Mercato

23 luglio 2014 | 13:19

Sono 327 le Pmi italiane che hanno sconfitto la crisi. Ce lo dice l’Osservatorio di Global Strategy

Crescono a un ritmo 3 volte superiore alla media del settore. A dispetto della crisi hanno raddoppiato il reddito operativo negli ultimi 5 anni e hanno rafforzato la loro solidità finanziaria. L’Osservatorio Pmi di Global Strategy, società di consulenza strategica e finanziaria, presenta oggi i risultati dell’indagine dell’edizione 2014 nel corso del convegno “PMI italiane fra tradizione e innovazione digitale”, organizzato a Milano, a Palazzo Mezzanotte, in collaborazione con Borsa Italiana e con il supporto di Schroders Wealth Management e dello Studio Legale Associato Negri-Clementi. Da quanto emerge dal comunicato stampa, quest’anno sono 327 le aziende che hanno passato la selezione registrando tassi di crescita medi annui del fatturato tre volte superiori rispetto all’universo delle PMI (+10% vs. +3%) e un reddito operativo che è cresciuto nel periodo 2008-2012 di ben il 19% medio annuo (contro una diminuzione media del 3% da parte delle Pmi “normali”). Un’eccellenza che trova conferma anche nella capacità di generazione di cassa (rapporto Pfn/Ebitda pari a 0,4 contro 2,6 del resto delle PMI nel 2012) e nel ritorno sugli investimenti (Roi 2012 pari a 12,1%).
L’Osservatorio Pmi di Global Strategy ha consentito di verificare gli effetti che la crisi globale ha avuto sulle Pmi più rilevanti, evidenziando come il loro dna sia rimasto sostanzialmente immutato. Prima di tutto, si tratta di imprese che operano in settori maturi (oltre il 30% appartiene alla meccanica e alla metallurgia), anche se si assiste a una progressiva affermazione di quelle di servizi principalmente attive nello sviluppo software, e più in generale attività di supporto alle funzioni d’ufficio (+22 aziende rispetto alla scorsa edizione). In secondo luogo, tre su quattro sono situate nel Nord Italia (73%), nonostante si noti una “sofferenza” in termini di penetrazione delle eccellenze nel Nord-Est e nel Sud (rispettivamente 3,8% e 2,7% contro una media nazionale del 4,1%). In controtendenza il Centro, unica zona dello Stivale che vede una crescita della penetrazione (pari al 5,3%). E ancora, si tratta di aziende dalla forte vocazione globale: realizzano infatti quasi il 40% del loro fatturato all’estero, e prevedono di incrementare tale quota nei prossimi tre anni mediamente del 9%. Prevedono inoltre di incrementare il valore della propria produzione aggredendo nuovi mercati (per il 14% del campione) o sviluppando nuove iniziative (per il 24%).
Infine, le Pmi più rilevanti sono fortemente orientate all’innovazione: investono ben il 5% del loro fatturato in ricerca e sviluppo. In particolare, è interessante notare che la maggior parte di questo budget (53%) è ancora destinato al miglioramento del prodotto, mentre gli investimenti in digitalizzazione sono pari al 15%.

Ciò che invece sembra essere cambiato sono le prassi manageriali alla base del successo. Ferma restando l’importanza della qualità del prodotto (fondamentale per il 90% del campione contro il 72% di 4 edizioni fa), l’impressione è che la crisi abbia premiato le imprese più dinamiche e veloci nel riuscire a comprendere dove i mercati stanno andando e come si stanno modificando. La capacità di rispondere alle esigenze del mercato infatti è diventata fattore strategico per ben il 75% delle imprese eccellenti, con un incremento rispetto al periodo pre-crisi di oltre 30 punti percentuali. Sembra invece che, il valore del brand non basti più: la competizione sui mercati globali premia chi innova dal punto di vista sia del prodotto sia della strategia imprenditoriale, mentre l’importanza del marchio sembra aver subito un forte ridimensionamento pari a 25 punti passando dal 54% al 29%.
Nell’Osservatorio 2014 il focus è l’innovazione digitale e il ruolo che questa può avere sul rafforzamento competitivo e sui percorsi di internazionalizzazione. In questo senso, si evidenzia come le aziende di più piccole dimensioni (<50 mio € di fatturato), seppur eccellenti, facciano più fatica nell’export, con una quota inferiore di un terzo rispetto alle eccellenti più grandi e più focalizzate su mercati di prossimità (Europa). Tuttavia il 73% degli imprenditori (questa percentuale supera l’80% per le aziende più piccole) ritiene che l’utilizzo e lo sviluppo di piattaforme digitali potrebbe rappresentare un valido sviluppo alla crescita internazionale perché permetterebbe loro di tornare a puntare su brand e prodotto incrementandone la diffusione e semplificando al contempo la struttura commerciale. Le Pmi più rilevanti si sono dimostrate ancora una volta più evolute da questo punto di vista rispetto alla media nazionale. Basti pensare che il 93% del campione ha un sito in almeno un’altra lingua rispetto all’italiano, il 46% è presente su un social media, il 29% usa internet per servizi pre e post vendita, e infine il 15% vende online o su marketplace i propri prodotti (percentuale molto alta se tiene in conto che la maggior parte di queste aziende appartiene al B2B). Questo segmento di imprese è consapevole che, per competere in un mercato globale e in rapida evoluzione, il ricorso alle tecnologie digitali non sia più un’opportunità, ma una necessità. Ecco perché prevedono nei prossimi 3 anni di destinare circa il 15% del budget di R&D proprio allo sviluppo di soluzioni quali e-commerce evoluti, software per la gestione condivisa di dati e informazioni, piattaforme per l’ottimizzazione della supply chain.