Comunicazione, New media, Pubblicità, Televisione

24 giugno 2014 | 17:08

L’opinione di Mario Sechi sul destino della tv pubblica. Parafrasando Allen: Il broadcasting lineare è morto, il palinsesto è morto e neanche io mi sento tanto bene (INFOGRAFICA)

ResisteRai o VedRai? Nel dubbio, lunedì 23 giugno ci siamo visti in cento alla Rai per parlare del destino della tv pubblica. Uscendo dagli studi di via Teulada mi è venuto in mente un ritornello pop di molti anni fa, l’attacco della canzone di Tonino Carotone: “Felicità a momenti e futuro incerto”. Un’ora prima ho dato ai televisionari che hanno risposto all’appello di Luigi De Siervo, segretario dell’Adrai, l’associazione dei dirigenti Rai che ha organizzato l’iniziativa, la mia versione dei fatti che potrei riassumere parafrasando Woody Allen: “Il broadcasting lineare è morto, il palinsesto è morto e neanche io mi sento tanto bene”. Alle mie spalle, sullo schermo ho fatto proiettare questo grafico, frutto di una ricerca molto interessante di Google:


Mi pare un’istantanea sufficiente per abbozzare uno scenario: internet è diventato un fattore di accelerazione e cambiamento anche per la televisione, la diffusione esponenziale di tablet e smartphone l’ha resa mobile e accessibile in un ambiente sempre connesso, mentre i social media hanno rovesciato la formula de “la televisione ti raggiunge” con quella che dice “è lo spettatore che viene da te”.
In sala c’è chi dice sì con la testa, chi tace ma parla con gli occhi iniettati di fuoco, chi si prepara a contrastare la mia provocazione in nome del primato della televisione e della personale eternità in diretta e in differita. Bene, ci sarà da discutere.
Vado avanti come un tamburino sardo, cito Apple Tv e Chromecast come ulteriori elementi di rottura del broadcasting tradizionale, soprattutto il prodotto di Google per ragioni di prezzo (35 euro) e per l’apertura al mondo di sviluppatori di Android.
Vedo alcune facce smarrite e mi pare di udire, in sottofondo “oh, ma noi siamo la televisione…”. Mi ricorda tanto gli editori della carta stampata che avevano lo scettro della rotativa e disegnavano il mondo in dimensione tipografica. I più intelligenti e svelti (pochissimi) si sono rifatti i connotati in bit, gli altri nuotano senza salvagente in una burrasca d’inchiostro invenduto.
Ah, che splendido argomento per shakerare le certezze dei terrazzati in pixel. Me lo immagino, Jepp Gambardella dopo un viaggio nella Silicon Valley che fa ondeggiare un bicchiere di scotch e trae un paio di conseguenze, rigorosamente “in ordine sparso”. Primo: cari amici, state perdendo tempo a cercare come rabdomanti nel deserto l’identità del canale, perché “l’eroe è lo show”; secondo: si aprono nuove occasioni per la tv, ma a patto che raccontiate le storie in modo diverso; terzo: non ha senso avere tre telegiornali su tre canali che fanno tutti la stessa cosa; quarto: i giovani non vi guardano, non vi filano neanche un po’, i vostri figli sono una generazione touch e nel tempo della tv on demand se ne infischiano del totem delle fasce orarie, del tabù del prime time e – gimmi five! – non gliene importa un fico secco del servizio pubblico e arrivederci pure al canone perché dai figli dei fiori siamo passati ai figli del free; quinto: se nei drink party vi date un tono citando ancora Marshall McLuhan, allora per voi il mezzo è il messaggio e lo smartphone e il tablet vi impongono l’uso di una grammatica e un tempo del racconto diversi dall’amata, rassicurante, sofa tv.
All’evocazione del salotto, avanza illuminata di speranza l’obiezione del poltronista: gli italiani guardano la tv in casa! Certo, poi bisogna vedere cosa fai con la scoperta dell’acqua calda. Apri la doccia e canti? Pensi al lunedì nero del fisco e batti i pugni sulle piastrelle di Versace? Barba e poi cena al circolo? Rimmel e sgambata di tango? Oppure lasci scorrere l’acqua sulla vasca, fai un bagno rilassante e frequenti le pagine di un libro, accarezzi una rivista, sbirci le tue foto sul tablet, cinguetti sulla streamline di Twitter e chatti su Facebook con la tua (pen)ultima fiamma? Vecchio e nuovo. Oh, non è Tolstoj, d’accordo, ma anche quella penna sublime di Lev aveva sentimenti agitati e una vita multitasking e oggi direbbe che tra una pagina e l’altra di Guerra e Pace là fuori c’è un mondo eccitante da scoprire.
Il presente è multischermo e lo sarà sempre di più perché il consumo è destinato ad essere (di)verso qualcosa e divertito da qualcosa, informazione e spettacolo sono in modalità Con-Com, contemplazione e complicità. Tutto questo non brucia all’istante la cara, vecchia, rassicurante televisione, ma ne amplia le possibilità e capacità per chi vuole conquistare fette di pubblico che, senza un’offerta coerente con questo scenario, cerca informazione, gioco e risposta ai propri bisogni su mezzi diversi dalla tv. L’immaginario è mobile.
I giovani di oggi saranno i cittadini maturi (e immaturi) di domani. Nelle scuole in passato la tv era anche uno strumento educativo, cavalleria corazzata della nostra alfabetizzazione, colla catodica della nazione. Oggi sembra archeologia, il mezzo più ambito per insegnare è la LIM, la lavagna interattiva multimediale. Si collega a un computer, sarà l’ambiente naturale di apprendimento di milioni di bambini che, da adulti, si riconosceranno in un mondo digitale che moltiplica l’esperienza sensibile. Siamo solo agli inizi e nello stesso tempo già lontanissimi dalla televisione di oggi, dai gesti quotidiani dei nostri figli. Anni fa si andava a giocare a biliardino, oggi ci si scontra sulla X-Box e si tirano calci al torneo di Fifa 2014 su PlayStation. Un ragazzino di 14 anni ha competenze in un gioco sparatutto che fanno invidia a un marine. E con un po’ di esercizio, potrebbe tranquillamente pilotare un Predator su un teatro di guerra. Non è con la retorica dei bei tempi andati che si dà una risposta alla sfida della contemporaneità.
L’avanzata del pervasive computing è un’obsolescenza del format che si combatte con un trattamento anti-age digitale, un allargamento dei pulsanti del telecomando alle applicazioni di smartphone e tablet, una virata decisa del linguaggio verso rotte meno convenzionali e un accorciamento della durata del programma, un taglia seguito dal drag and drop per allungarne la vita in rete e catturare altro pubblico.
Ogni mezzo ha una sua missione e l’esperienza multischermo le rende tutte compatibili e integrabili. E’ un cocktail che ha bisogno di un ottimo barman, ma gli ingredienti di base ci sono già tutti.

Il computer di casa ci consente di essere più produttivi e informati.

 

Lo smartphone ci dà l’opportunità di essere connessi e in movimento.


Il tablet è un intrattenimento intimo, rilassante, basato sulla sensazione tattile, un touch che è un salto nell’innocenza dell’infanzia: vedo, tocco e conosco il mondo.

 

La televisione è una finestra dove vedo apparire cose che poi cerco – spesso simultaneamente alla visione del programma – sul mio smartphone o tablet. E’ un catalizzatore di ricerche online che possono materializzarsi in beni di consumo, servizi, acquisti in un click di informazione ad alto valore aggiunto.


Molti pensano che questo sia un futuro lontanissimo e forse irrealizzabile. Bruno Vespa, per esempio, durante l’incontro organizzato da Adrai ha contestato la mia esposizione, ha rivendicato il primato della televisione, la sua resistenza e capacità di adattarsi ai tempi. Non dubito della bontà di alcune cose che pensa un professionista della tv come Vespa, ma là fuori, oltre i pollici dello schermo tv, c’è qualcosa di inarrestabile che non è frutto del mio presunto estremismo digitale. Sono volato sulla luna con un cavallo alato come Astolfo? Forse ho letto troppo Ariosto, ma tutti in sala hanno guardato in alto quando Alberto Dal Sasso, direttore di Nielsen, ha proiettato questi numeri sullo schermo del teatro di via Teulada:

 

 

Sono dati che non hanno bisogno di commenti, ma di una visione per cogliere le opportunità che si aprono per chi produce contenuti. Alternative? Oh, c’è la via profetica tracciata da Darryl Zanuck, boss della 20th Century Fox Studios, che nel 1946, scolpì una frase destinata a ricordarlo per sempre: “La televisione non riuscirà a rimanere sul mercato per più di sei mesi. La gente si stuferà presto di fissare tutte le sere una scatola di compensato.” La storia ama ripetersi con l’esperienza digitale. Zanuck ha molti aspiranti imitatori nel presente.

Mario Sechi

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