Editoria

12 giugno 2014 | 10:55

Il vice direttore del ‘Giornale’, Giuseppe De Bellis vara il magazine sportivo ‘Undici’ e spiega perchè nel 2014 si può ancora credere nella carta

In edicola dal 6 giugno, Undici nasce da un’idea di Giuseppe De Bellis, vicedirettore de Il Giornale, Alessandro de Felice e Federico Sarica, fondatori di Rivista Studio, uniti dalla convinzione che siano ormai maturi i tempi per un’avventura di questo tipo dedicata al racconto del calcio con un taglio diverso.
Undici è diretta da Giuseppe De Bellis e prodotta insieme con la redazione di Studio guidata da Federico Sarica. Undici vedrà Alessandro de Felice nel ruolo di publisher.

Undici, spiega il direttore, nasce da una considerazione: l’Italia è il Paese che ha sublimato il racconto dello sport e del calcio in particolare, ma è l’unico Paese europeo che oggi non ha una rivista che parli di sport e di calcio con un linguaggio diverso, non banale, non scontato, approfondito. Alto.
Undici nasce per questo. È l’ambizione di unire due mondi che oggi non si parlano: quello dell’epica e quello della scienza dello sport.Perché il racconto dello sport, dei suoi personaggi, delle sue storie non può prescindere da ciò che sta alla base di quei personaggi e di quelle storie.

In una lettera aperta alla stampa, De Bellis spiega perchè a metà del 2014 si può ancora credere nella carta.

A metà del 2014 si può ancora credere nella carta (doc)
Mentre il mondo pare vada altrove (così dicono), mentre la persino nelle chiacchiere da bar si professa la morte imminente dei giornali, è ancora possibile. Di più: è giusto crederci, anche se si vive (bene) in un’era digitale. Qualcuno chiede perché uscire adesso con una rivista cartacea, per di più trimestrale, per di più ancora di calcio? La risposta è un’altra domanda: perché no? Qualche tempo fa, su IL, Christian Rocca ha spiegato con molti numeri perché la notizia della morte della carta sia fortemente esagerata: “Nessuno può negare che l’industria dei media, in particolare dei media cartacei, è in crisi. Ogni giorno chiudono o minacciano di chiudere testate storiche. Le cronache raccontano di esuberi di personale, di prepensionamenti, di tagli e ridimensionamenti molto dolorosi. Ci sono però forti segnali in controtendenza. Non solo le piccole, grandi e meravigliose storie che dal Sudafrica alla Libia a Milano”. Poi citava la crescita dell’Economist in Gran Bretagna e nel mondo, l’espansione dello Spectator (sempre in Gran Bretagna). Nessuno nega – e nessuno potrebbe anche solo pensarlo – che il giornalismo digitale sia in crescita, mentre quello cartaceo sia in contrazione, ma esiste ancora la possibilità di fare prodotti cartacei che abbiano un futuro. E la carta che ha futuro è quella che cavalca il cambiamento: deve essere sempre più “verticale“, cioè specializzata, intercetta quindi un pubblico più ristretto, ma più alto, più attento, più disponibile a pagare per avere in cambio qualcosa che altrove non riuscirebbe a trovare. Dev’essere bella. Una rivista che vuole stare sul mercato adesso deve essere un oggetto da far vedere agli amici, che dà il piacere del possesso, oltre a quello della lettura. C’è un’altra cosa: esiste oggi un mezzo sul quale la pubblicità si senta completamente a suo agio? I dati raccontano che il mondo del lusso non ha trovato alcun altro sfogo se non quello delle pagine dei giornali per pubblicizzare i propri prodotti.

Le cose sono in stretta relazione: più qualità (di contenuti ed estetica) hanno i giornali, più pubblicità alta riescono a intercettare. Parliamo sempre di un settore in difficoltà, non ci prendiamo in giro, ma esistono margini tra i quali muoversi. In America ha fatto scuola il caso Business Week: un settimanale decotto, praticamente moribondo, che s’è risollevato e rilanciato puntando forte su qualità dei contenuti e qualità estetica, appunto.

Tutto questo lo si può applicare a molti settori. Business Week l’ha fatto sull’economia. Noi l’abbiamo fatto sullo sport e sul calcio in particolare. Perché si può credere in un prodotto calcistico alto. Con l’esempio di Studio, il bimestrale di cultura e attualità, che s’è imposto per qualità e temi, abbiamo puntato su un verticale di calcio. Un trimestrale che non solo vivrà accanto a un sito internet, agli account dei social network, ma ne sarà il cuore. Un processo controintuitivo che invece a noi sembra modernissimo. Un’apparente follia che però si fonda su basi solide. Alcune sono quelle citate prima, altre riguardano la globalizzazione del mercato e dello sport in particolare e l’evoluzione del racconto sportivo: in Europa molte testate periodiche esclusivamente sono nate e vivino benissimo, anche grazie al fatto che il pallone ha scavalcato definitivamente i confini nazionali. Questo agevola la varietà dei temi e spinge a un approfondimento maggiore. Ovvero a maggior qualità. Lo stile del racconto, poi, cambia: l’arrivo del data journalism anche nel calcio ha creato un’evoluzione naturale. Oggi la differenza la fa chi unisce un racconto emozionante (come lo sport merita) alla competenza e alla scienza. Il dato è uno strumento e un mezzo, non un fine. Questo funziona benissimo sul web, ma può funzionare altrettanto bene sulla carta. Perché solo la carta permette di unire tutti i filoni che aiutano un prodotto editoriale a imporsi: qualità del contenuto, bellezza estetica, comodità di lettura, target definito, capacità di attrarre investimenti pubblicitari.

C’è poi un altro aspetto, forse il più importante. La carta ha una forza che oggi gli altri mezzi ancora non hanno: la creazione dell’identità. Un giornale non è solo un mezzo di informazione. È un luogo in cui ci si sente parte di un gruppo. Si condividono idee, passioni, riflessioni. Si appartiene al giornale, come il giornale appartiene a se stessi. La carta ha ancora questo potere, semplicemente.

Giuseppe De Bellis – Direttore di Undici

Giuseppe De Bellis

Giuseppe De Bellis

La copertina del primo numero di Undici, in edicola il 6 giugno 2014

La copertina del primo numero di Undici, in edicola il 6 giugno 2014