoli, in cui il sistema mediatico ci ha oggi abituato a lavorare.
La sua esperienza ci dice che ogni cambiamento vero nasce dalla quantità di “capitale umano ” che si attiva. E’ per questo che oggi che ha novant’anni, gli stessi di mio padre, operaio comunista, e di tutta la generazione che ha attraversato gli anni peggiori della nostra storia, a lui mi rivolgo ancora chiamandolo Direttore.