24 maggio 2014 | 8:01

Quo vadis Rai? L’intervista a Stefano Balassone

Il numero di maggio di Prima è in edicola e su tablet. In copertina il servizio con l’intervista a Balassone che spiega come e perchè è “urgente costruire un servizio pubblico snello e multimediale”

Matteo Renzi scuote la Rai per fare cassa. E chiede feroci sacrifici. “È urgente pensare al futuro e costruire un servizio pubblico snello e multimediale”, dice Stefano Balassone, esperto di media, una vita passata a Viale Mazzini. E spiega come.
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Prima Comunicazione n.450

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L’EDITORIALE

Brutto mestiere fare il direttore

L’unica, magra consolazione nel brutale siluramento di due signore a capo di quotidiani di non poca rilevanza – Jill Abramson al liberal New York Times, Natalie Nougayrède all’aristocratico e gauchista Le Monde – è che l’attuale sistema editoriale è in grado di provocare un senso di scoramento anche quando parla inglese e francese e non solo italiano. E induce anche a un’osservazione su come siano cambiati radicalmente i segni, i modi e le idee in un mondo – quello dell’informazione – travolto dalla crisi e sconvolto dalla rivoluzione digitale. Crisi che ha incanaglito i comportamenti anche di quella parte che finora ci teneva assai a dimostrare la propria superiorità morale, il rispetto – pur solo formale – per le regole di bon ton politico.

Il disinvolto editore Arthur Sulzberger Jr., quando Jill Abramson ha deciso di rafforzare la squadra del digitale del New York Times –  a quanto pare non così straordinaria – e ha chiesto più che legittimamente di equiparare il proprio stipendio a quello del suo predecessore maschio Bill Keller, l’ha messa alla porta come si fa con una cameriera irrispettosa, gesto accompagnato dal giubilo di una schiera di cronisti che mal digerivano una direttora ‘mercuriale’ (così l’hanno definita), decisionista, per niente disponibile a fare la bella statuina in redazione.

Quando, da parte sua, Natalie Nougayrède ha pensato di fare ciò che le compete – e cioè decidere per il bene della testata senza lisciare il pelo alla redazione – ecco che s’è scatenata una vera e propria congiura con tanto di dimissioni di sette caporedattori su undici e l’ipotesi di ridurre a meramente simboliche le prerogative della direttora. Che, dimostrando di avere attributi che molti suoi colleghi nemmeno si sognano, ha mandato tutti – sia pure nel sempre elegante francese – a farsi fottere.

Tanto per cominciare – e segno che un po’ di giustizia divina c’è anche su questa misera Terra – la brutalità di Sulzberger gli si è universalmente ritorta contro, con tanto di rivolta di numerose giornaliste disgustate per il comportamento discriminatorio dell’editore e una serie di commenti velenosi sul web, il più gentile dei quali è che “è uno scemo nel gestire le pubbliche relazioni”.

Sia Abramson sia Nougayrède hanno provato ad affrontare con mano ferma questioni serie come il trapasso nell’era digitale. Poco c’è mancato che rimanessero monche. Fare oggi il direttore di una testata è sicuramente molto più complicato di quanto lo fosse anche solo cinque anni fa. Quando bastava ancora dimostrare talento, autorevolezza, diplomazia e a volte una certa dose di coraggio. Oggi tutto ciò sembra non essere né sufficiente né tanto meno rilevante. Il tormentone meneghino che vede al centro la figura di Ferruccio de Bortoli (ne abbiamo parlato diffusamente il numero scorso) dimostra che devi, giorno dopo giorno, tentare di conquistare nuovi equilibri non solo nella qualità dell’informazione, ma anche nella tensione con i new media, nella quadratura del cerchio dei libri contabili e nel rapporto con i tuoi editori.

Problemi di soldi e la definizione del futuro ruolo dei giornalisti sono al centro anche della trattativa sul rinnovo del contratto di lavoro aperta tra Fieg e Fnsi, e che sembra già arenata prima di salpare. Gli editori dicono di non riuscire più a reggere un costo del lavoro e una serie di privilegi riconosciuti dal contratto giornalistico. Il sindacato, pur consapevole della crisi che sta ammazzando il settore, fa i conti con una base indisponibile a rinunciare a soldi e vantaggi e pervasa da un crescente senso di frustrazione, d’inadeguatezza e di angoscia nei confronti di un futuro indecifrabile. Mal di pancia che, tanto per fare un esempio, hanno messo fine alla luna di miele dei giornalisti di La7 nei confronti dell’editore Urbano Cairo.

Altro segnale non secondario che le cose rischiano di mettersi male è la decisione di Giulio Anselmi di rifiutare il secondo mandato alla presidenza della Fieg per non essere, in quanto giornalista, controparte in un possibile e feroce scontro sul contratto. Vabbè, come al solito ci sono i maligni che sostengono che la verità sia un’altra: Anselmi vuole tenersi disponibile in vista di un eventuale mandato di commissariamento del Corriere della Sera dopo le eternamente preconizzate dimissioni di de Bortoli, che alcuni membri del Cda vorrebbero liquidare mentre altri (leggasi: Pandette, Intesa, eccetera) non vogliono, convinti che sia sempre il miglior direttore per Via Solferino.