Editoria

09 luglio 2014 | 10:59

Santanchè vuole l’Unità, è rivolta: “Idea incompatibile con la storia del giornale”

(ANSA) Una proposta di piano editoriale serio e credibile per salvare l’Unità, a cui resta solo un mese di vita. E’ quanto chiedono i giornalisti della testata, che oggi hanno convocato la stampa nella redazione del quotidiano. Ma insieme al grido d’allarme arriva anche lo stop alle ipotesi su un’offerta di Daniela Santanché per rilevare l’Unità. Il Cdr si affida ad una nota per far sapere che ”si tratta di un’ipotesi che non avrà alcun futuro. Da quanto ci dicono i liquidatori, la sola idea che questa testata possa andare a finire nelle mani di una esponente di Forza Italia è incompatibile con la storia del giornale e quindi con la sua valorizzazione”. In ogni caso, come confermano ambienti di Forza Italia, l’offerta della Santanchè, che è anche editore del mensile Ciak, ci sarebbe stata e – secondo le stesse fonti – non ce ne sarebbero state altre. “Abbiamo letto delle intenzioni di alcuni imprenditori di intervenire per il quotidiano come il nostro primo azionista Matteo Fago e abbiamo ascoltato il segretario del Pd dire che l’Unità per lui è molto importante. Ora ci aspettiamo si passi dalle intenzioni ai fatti. Bisogna intervenire entro luglio. Chi arrivasse un minuto dopo il fallimento per comprare la testata a prezzi stracciati non lo considereremo un salvatore ma solo uno speculatore”. Lo dicono Bianca Di Giovanni e Umberto De Giovannangeli, componenti del Cdr, spiegando la drammatica situazione del quotidiano. Mentre sul sito i lavoratori inviano un appello video al premier Matteo Renzi perchè si attivi per la salvezza del quotidiano. La testata “se va salvata si salvasse ora, con un piano che la mantenga un giornale generalista che parla a tutto il mondo del lavoro e non che la trasformi di un giornale di una piccola parte della sinistra”, aggiungono. Bianca Di Giovanni ricorda come “siamo qui dopo quattordici anni nello stesso mese e più meno allo stesso punto. Rischiamo il fallimento e la chiusura, come ci è stato detto dai due liquidatori della nostra società, che è in liquidazione da metà giugno”. La cassa, spiega, “è sostanzialmente vuota, l’unico modo per salvarci è che arrivi un’offerta solida, con un piano industriale convincente non solo per la testata ma per tutta l’attività dell’azienda”. Se ciò non avvenisse “i liquidatori saranno costretti a fine luglio a rimettere il mandato e ne consegue che si dovranno portare i libri in Tribunale e aprire la procedura fallimentare, con tutto ciò che significa per i lavoratori. L’ultimo stipendio lo abbiamo preso ad aprile, molti collaboratori non vengono pagati da oltre un anno. Siamo davanti ad un quadro che è uno sfacelo, l’ultima puntata di scelte scellerate”. Da quando, sottolinea Di Giovanni, “è entrato Renato Soru nel 2008 non ci sono stati investimenti, abbiamo visto solo prepensionamenti, stati di crisi e di solidarietà. Nel frattempo ci è stata tagliata la distribuzione del giornale, prima in Sicilia, poi in Sardegna e in Calabria, e hanno chiuso le redazioni locali. E’ stato fatto quasi scientificamente un lavoro per indebolire questo giornale”. Per salvare l’Unità non è più tempo di parole – aggiunge De Giovannangeli -. Noi continueremo a comunicare con i nostri lettori, continueremo a partecipare, come stiamo già facendo, alle feste dell’Unità per spiegare la nostra situazione e ad incontri con i politici che ci stanno dimostrando solidarietà. Agiremo anche a tutela dei nostri interessi sul piano legale. A tutti quelli che si avvicinano con offerte per il giornale ricordiamo che siamo noi i primi creditori e non accetteremo più che nessuno si costruisca un futuro con il nostro sangue, come è successo in questi anni”. Il Cdr non conosce la cifra esatta che servirebbe per salvare il giornale ma “ci è stato detto che l’Unità potrebbe avere parità di bilancio vendendo 26mila copie al giorno e noi con gli inserti di questi mesi ne abbiamo vendute il triplo. Il problema è avere una distribuzione intelligente e un piano industriale all’altezza del mercato reale. L’Unità non deve costruirsi una comunità di lettori, ce l’ha e risponde quando arriva un prodotto all’altezza; quella per salvare l’Unità, non è un’operazione nostalgia, ma che guarda al futuro”. Durante l’incontro sono sono arrivati molti messaggi di solidarietà da esponenti politici (Stefano Fassina a Andrea Orlando, rappresentanti dei lavoratori, di vari sindacati e dei lettori. Per Enzo Iacopino, presidente dell’ordine dei giornalisti “è sconcertante sentire evocare il nome dell’Unità per rivitalizzare le Feste e poi stare in silenzio davanti ad una notizia lacerante come quella di un solo mese di vita per il giornale”. Mentre Paolo Butturini, segretario di Stampa Romana sottolinea che “mai come per l’Unità, con un progetto industriale ed editoriale credibile e un management all’altezza potremmo sperimentare una testata che nell’epoca della multimedialità ha una community naturale, quella della sinistra. Noi siamo pronti a mettere a disposizione del Cdr la nostra esperienza per assisterli in questi passaggi”. (ANSA, 8 luglio 2014)

Daniela Santanchè (foto Olycom)

Daniela Santanchè (foto Olycom)

 

Dopo la giornata di mobilitazione di ieri e il video-appello al premier Matteo Renzi per scongiurare la chiusura dell’Unità, i giornalisti scrivono oggi (9 luglio) sulla testata:

Quella di ieri è stata per noi, lavoratori de l’Unità , la giornata dell’orgoglio. Il giorno in cui ci siamo ritrovati nella sede del nostro e vostro giornale, in tanti, con il sostegno di donne e uomini che hanno fatto la storia della nostra comunità, forti delle centinaia di messaggi di sostegno venuti dal mondo della politica, del lavoro, della cultura. Non siamo soli in questa battaglia di libertà. Sappiamo che il tempo ci è nemico. Siamo consapevoli che le parole, pur importanti, di solidarietà non salvano da sole il giornale. C’è bisogno di atti concreti che giungano, subito, ai liquidatori. Abbiamo ancora venti giorni di tempo. Non devono andare sprecati. Noi non lo permetteremo.

  • Vincenzo Montone

    Ai dipendenti dell’Unità, così come fecero con gli abitanti di Taranto, propongono una medicina peggiore della malattia.