23 luglio 2014 | 11:59

Ecco perchè Myself chiude: lo spiega l’ad di Condé Nast (VIDEO)

“Dopo quattro anni abbiamo deciso di chiudere Myself non perché fosse un prodotto sbagliato o mal realizzato, ma perché non ha raggiunto l’obiettivo di 200mila copie di diffusione e peché da parte dei grandi clienti gli investimenti si sono spostati con decisione verso il digitale”. Così l’amministratore delegato di Condé Nast Italia, Giampaolo Grandi – affiancato da Domenico Nocco (chief operating officer), Fedele Usai (deputy managing director) e Marco Formento (seniro vice president digital) – ha aperto l’incontro con i giornalisti per spiegare le ragioni della chiusura del mensile femminile e anticipare alcuni dei prossimi progetti della casa editrice. “Abbiamo fatto una conferenza stampa per rendere l’onore dovuto a chi ha realizzato Myself”, ha aggiunto Grandi.

Myself era nato dopo approfondite ricerche sull’analisi di un target preciso: donne adulte che lavorano e hanno famiglia, ma trovano anche del tempo per sé e per i propri interessi. “Dopo i primi mesi con vendite superiori alle 250mila copie, attualmente ne vendeva 100mila, 70mila in edicola e 30mila in abbonamento”, ha detto Grandi. Per Myself almeno il 70% delle entrate dovevano arrivare dalla pubblicità, ma il fatturato pubblicitario è stato in calo: “Dai 5,2 milioni del primo anno ora è inferiore ai 4, mentre ce ne vorrebbero 7”, ha precisato l’amministratore delegato di Condé Nast. “Quindi parliamo di perdite significative, non di una cifra entro i 500mila euro che forse ci avrebbe permesso di prendere una decisione diversa. Tanto più che il trend degli investitori è inequivocabilmente in termini di selettività, investiranno sempre meno sulla carta e solo sulla carta su cui vale la pena di esserci”.
Secondo Grandi, il mensile ha anche scontato il fatto di essere un “brand nuovo e senza presenza internazionale”: “100mila copie di un brand iconico come Vogue hanno un peso ben diverso rispetto alle 100mila di Myself”.

Da settembre Myself avrà una “presenza digitale  importante” come canale di Vanityfair.it. “Nell’ultimo anno e mezzo molti grandi clienti presenti su Myself hanno virato con decisione sul digitale”, ha ribadito Usai. “E sul digitale Myself ha sia un valore in sé, per il profilo delle utenti che riesce ad attrarre, sia come arricchimento di Vanityfair.it, che ha sei milioni di utenti unici e quest’anno farà profitti”.

Nocco ha anticipato che la chiusura di Myself non porterà a licenziamenti né alla richiesta di un aumento della solidarietà, attualmente al 20% per quanto riguarda i contratti giornalistici: “Verificheremo la possibilità di uscite concordate e esploreremo tutte le altre soluzioni possibili”. Al mensile, oltre al direttore Valeria Corbetta, lavorano 14 giornalisti, una segretaria di redazione e un responsabile del coordinamento.

“Voglio sottolineare che Condé Nast continua a investire se possibile ancora più di prima sulla carta, ma solo sui giornali che hanno ragione di esistere”, ha sottilineato Usai. “Abbiamo acquistato La Cucina italiana, siamo gli unici a pubblicare tre periodici maschili – L’Uomo Vogue, Gq e Wired – e Franca Sozzani ha aumentato il proprio impegno prendendo la direzione editoriale di Glamour e di Gq in aggiunta alla direzione editoriale di gruppo e a quella di Vogue  e dell’Uomo Vogue”.

Vogue Italia a settembre festeggerà i 50 anni con diverse iniziative, tra cui una molto importante e prestigiosa: “Abbiamo completato la digitalizzazione dell’archivio, che verrà rilasciato in inglese sia per il pubblico consumer sia per i professionisti”, ha annunciato Usai.

Sull’andamento della casa editrice Grandi ha dichiarato che nei primi sei mesi di quest’anno è migliore rispetto al 2013, e “il bilancio rimane in utile anche se sono lontanti i tempi del 2006 quando Condé Nast Italia aveva il margine più alto di tutte le filiali al di fuori degli Usa”.