25 giugno 2014 | 13:12

Il Giornale festeggia 40 anni e intervista Silvio Berlusconi

“Oggi Il Giornale compie 40 anni. Onore a Indro Montanelli che l’ha fondato, a Vittorio Feltri che l’ha ereditato, ai direttori che si sono avvicendati e alle centinaia di giornalisti che l’hanno sostenuto con il loro lavoro”. Il direttore del Giornale, Alessandro Sallusti, apre così la lunga intervista a Silvio Berlusconi pubblicata oggi in prima pagina dal quotidiano in occasione del suo quarantennale.

‘Torniamo uniti’ s’intitola l’intervista, nella quale Berlusconi ripercorre la sua vita imprenditoriale e politica a partire dal 1974 e in conclusione, in risposta a una domanda di Sallusti sul suo futuro in politica, risponde: “Io non mollerò mai, si voterà presto e batteremo la sinistra di Renzi”.

Alessandro Sallusti (foto Olycom)

Alessandro Sallusti (foto Olycom)

Per celebrare i 40 anni oggi al Giornale è allegato un inserto di 64 pagine che, con l’occhiello ’40 anni contro il coro’, ripercorre i momenti salienti degli ultimi quattro decenni attraverso i pezzi delle grandi firme del quotidiano.

Questa sera al Teatro Manzoni di Milano ci sarà un incontro con l’editore Paolo Berlusconi moderato da Bruno Vespa.

Vittorio Feltri, 1993 (foto Augusto Carasoli)

Vittorio Feltri, 1993 (foto Augusto Carasoli)

 

Di seguito riproponiamo l’intervista a Indro Montanelli pubblicata su Prima nel novembre 1976, in cui il fondatore e direttore del Giornale spiegava le ragioni del successo del quotidiano a due anni dall’uscita in edicola.

Siamo l’unica alternativa

A denti stretti, ma lo devono riconoscere tutti: Il Giornale di Indro Montanelli è una realtà editoriale e informativa che non si può liquidare con una battuta o con quattro parole acide e ironiche. Hanno tentato un po’ tutti di farlo a pezzi, lui e il suo giornale: chi con il silenzio, chi con il veleno della polemica e delle definizioni editoriali che emarginano: un giornale della destra, non ha spazio, non ha mercato, non ha futuro. Montanelli è finito

Indro Montanelli e Silvio Berlusconi, 1977

Indro Montanelli e Silvio Berlusconi, 1977

E invece non è finito per niente. Si può cancellare e negare Montanelli e i giornalisti che sono con lui, ma non si può cancellare il pubblico che legge Il Giornale: 160mila acquirenti ogni giorno secondo i dati di bilancio che si riferiscono al 1975; sui 200mila secondo gli ultimi accertamenti del 1976.
Il Giornale ha staccato di netto La Repubblica, minaccia ormai da vicino, se non l’ha già superata, la diffusione del Giorno ed è, indubitabilmente, il secondo quotidiano di Milano.
Il 20 giugno ha detto che in Italia c’è molta gente di sinistra e molta gente che di sinistra non è, che è moderata. Questo è il mercato del Giornale di Montanelli, un mercato grigio di capelli e di pensieri, ma un mercato ampio, che la situazione nazionale tende ad allargare ogni giorno di più, rendendo sempre più vera l’affermazione che Montanelli ha fatto durante questa intervista: “Per molti italiani essere moderati vuol dire essere di destra, fascisti. E non è vero”.

Prima – Montanelli esce dal Corriere della Sera e fonda un proprio giornale. Due anni e quattro mesi fa sembrava un colpo di testa, lo scatto stizzoso di un primo violino che si vedeva strappare di mano l’archetto. Oggi quel colpo di testa si va rivelando come un’operazione editoriale azzeccata: il mercato c’è, il prodotto va.
Indro Montanelli – Forse all’origine di questa mia decisione ci sarà stato anche il dispetto, l’orgoglio offeso. Non dal fatto che il Corriere aveva rotto con me, ma dal modo. Credo di aver dato qualcosa al Corriere, in trentasette anni. Mi sembrava che un po’ più di garbo e di civiltà, anche da parte dei colleghi… insomma come Corriere io sono stato trattato male. Può darsi che questo abbia contribuito.
Il distacco non è avvenuto tanto per la linea politica quanto per un certo cambiamento dell’ambiente. Eravamo abituati a un certo garbo, a una certa civiltà. Non dico che al Corriere non ci fossero certi usi singolari, anche comici, però c’era un galateo che veniva rispettato, un rispetto dei valori, un profondo rispetto dei valori. Ecco: questa roba non c’era più.

Prima – A quale pubblico avete pensato lanciando Il Giornale?
I. Montanelli – Al nostro pubblico moderato, il vecchio pubblico del Corriere. In tutti i Paesi del mondo c’è un’opinione pubblica moderata e in nessun Paese del mondo c’è il disprezzo che c’è in Italia per questa opinione pubblica moderata. È vero o no? In Italia l’opinione pubblica moderata è la maggioranza silenziosa! Una maggioranza fascista! Questi sono gli imbrogli delle parole! E io ho detto che bisognava avere il coraggio di farci chiamare maggioranza silenziosa, fascisti, questa roba qui. Ma noi, invece, interpretiamo una pubblica opinione che non ha più interpreti e che, prima o poi, verrà con noi. Noi dobbiamo avere la forza di resistere alle prime delusioni, che certamente arriveranno; ma se resistiamo, prima o poi arriviamo. E il calcolo si è rivelato pessimistico, diminutivo. E siamo arrivati subito alle 150mila copie.

Prima – Cos’è che vi ha tirato la volata?
I. Montanelli – Sempre più siamo diventati una voce isolata e sempre più, quindi, una voce preziosa. Siamo soli? Tanto meglio, più siamo soli e più abbiamo spazio. Gli avvenimenti, dunque, che ci hanno lanciato. Sono stati tre: il Friuli, Telemontecarlo e le elezioni. La sottoscrizione per il Friuli ha dimostrato l’impatto che questo giornale ha sul suo pubblico. Abbiamo battuto tutti i giornali e con una tiratura molto inferiore agli altri. La Stampa, con la Fiat dietro e tutte le grandi banche, ha fatto meno di noi, non parliamo del Carlino, della Nazione. Quasi tre miliardi noi, La Stampa 2,2 miliardi. E il Corriere? Va bene che il Corriere quando vide la mala parata buttò la sottoscrizione sul Corriere d’Informazione, ma sempre Corriere era, e ha fatto 380 milioni.

Prima – Che significato avete attribuito a questo primo posto?
I. Montanelli – Abbiamo dimostrato che se al nostro lettore gli diciamo: fai questo, lui lo fa. Abbiamo un lettore che crede in noi. È una grandissima forza. E questo ha fatto una grandissima impressione. L’ho sentito, l’ho visto. La gente ha capito che questo giornale pesava, che aveva un’influenza.

Prima – Non si sente accerchiato dalla Rizzoli e dal gruppo Caracciolo?
I. Montanelli – Ma no, perché dovrei sentirmi accerchiato? Io ho un pubblico che loro non possono prendere così come io non posso pretendere il loro pubblico. Ci sarebbero tutti i motivi per andare d’amore e d’accordo; cioè: voi vi occupate del vostro pollaio e io del mio. E invece no, questi continuano ad attaccarmi, stupidamente, e io devo rispondergli.

Prima – Cosa ne pensa, Montanelli, del suo amico Piero Ottone? Ci sono di nuovo voci di crisi di Ottone al Corriere. Ormai sono diventate, queste voci, una costante che accompagna il suo successo di direttore.
I. Montanelli – Mah, io non ci credo davvero. Ottone è il genio del galleggiamento. Non ce n’è in Italia uno come lui. È un personaggio grosso, come cinismo e come disponibilità a tutto. Quindi se vogliono cambiare strada lui gli cambia strada. Perché no? Gliela cambia lui, e nessuno gli dà più garanzie di lui di cambiarla davvero. Se fossi un editore io vorrei Ottone. Ottone è un killer perfetto: tu gli dici: fai questo, e lui lo fa. Qualsiasi cosa.

Prima – Di Repubblica cosa ne pensa?
I. Montanelli – Cosa vuole che ne pensi? È un giornale senza dubbio fatto bene graficamente, con alcune cose buone, come la parte economica e finanziaria che è fatta bene anche se è lardellata di balle; ma va be’, quello rientra nello stile Scalfari. Certo, non è un giornale, è una provocazione. Uno quando ha letto Repubblica non sa mica cosa è successo! Bisogna che legga un altro giornale. Non mi sembra che sia un giornale completo. È, senza dubbio, un giornale di complemento, è un aggiuntivo. Ha una sua funzione, secondo me non utile, non benefica. Ma questo è un altro affare, queste sono opinioni.

Prima – Lei ha detto che stiamo andando verso un regime di sinistra nel settore della informazione. Lo crede davvero?
I. Montanelli – Eh, sì. È un guaio per tutti, anche per loro alla fine. Sarà vita dura per chi non si allinea. Capisce: non possono tollerare, come fanno? Non possono tollerare. Andiamo verso il coro dell’‘Aida’, coro bello e compatto, una nota sola. Non possono tollerare, lei capisce, non possono.

(Prima, novembre 1976)

  • Giacomo Pisani

    Penso che Indro avrebbe pensato del Giornale oggi, quello che pensava ieri di Repubblica ma è solo un’opinione. Dovreste riportare anche il reportage di Prima sulla scomparsa de “La Voce”