Editoria

15 maggio 2014 | 11:05

Gli articoli sponsorizzati piacciono tanto quanto quelli normali. A dirlo è il New York Times

(TMNews) I quotidiani potrebbero presto chiedere agli inserzionisti di scrivere direttamente notizie per loro. Esse infatti sono una fonte di ricavi destinata a crescere, visto che i lettori dedicano agli articoli sponsorizzati lo stesso tempo di quello trascorso leggendo quelli tradizionali. A dirlo è Meredith Levien, vicepresidente esecutivo della divisione pubblicità del New York Times. Lo storico giornale americano ha iniziato a pubblicare i cosiddetti ‘paid post’ a partire dallo scorso gennaio imitando quanto fatto finora – con grande successo – da siti popolarissimi come Mashable e BuzzFeed. Settimane fa la compagnia aerea United Airlines ha creato una grafica interattiva sul sito del Times, mostrando quanto lontano gli atleti hanno dovuto viaggiare per i Giochi Olimpici di Sochi. L’intero pacchetto ha generato circa 200.000 visite, molte più di un tipico articolo.

La strategia, chiamata in gergo anche ‘native advertising’, è in questi mesi molto dibattuta nel mondo della stampa e non solo. Le dichiarazioni di Levien sembrano contraddire un precedente report del Wall Street Journal, secondo cui i lettori non dedicherebbero più di quindici secondi per contenuti sponsorizzati. Il Times punta a sfruttare il notevole traffico sulla sua homepage (circa 35 milioni di accessi al mese) e controbilanciare lo spaventoso calo di introiti pubblicitari, passati da 1,27 miliardi di dollari nel 2006 ai 711,8 miliardi dello scorso anno.

Gli inserzionisti lavorano gomito a gomito con il giornale per la creazione delle storie, che sono segnalate ai lettori per non essere confuse con gli articoli veri e propri. La capacità di raccontare può venire da qualunque fonte, ha sostenuto Levien. “I brand sono narratori e ci raccontano storie che sono legate alla cronaca”. Levien ha però messo in guardia dall’utilizzare parametri esclusivamente numerici per valutare il coinvolgimento del lettore. Il Times “non si limita a vendere l’audience o il contesto [agli inserzionisti], ma condivide con loro i nostri strumenti di racconto e i nostri standard qualitativi”. (TMNews, 14 maggio 2014)