12 maggio 2014 | 15:11

Le tv generaliste perdono punti rispetto alle pay tv, ma non in tutti i settori socioculturali. L’analisi di Stefano Balassone

La tv generalista sta perdendo punti (10, negli ultimi quattro anni, confrontando l’andamento dei primi dieci giorni di maggio) nei confronti delle altre offerte (pay tv e canalini segmentati), ma questo processo non avviene in misura uniforme per tutti i settori socioculturali del paese.
Lo scrive Stefano Balassone nel suo blog sul quotidiano Europa, secondo cui, la conseguenza è che si stanno allargando le differenze nelle diete audiovisive delle due Italie: da un lato i ceti medio-alti fino alle élites, sempre più distanti dai canali generalisti di Rai e Mediaset , dall’altro il settore dei “popolari” che per varie ragioni (dalla cultura, che facilita le diversioni verso l’intrattenimento in web, al reddito, che è fattore decisivo per l’accesso alla pay tv) si allontana dalla tv tradizionale in misura molto più limitata.
In altri termini, il pubblico “generalista” e quello “non generalista” si stanno rinchiudendo nei propri consumi. Il fenomeno ha dagli evidenti risvolti politici perché è chiaro che qualsiasi situazione culturale a “comportamenti stagni” costituisce un intoppo per la vitalità delle istituzioni democratiche, quanto meno perché l’esercizio del potere e il giudizio sul medesimo richiedono la condivisione dei linguaggi che narrano il patto sociale, gli orizzonti progettuali, le relazioni fra i “valori” e gli interessi delle persone più svariate.
In questi frangenti la strada di Mediaset è piuttosto chiara: tenersi stretto il “popolo basso”. E infatti quest’anno ha decisamente virato la programmazione in modo da riconquistare buona parte degli spettatori con la licenza elementare (che coincidono, come si sa, con il pubblico femminile più anziano).
Lo strumento è stato costituito, non a caso, dalle telenovelas, promosse su Canale5 dopo lunghi anni in cui erano state confinate su Rete4. Il recupero tra le licenze elementari è stato sufficiente a compensare le assai rilevanti perdite fra i possessori di titoli di studio più elevati, dalla scuola media, al diploma, alla laurea. E così Canale5, la principale fonte di ricavi del gruppo, può mostrare quest’anno di avere arrestato, e anzi leggermente invertito, la discesa dei contatti, sia pure cambiando la composizione del pubblico (che potrebbe risultare meno interessante per alcuni investitori pubblicitari, ma siamo comunque ai “grandi numeri” e dunque è probabile che non stiano tanto a sofisticare).
Anche in Rai le perdite più vistose (attorno a otto punti di share) avvengono tra il pubblico con livelli di studio medi e superiori. Non c’è, a differenza che per Mediaset, una ripresa della componente “popolare” (che scende di 5 punti di share), probabilmente attirata dalle telenovelas di Canale5, ma poiché qui la perdita è minore, alla fine dei conti nel pubblico Rai le licenze elementare pesano più di quanto non sia mai accaduto in passato.
Si tratti di ritirata strategica, come appare quella di Mediaset, o di un processo casuale e passivamente subito, è del tutto evidente che l’esito rischia di essere il venir meno di una delle ragioni più significative per la esistenza di un servizio pubblico: tenere insieme il paese. Forse sarebbe bene che nell’azienda si interrogassero su queste prospettive e sui possibili rimedi, oltre che appassionarsi sulla cessione pro-governo di quote di RaiWay e sul rapporto di coessenzialità fra la comunicazione territoriale e la aolita prescrizione di provvedervi con una sede in ogni regione.

http://www.europaquotidiano.it/2014/05/12/rai-e-mediaset-tra-ieri-e-oggi-piu-popolari-meno-nazionali/