24 aprile 2014 | 10:08

Perché de Bortoli ha dichiarato guerra al vertice di Rcs MediaGroup?

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Prima Comunicazione n° 449 – Aprile 2014

Perché de Bortoli ha dichiarato guerra al vertice di Rcs MediaGroup? Per difendere il Corriere della Sera e perché è stato lasciato solo.

In vista dell’assemblea dell’8 maggio il direttore Ferruccio de Bortoli e la redazione del Corriere della Sera alzano i toni dello scontro verso l’amministratore delegato Pietro Scott Jovane e il Cda. In una pericolosa partita di potere.

L’EDITORIALE

Mondardini resta con noi
Confesso di aver seguito con una qualche apprensione le notizie che davano Monica Mondardini candidata a uno dei tanti seggioloni delle aziende di Stato. Mi dicevo che sarebbe stato un vero peccato perdere una manager che ha dimostrato di saper fare di conto, ma anche di saper trattare con la razza giornalistica in un momento così devastante per l’editoria italiana. Almanaccavo tra me e me e mi consolava il pensiero che l’ingegner De Benedetti, che tutti sanno essere in affettuosi rapporti con il premier Renzi, avrebbe lottato con le unghie e con i denti (due armi che ha affilato fin dalla culla) pur di non farsi scippare colei che tiene saldo il timone del suo gruppo editoriale e della Cir, la holding di riferimento.
A dire la verità mi pareva assai improbabile che Mondardini, maestra dell’understatement e nota per la sua istintiva distanza dalla giostra politica pur essendo a capo di un gruppo editoriale molto connesso con quel mondo, accettasse di dar conto del proprio operato al presidente del Consiglio e al suo governo.
Se avessimo saputo che alle new entry femminili sarebbero stati assegnati solo ruoli da presidente – ovverosia poco più che da grandi cerimoniere – non ci saremmo dati tanto pensiero per Mondardini, poco o niente interessata a impersonare il simbolo delle quote rosa che ultimamente hanno sollevato tanta patetica eccitazione tra i furbi maschietti (che intanto il vero potere se lo tengono ben stretto tra le mani) e qualche garrula post femminista. Mondardini sembra avere ben altro di cui occuparsi, assorbita com’è dal salvataggio del gruppo Cir – travolto dalla spaventevole crisi di Sorgenia – e dalla continua attenzione per il Gruppo L’Espresso, un impegno che si riflette nei risultati che al 31 marzo 2013 registrano un utile netto di 2,1 milioni di euro, in linea con il 2012 pur con un calo di ricavi del 13,3% (157,8 milioni).
Per tacere poi delle importanti strategie di rinnovamento e sviluppo avviate, tra cui quella legata all’accordo di integrazione di Rete A e Timb per le promettenti attività di operatore di rete, un business di grande interesse e diversificazione per il gruppo.
Le nomine hanno tenuto con il fiato sospeso tutto il mondo della comunicazione. Ci si chiedeva con malcelato nervosismo chi sarebbe approdato all’Eni e all’Enel, due mega aziende che negli ultimi anni sono diventate tra i maggiori interpreti della scena. E se fosse arrivato qualcuno che nei confronti della comunicazione avesse dimostrato pulsioni e visioni differenti da quelle di Fulvio Conti e Paolo Scaroni? Tutti i pubblicitari, gli editori e gli operatori culturali sanno perfettamente che Enel ed Eni sono due colonne portanti del sistema, sia per gli imponenti investimenti economici e qualitativi sulle campagne sia per gli sterminati interventi in qualità di sponsor. Mi dite voi cosa sarebbero il Macro a Roma o la Biennale Arte di Venezia senza Enel? Quale destino avrebbero i vari festival della cultura, la Scala, il Piccolo Teatro, la Triennale o, tanto per citare l’ultima, mostre come ‘Classicità ed Europa. Il destino della Grecia e dell’Italia’ in corso al Palazzo del Quirinale senza l’Eni? Per non dire di che fine avrebbero fatto le agenzie pubblicitarie impegnate in campagne di qualità come ‘Guardiamo avanti’ di Enel, firmata da Saatchi & Saatchi, o ‘Eni Rethink Energy’ con il prodigioso Roberto Bolle, realizzata da Fabrizio Ferri e da Tbwa\Italia. Senza considerare poi lo sterminato mondo dei media assetato di pubblicità di cui i due giganti sono munifici dispensatori.
Grandi investimenti, quelli di Eni, voluti e perseguiti con l’appoggio attivo di Paolo Scaroni, l’amministratore delegato che esce di scena e che ha sposato la convinzione di Mattei nell’attribuire una vera importanza al mix di cultura e comunicazione. Che ha portato alla partnership con il Louvre, oltre alle numerose e prestigiose attività culturali negli Usa sotto la regia di Stefano Lucchini. Bella forza, direte voi: tutte pubbliche relazioni pagate dai budget aziendali.
A vedere come Paolo Scaroni è stato trattato dal mondo dell’informazione al momento in cui si è capito che la sua poltrona stava scricchiolando, non direi che da quegli investimenti l’ex manager dell’Eni, bollato sommariamente di ‘incompatibilità’, abbia tratto così gran beneficio. È proprio un vizio del nostro povero mondo: fin che sei in sella, tutti lì a menare la codina e a strisciare pur di avere una dichiarazione o un’intervista. Appena smonti da cavallo devi fare attenzione che non ti mettano sotto con la macchina. Sarà divertente vedere come cambieranno i toni di tanti rigorosi commentatori quando leggeranno la notizia del prossimo incarico che verrà sicuramente assegnato a Scaroni, uomo che può vantare una rete di rapporti internazionali talmente qualificata da non lasciare immaginare per lui un futuro sulle panchine dei giardinetti.
Del resto è questa una lezione che tutti i potenti dovrebbero ricordare ogni mattina che si svegliano. E di cui dovrebbe tenere conto anche quel Matteo Renzi che ogni giorno riempie le prime pagine e sorride dalle copertine dei giornali, si esprime in apertura dei vari telegiornali e fa lo spregiudicato ospite d’onore dei talk show, capace – come raccontiamo a pag. 54 – di usare la tastiera mediatica come Arturo Benedetti Michelangeli quando volava sugli ottantotto tasti di avorio e d’ebano. Sempre che – Dio non voglia – il copritastiera, per una mossa brusca quanto improvvida dell’esecutore, si chiuda di scatto sulle dita volteggianti.

L’editoriale è sul mensile Prima Comunicazione n. 449 – Aprile 2014