27 giugno 2014 | 9:48

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Prima Comunicazione n.451 - Giugno/Luglio 2014

Prima Comunicazione n.451 – Giugno/Luglio 2014

Con uno scatto d’orgoglio, Carlo Perrone, erede di una dinastia imprenditoriale che possiede Il Secolo XIX di Genova dal 1897, decide di portare il quotidiano fuori dalle secche e ricapitalizza la società editrice per giocare fino in fondo la partita dell’evoluzione digitale. Con un cambio radicale del giornale e sviluppando un nuovo protagonismo a favore dell’interesse pubblico. L’invenzione della sentinella di quartiere.

 

L’EDITORIALE
La sentinella che non c’è

Domanda non retorica: vale davvero ancora la pena dedicare soldi e fatiche per fare l’editore e i giornalisti? Sembra di sì a leggere la storia a cui dedichiamo la copertina di questo numero, che racconta di Carlo Perrone, notoriamente di braccino corto, che però ha deciso di sborsare qualche milione di euro per ricapitalizzare il suo Secolo XIX, quotidiano di una città non facile e poco affettuosa come Genova.

L’aspetto piu interessante della decisione di Perrone sono le motivazioni della sua scelta: la convinzione, cioè, che le tecnologie digitali rappresenteranno un futuro economico per il mondo dell’informazione (che, confesso, a me pare un atto di fede) e la fiducia nel progetto editoriale che sta portando avanti il direttore della testata, Umberto La Rocca (e qui mi trovo meglio), convinto che solo con un grande impegno legato agli interessi dei lettori liguri il giornale, sia sulla carta sia sull’on line, possa avere senso e futuro. Tra le cose che dice La Rocca sul lavoro giornalistico che già si pratica adesso ma che si vuole ancor più sviluppare al Secolo (per i dettagli leggete l’intervista a pagina 60), c’è un’idea che ho trovato suggestiva ed è quella della “sentinella di quartiere”, un giornale cioè inteso come punto di riferimento costante dei suoi lettori che aiuti a costruire “credibilità attraverso la prossimità”.

Questo ragionamento di La Rocca mi ha fatto venire in mente cosa avrebbero potuto fare – e invece si son ben guardati dal fare – le testate milanesi nei confronti dell’Expo 2015, a partire dal Corriere e dalla Repubblica, schierando giornalisti-sentinelle a vigilare che tutto venisse fatto in modo corretto e pulito nel realizzare ciò che mezzo mondo si è sgolato a definre come l’occasione per il rilancio del nostro Paese. E invece no. Nell’indifferenza condivisa si sono lasciati liberi di agire i soliti malfattori all’italiana i cui pasticci sono esplosi fino a lordare l’immagine dell’Expo e di Milano con gli arresti decisi dalla magistratura milanese, nel marzo e nel maggio del 2014, che hanno beccato col sorcio in bocca i vertici di Infrastrutture Lombarde. Tutti tipetti che tenevano in pugno gli appalti, insieme al general manager Angelo Paris, contornato da un gruppetto di allegri corruttori, vecchie conoscenze di Tangentopoli. Risveglio drammatico per i giornali che hanno titolato a caratteri cubitali nel commentare gli effetti devastanti dello scandalo sul futuro dell’Esposizione dimenticandosi, però, un dettaglio: già dal 2012 i magistrati milanesi avevano aperto un dossier sugli appalti per i lavori all’Expo. Piste che se fossero state seguite in modo martellante dalle sentinelle giornalistiche – che invece hanno preferito impersonare i pastorelli adoranti davanti al presepe – avrebbero forse evitato di lasciare spazio ai Greganti, ai Frigerio e compagnia cantando, cascami avvelenati della Tangentopoli del ’92 che hanno continuato ad avvelenare i pozzi del nostro futuro.

Il problema è che, invece di tallonare da vicino l’operato dei vertici di Expo, il mondo dell’informazione era impegnato a costruire teatrini edificanti sulle meraviglie che avrebbe rappresentato l’Esposizione universale, fingendo quasi di ignorare tutte le difficoltà che la costruzione del mega evento ha rappresentato, a partire da quella meravigliosa serata del 31 marzo 2008 in cui il Bureau des Expositions, riunito al Palais des Congrès a Parigi, sancì la vittoria italiana. Mentre si svolgevano dibattiti e dotte lezioni come quelle organizzate dalla Fondazione del Corriere della Sera, intitolate ‘Convivio a tavola tra cibo e sapere’, per riflettere sul rapporto tra alimentazione e cultura (con una sponsorizzazione di Expo di 160mila euro), fuori si consumava quello che ha spiegato Raffaele Cantone, il magistrato a capo dell’Autorità nazionale anticorruzione (appena dotato di super poteri per controllare i lavori dell’Esposizione) in commissione Ambiente e lavori pubblici della Camera: “A Expo spa è stato consentito in modo legittimo di fare tutte le gare senza il rispetto delle regole degli appalti”. E questo per le grandi attribuzioni. Se invece si vanno a vedere le decine di decisioni di acquisti o contratti per operazioni di ufficio o legate, ad esempio, alla comunicazione, il lavoro sugli appalti è stato pedante e minuzioso perché in mano a persone per bene (chi fosse interessato e/o incredulo, può trovare la documentazione su Primaonline.it).

Mentre scriviamo sembra manchino poche ore alla firma del contratto dei giornalisti. Un’intesa che non cambierà nulla nel modo di lavorare delle redazioni, ma che salva l’istituto contratto nel tempo della crisi. Importante il ruolo del governo, con il sottosegretario Lotti pronto a liberare 120 milioni di euro in tre anni per permettere prepensionamenti, finanziare ammortizzatori sociali e stimolare il mercato del lavoro nel settore con la riassunzione di disoccupati (riduzioni contributive, sgravi e salari di reingresso) e l’entrata di forze giovani (apprendistato professionale) con l’obiettivo di almeno 1500 assunzioni.

Editori soddisfatti per aver disinnescato una bomba a orologeria come il fondo ‘ex fissa’, intesa invece contestata duramente da settori di giornalisti, al pari di quelle sull’equo compenso e sul salario di reingresso.