Editoria

03 dicembre 2014 | 17:49

Travaglio alla Camera: “No ai finanziamenti pubblici all’editoria”

(ANSA) “Senza finanziamenti pubblici si lavora meglio. Magari chi sta in amministrazione non è della stessa opinione, ma sapere che si può contare solo sulle proprie forze e sull’apprezzamento dei lettori, migliora l’indipendenza e il lavoro dei giornalisti”. Ne è convinto Marco Travaglio, ascoltato oggi in audizione informale alla Commissione Cultura alla Camera, “primo di una serie di esperti che verranno convocati”, nell’ambito della proposta di legge recante l’abolizione del finanziamento pubblico all’editoria. “Immagino di essere qui – dice il co-fondatore de Il fatto quotidiano – a nome di un giornale che si è portato avanti, abolendo i finanziamenti pubblici da solo. Li considero un aiuto di Stato per le testate che il mercato non farebbe sopravvivere. E’ utile cancellarli, ma all’interno di una politica generale che riveda anche il conflitto di interesse che tanta stampa ha penalizzato”. Travaglio poi sul tavolo mette anche “forme di finanziamento occulto come l’obbligo di pubblicare i bandi per le gare pubbliche sui giornali: è una violazione della libera concorrenza – dice – e una turbativa del mercato, perché sono tutti introiti solo ai grandi giornali”. Ma allora, chiede Giuseppe Brescia (M5s), “come può intervenire la politica?”. L’informazione, incalza Roberto Rampi (Pd), “è un servizio o un prodotto? Come può essere libera, soprattutto a livello locale, se dipende solo da investitori privati? E se deve conquistare lettori, come assicurarsi che anche ciò che non va di moda possa avere voce? Vorrei – dice – si potesse dare una notizia senza preoccuparsi di chi la paga”. “In questo paese – domanda Giancarlo Giordano (Sel) – si può scrivere una regola semplice, che chi si interessa di politica non può possedere un giornale?”. I giornali di partito, risponde Travaglio, “non sono giornali, non interessano a nessuno e non si capisce perché si debbano tenere aperti certi carrozzoni per dar voce a un leader quando esistono i siti web”. A Il Fatto quotidiano, prosegue, “non siamo più bravi di altri. Siamo più fortunati perché siamo nati dopo l’inizio della crisi e ci siamo ridimensionati in piccolo, sapendo che in grande saremmo scomparsi. E’ più facile essere indipendenti quando non si deve chiedere di aprire un po’ di più il rubinetto”, incalza raccontando di lamentele ignorate di privati che avevano acquistato pubblicità sul suo giornale, ma anche di ampi spazi dedicati da altre testate ai ministri e sottosegretari con il potere di decidere sui finanziamenti all’editoria. “Tutto dipende dall’indipendenza dell’editore e del direttore – conclude -. L’informazione è sia un prodotto che un servizio, per cui non si deve dimenticare che i giornali sono aziende e devono stare in piedi da sole. Ma si deve vietare il condizionamento degli editori impuri. Nell’attesa di nuove norme, meglio sconti su tariffe e posta, almeno andrebbero a tutti”. (ANSA, 3 dicembre 2014)

Marco Travaglio (foto Olycom)

Marco Travaglio (foto Olycom)

  • Sunny Sky

    interessante il ragionamento dell’on. rampi, la questione posta “è un servizio o un prodotto” determina molte delle scelte. se l’informazione non è un prodotto ma un servizio per il bene comune, è indispensabile che lo stato se ne occupi e non che sia lasciato in balia del mercato.