Servizio di copertina

24 maggio 2014 | 8:01

Quo vadis Rai?

I vertici della Rai non hanno avuto neppure il tempo di godersi il momento di gloria del bilancio tornato miracolosamente positivo, che è arrivata la mazzata dei 150 milioni, mica bruscolini, da stornare dai ricavi del canone di quest’anno. È il sostanzioso contributo che Matteo Renzi ha chiesto alla Rai in nome del risanamento dei conti pubblici. Ma non è finita qui. Intanto i milioni pare non siano ‘solo’ 150 ma almeno 200, visto che altri cinquanta cadranno come effetto dell’articolo 20 del Documento di economia e finanza che abbassa del 2,5% i costi operativi di tutte le società pubbliche. Per compensare il prelievo forzoso Renzi ha dunque autorizzato la vendita di Rai Way, la società delle torri e della rete di trasmissione, e la riduzione delle sedi regionali, istituzionale roccaforte dell’Usigrai, rimuovendo, detto fatto, il vincolo della Gasparri che obbliga la Rai ad averne una per ogni regione.

A Viale Mazzini pare di stare nel quartiere francese di New Orleans dopo il passaggio dell’uragano Katrina. Mentre il Cda sta valutando con l’ufficio legale un ricorso al famigerato decreto dell’Irpef e il dg Luigi Gubitosi, sostenuto dal fido direttore finanziario Camillo Rossotto, ha avviato la procedura per collocare in Borsa una quota minoritaria di Rai Way impegnandosi col consiglio a presentare nel tempo record di otto settimane un piano di spending review a tutto campo. Tanto è bastato per scatenare il panico tra i dirigenti e i dipendenti. Per non dire della letterina che il Cda ha inviato al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan in cui, senza tanti complimenti, spiega che per far fronte alle richieste del governo e alla crisi che non smette di correre al galoppo si preannunciano tempi duri, anzi durissimi, durante i quali calerà la mannaia su produzioni cinematografiche e di fiction, sugli investimenti tecnologici e sui costi del personale. E, altro rischio, non è detto che Gubitosi resti alla Rai, a sentire le voci che lo danno in trattativa per altri posti.
L’ultima ciliegina (avvelenata) sulla torta ha pensato di metterla il ministro dei Beni e delle attività culturali Dario Franceschini che, con una sortita al Salone del Libro di Torino, ha accusato la televisione (tutta, sia quella pubblica che quella privata) di aver danneggiato gravemente il libro e che ora si aspetta un risarcimento tramite “spot gratuiti”.
Non c’è dunque molto da stupirsi se è partita una sarabanda di fosche congetture, come quella secondo cui i 150 milioni non saranno un’una tantum o l’altra che mormora di un accordo tra Renzi e Berlusconi per massacrare la Rai. Né rassicurano le buone intenzioni del sottosegretario alle Comunicazioni Antonello Giacomelli che da poliziotto buono ha giurato per il 2015 una riforma del canone antievasione che dia certezza di risorse alla Rai.
A far più male è forse il distacco con cui il primo ministro Matteo Renzi tratta la Rai, che poi corrisponde allo stesso approccio che ha dedicato alla burocrazia statale. Da buon comunicatore il premier ha fatto bene i suoi conti: una ‘tassa’ sull’odiato canone non avrebbe destato scandalo. E così è stato. Ma ‘i consigli per gli acquisti’ del governo dicono anche altro. Innanzitutto che il rottamatore non farà sconti alla Rai e vuol tenersi le mani libere. Renzi ha sì riconfermato la fiducia a Gubitosi escludendolo dal giro delle poltrone pubbliche, ma con l’affondo sulle sedi regionali ha fatto capire di non avere intenzione alcuna di fare il custode della Rai dei tempi che furono.
Chi immaginava che Viale Mazzini disponesse di due anni di tempo (quando cioè scadrà la convenzione di servizio pubblico, a maggio del 2016) per reinventarsi la ragione sociale del servizio pubblico e dell’azienda ora si trova di fronte a un’accelerazione quanto meno imprevista.
Renzi ha messo la Rai nella condizione di interrogarsi sul proprio futuro e c’è da sperare che la pressione esercitata possa essere salutare per la più grande azienda culturale di cui dispone il nostro Paese.
Vero è che lo scenario pare una hemingwayana ‘fiesta mobile’, con Sky che si accorda per portare tutti i suoi contenuti sulla rete ultrabroadband di Telecom – e che sta per partire con Smart Panel, una rilevazione supplementare certificada da Deloitte, per avere dati ancora più profilati e precisi sul proprio ascolto e Mediaset che sigla il patto con Vodafone per potenziare la mobilità di Infinity, mentre pare essere a un passo dall’alleanza col partner internazionale sulla pay tv (Al Jazeera e Canal+). A paragone dei competitor la Rai dà l’impressione di essere murata in una cella: paralizzata, priva di orizzonte strategico, allergica al cambiamento.
Che futuro ha la Rai? Giriamo la domanda a Stefano Balassone, che l’azienda radiotelevisiva di Stato la conosce come pochi, avendola fatta e governata a lungo. Braccio destro di Angelo Guglielmi a Raitre negli anni d’oro che vanno dal 1987 al 1994, Balassone ha fatto parte dal 1998 al 2002 del Cda di Viale Mazzini in quota centrosinistra, durante la gestione Zaccaria-Celli-Cappon. Docente di economia dei media alla Luiss e alla Suor Orsola Benincasa, è un manager e insieme un intellettuale che sforna libri sui media (ne ha finora scritti otto, di cui quattro in tandem con Guglielmi) e cura su Europa un diario quotidiano su come si muove e cambia il pubblico televisivo. Noto per la sua capacità di parlare senza timidezze e diplomatismi, Balassone pensa che intervenendo sulla Rai si può anche correggere il sistema e cita subito un competitor eccellente, Fedele Confalonieri, secondo il quale Rai e Mediaset sono come due ubriachi che restano in piedi sorreggendosi l’un l’altro. Conclusione: “Se fai diventare sobria la Rai anche Mediaset o torna in sé o cade a terra”. Secondo Balassone l’intervento di Renzi “è nato dall’esigenza di far cassa ma non per questo penso che il capo del governo sia distratto o, tanto meno, un ingenuo. Questo esecutivo è molto ambizioso, ha legami con gente dei new media e non mi pare che si tratti di gente che è appena scesa dall’albero. Qualcosa farà”.
Prima – Intanto qualcosa l’ha fatto dando il via libera alla vendita di Rai Way.
Stefano Balassone – E la cosa non mi scandalizza affatto. I ponti e le torri non dovrebbero far parte del perimetro societario di un broadcaster, come del resto avviene negli altri Paesi. Per non parlare del fatto che la stabilità economica della Rai non dipende da questo business. Si tratta di un patrimonio dello Stato che alla stregua degli immobili pubblici può essere sottoposto a privatizzazione per ottenere ricavi, salvo garantire alla Rai l’uso più funzionale della risorsa trasmissiva. In questa vicenda, però, c’è un risvolto politico che a me pare assai interessante. Aver dato il via a un cambiamento di assetto sia pure al livello della rete è un passo inedito. Fino a oggi era vietato toccare anche uno spillo e c’era Gasparri a fare buona guardia. Agendo in questo modo il governo, almeno fino a questo momento, ha dichiarato la sua estraneità agli equilibri del duopolio.
Prima – A Viale Mazzini sono molto spaventati che si rimetta mano all’assetto delle sedi regionali. Usigrai, sindacati, giornalisti e politici di ogni segno e colore hanno alzato un fuoco di sbarramento.
S. Balassone – Non mi pare che la Tgr attuale sia un prodotto che funzioni. Basta vedere gli ascolti. Capisco che ci sono in gioco lavoro e vite, ma l’Usigrai dovrebbe confrontarsi senza pregiudizi. Venuto meno il baluardo di legge ad avere 23 sedi, si apre un’occasione storica di poter riplasmare in maniera più sostenibile la presenza territoriale e ragionare su che tipo di offerta dare piuttosto che confezionarla a partire da uno schema organizzativo. Fossi la Rai mi precipiterei a uscire dall’immobilismo e agirei sul governo perché al più presto metta a fuoco la mission di servizio pubblico: a che serve la Rai? È lui il capoprogetto di questa storia.
Prima – Questo è il punto: si rimprovera a Renzi di aver fatto un intervento decisionista senza avere un’idea precisa di dove deve andare la Rai e rischiando così di indebolire l’azienda.
S. Balassone – Il contributo richiesto corrisponde a una contingenza di cassa. La definizione della mission è legata alla convenzione che scade tra due anni. Ritengo tuttavia che vi siano buone ragioni per stringere i tempi: il Cda e questo vertice decadono tra un anno e inoltre l’andamento degli ascolti mostra uno sfarinamento accelerato del patto tra la vecchia Rai e il suo pubblico. Tutto il nostro ‘generalismo’ è spompato nei numeri e non crede più a se stesso ma il trend della Rai di questa fase è molto preoccupante.
Prima – Che cosa dovrebbe fare il governo?
S. Balassone – Una governance indipendente in stile Bbc è necessaria a prescindere ed è un aspetto fondamentale. Ma sul piano logico è ancora più urgente disegnare l’orizzonte strategico del servizio pubblico. Definita la rotta, l’altro compito è stabilire le risorse. A quel punto l’azienda dovrà cercare l’organizzazione più funzionale a raggiungere gli obiettivi fissati strategicamente. Mi pare che siamo esattamente nel momento in cui dovrebbe cominciare a porsi seriamente il tema del futuro della Rai.
Prima – Lei parla di Bbc. Ma come pensa sia possibile rimettere in pista la televisione pubblica?
S. Balassone – Con una radicale ristrutturazione per condensare l’area editoriale in due sole reti generaliste, poche specializzate, e un potente canale all news internazionale. Una proposta che parte da una riflessione sul sistema televisivo considerato nella sua capacità di generare occupazione. Invece di preoccuparsi di pluralismo, libertà di espressione e conflitto di interessi penso che si debba affrontare la tivù in quanto industria, e misurando, come vado facendo da anni, il peso crescente delle industrie culturali sulle economie dei Paesi occidentali. Mi viene spontaneo paragonare la nostra con quelle dei due Paesi, Francia e Inghilterra, a cui siamo più simili per popolazione, reddito, cultura.
Prima – Una somiglianza che rende più stridenti le differenze.
S. Balassone – Perché incrociando i dati dei ricavi complessivi della televisione e del cinema (pubblicità, pay tv, canone, introiti diversi e box office) col numero di occupati dell’intero comparto (aziende televisive più settore produttivo) emerge che per ogni milione di euro di risorse il sistema Italia crea 4,8 occupati contro i 5,9 della Francia e i 7,1 dell’Inghilterra. Vuol dire che la nostra tivù ha una base di lavoratori più piccola di un quarto rispetto a quella francese e del 50% rispetto a quella inglese. Perché da noi l’occupazione latita? Semplicemente perché mentre gli altri Paesi producono di più, noi consumiamo più lavoro estero. Tant’è che abbiamo una bilancia commerciale completamente squilibrata.
Prima – Tutti i guai nascono dai ‘sette nani e quaranta puffi’, immagine non proprio lusinghiera, ma sicuramente efficace, che lei ha di recente usato per descrivere l’habitat di sette reti generaliste col loro codazzo di piccoli canali digitali.
S. Balassone – Si tratta di una prerogativa solo italiana, eredità dell’assetto che Rai e Mediaset si sono date in ambito analogico per rendere più difficile l’ingresso di altri competitor. La conseguenza è stata che, pur non essendo il mercato più ricco, disperdiamo le risorse su un numero spropositato di scaffali dai costi fissi molto elevati. Cosicché siamo succubi del prodotto d’acquisto oppure facciamo prodotti che, nel caso di una fiction, sono storielline a basso tasso d’investimento e che non trovano mercato fuori casa. Oppure sterminati talk e interminabili show per saturare spazio a costo zero. Una distorsione che schiaccia lo sviluppo di una produzione qualificata per poter competere nel mondo. Ed è questo che fa la differenza: il surplus di cui si avvantaggiano i mercati inglesi e francesi sono il canone più elevato e i ricavi che provengono dall’estero.
Prima – Quel che è certo è che soprattutto in Inghilterra il mercato televisivo nazionale serve da trampolino per il bacino mondiale.
S. Balassone – Tanto che Bbc realizza più di un miliardo di ricavi da Bbc World e produzioni varie. Channel 4, pur condividendo i diritti con i produttori, guadagna 90 milioni dalle vendite su un fatturato di 900 e lo stesso canale commerciale Itv fa la metà del fatturato di circa due miliardi fuori casa. Il fatto che parlino inglese costituisce di sicuro un vantaggio, ma la vera spinta è data dalla struttura regolata del mercato che come un imbuto costringe gli operatori pubblici e privati a concentrare le attività sul mercato interno e fare soldi oltreconfine.
Prima – Tutto chiaro, ma con tutti gli interessi che si sono stratificati alla Rai ci vorrebbe una bacchetta magica per tornare indietro.
S. Balassone – Contro la dispersione la parola d’ordine è condensare, e cioè concentrare le attività, riorganizzarsi e riallocare le risorse per impiegarle in maniera più efficace. La Rai dovrebbe provarci avendo in mente due obiettivi: tenere in piedi l’industria dell’audiovisivo aiutandola a guadagnare posizioni sugli altri mercati e marcare una significativa presenza nel mondo con l’informazione. Sono due obiettivi di sistema che danno senso al canone inteso come investimento pubblico per la proiezione del nostro Paese nel mondo, destinato altrimenti a finire schiacciato dalla pressione dei prodotti altrui, Hollywood in testa, e scomparire così dalla scena mondiale. Noi, come Germania, Francia e Inghilterra, siamo troppo grandi per permetterci di uscire di scena e troppo piccoli per potercela fare solo con le forze del mercato interno.
Prima – Pensa sia necessario un intervento del legislatore?
S. Balassone – L’iniziativa potrebbe essere aziendale, anche se è necessario un forte mandato governativo e certezza di risorse. Altrimenti, mi creda, non si va da nessuna parte. I futuri manager della Rai dovranno essere molto, ma molto qualificati per trasformare un elefante in una giraffa, animali che in comune hanno solo le quattro zampe.
Prima – La Rai è un pachiderma formato da 14 canali, uno sproposito di testate giornalistiche, 4 centri di produzione, 23 sedi regionali, 6 reti radiofoniche oltre a frequenze, tralicci, ponti di trasmissione e, per finire, ben 13mila buste paga. Da dove partirebbe per cambiare?
S. Balassone – Prima di ogni altra cosa va rifondato profondamente il comparto editoriale e informativo per concentrarlo in due sole reti, due telegiornali, pochi canali specializzati e un grande canale all news internazionale. So bene che non sto parlando di un progetto organico perché i progetti non si fanno a tavolino. Si tratta, semmai, di linee guida che prendono atto che la tripartizione delle reti è uno schema tramontato e che è un enorme spreco quella sorta di ufficio stampa moltiplicato per mille delle oltre dieci testate giornalistiche.
Prima – Quali caratteristiche dovrebbero avere le due reti generaliste?
S. Balassone – Il punto dirimente è separare le risorse per avere una rete finanziata solo dal canone distinta da una rete con la pubblicità. Tutto il resto si può discutere. Per quella di servizio pubblico seguirei il modello Bbc: una rete generalista ad alto tasso di intrattenimento che intrecci finestre informative territoriali e viva del canone e dei proventi commerciali all’estero. Potrebbe nascere da una fusione dei palinsesti di Raiuno e di Raitre per comprendere le attività decentrate della terza rete.
Prima – Toccherebbe dunque a Raidue diventare la rete finanziata dalla sola pubblicità.
S. Balassone – La rete alimentata dagli introiti pubblicitari potrebbe persino essere distaccata in una società autonoma pubblica. Raidue, che non ha ancora ritrovato una sua identità editoriale, è forse la più adatta a diventare ciò che manca: l’equivalente italiano di Channel 4. Penso a una rete orientata all’innovazione, sempre un passo avanti al mainstream del momento, che ha la mission di far girare la macchina della produzione commissionando i suoi programmi ai produttori indipendenti e condividendone i diritti e i ricavi dalle vendite.
Prima – Quale tetto di affollamento pubblicitario dovrebbe rispettare la gemella di Channel 4?
S. Balassone – Reggendosi con le sue gambe avrebbe diritto agli affollamenti pieni delle altre reti commerciali o almeno a qualcosa in più di quanto affollano attualmente le tre reti Rai messe insieme.
Prima – Channel 4 è nata in un mercato in ascesa, la Channel 4 italiana nascerebbe in un mercato in flessione. Non le pare un azzardo?
S. Balassone – La ritengo un’avventura da tentare perché porterebbe un beneficio a tutto il sistema. Dovrebbe essere una rete snella con costi fissi bassi che puntando a un ragionevole 10% di share in pochi anni potrà consolidarsi determinando un cambiamento strategico sul mercato. Una rete che agisce con piena libertà sul mercato degli spot può spingersi a competere anche su quella nuvola di piccoli investitori su cui oggi Mediaset ha il monopolio e magari potrà anche fare alleanze industriali con Cairo o con Sky. Non potendo più contare sulla staticità del duopolio, anche Mediaset forse sarebbe indotta ad attivare dinamiche di cambiamento del suo core business senza diktat dirigistici.
Prima – Riducendo le reti a due, il destino inevitabile della terza è la privatizzazione?
S. Balassone – Raitre è un patrimonio dell’azienda e bisogna decidere con sapienza sulla sua sorte. Penso che possa essere più conveniente cedere le frequenze eccedenti per usi telefonici e fare reddito da reinvestire sugli obiettivi strategici piuttosto che privatizzare una rete. A chi la vendo? In ambiente digitale non c’è più una scarsità di canali e Carlo De Benedetti, o qualsiasi altro editore che lo volesse, sarebbe in condizione di farsi una rete generalista domani mattina. Che cosa comprerebbero poi? Il marchio? Impensabile: non potrebbero certo andare in onda con il logo della Rai. L’unica cosa che può far gola è la posizione sul telecomando, vista la lotta tra tutti i player per stare sui primi nove bottoni.
Prima – Se capisco bene l’elettrochoc da praticare muove da una logica di sviluppo più che di risparmio.
S. Balassone – Il problema della Rai non è la dilapidazione delle risorse pubbliche, quanto il modo passivo, conservativo e non più conveniente con cui si spendono. Per questo più che dimagrire o tagliare si tratta di fare una drastica riallocazione di risorse, uomini e mezzi, il che significa riorganizzare a cascata tutto il mammozzone aziendale. Immagino un cambio di rotta epocale che coinvolgerà il destino, le professionalità, le collocazioni di migliaia di lavoratori che dovranno essere riutilizzati diversamente.
Prima – Lei pensa a un servizio giornalistico all’osso per la rete con la pubblicità e un po’ più complesso per la rete di servizio pubblico che pone anche l’esigenza di rivedere l’assetto antiquato e dispendioso delle sedi regionali. Il problema è aggravato dalla crisi delle Tgr che, sempre meno attrattive, sono scese ai minimi storici del risultato Auditel.
S. Balassone – L’impostazione editoriale per regioni ha fatto il suo tempo: bisogna fornire un servizio informativo regionale, ma non di prossimità, legato ad alcune grandi aree del Paese. Quali e quante è da valutare. La Bbc per esempio è organizzata per dieci zone politico-geografiche.
Prima – Con un rimpasto così radicale che fine farebbero i quasi 2mila giornalisti di Viale Mazzini?
S. Balassone – Molti li utilizzerei per fare l’informazione che non c’è e che sarebbe preziosa per il Paese in un canale all news che emuli Bbc World e conquisti una presenza nel mondo. Abbiamo il made in Italy e un’ottima ragione per dar vita a un progetto di queste dimensioni e con queste intenzioni. Il suo successo dipenderà dalla gamma dei servizi in grado di offrire, dalla spinta a essere presente ovunque, dalla sua forza di impatto. Se così sarà, molti Paesi chiederanno ospitalità e pagheranno per averla, come del resto già fanno con gli inglesi.
Intervista di Anna Rotili

L’intervista è sul mensile Prima Comunicazione n. 450 – Maggio 2014

  • gian franco Borelli

    Era impensabile che la Rai potesse essere in perdita, trasmette sempre meno fatti di primaria importanza, economizzando e lasciando spazio alle altre TV più o meno private, anche se la parola privata per una azienda televisiva non è appropriata. Dall’ esterno pare avere troppi dipendenti, troppi direttori, vedi i telegiornali ad esempio , 1 e 2 sono molto simili, direttori diversi e giornalisti diversi. se i padri vanno in pensione in molti casi vedo giovani con lo stesso cognome assunti in RAI. Siamo obbligati a spendere un canone assurdo, se poi vogliamo vedere un film, spesso siamo su Mediaset, un avvenimento sportivo su skype, il tennis, in un altro canale…
    Riduciamo drasticamente e che la SIPra si trovi la giusta pubblicità e e prsegua senza il nostro super contributo.